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RICORDO DI NANDO PENSA

 

RICORDO DI UN INVIATO SPECIALE, MOLTO SPECIALE 

C’era una volta.
Anche questa storia potrebbe cominciare come tante altre, narrate ai bambini come se fossero frutto di fantasia, ma nelle quali gli anziani celavano –spesso con pudore- i ricordi della propria vita.
Il racconto poteva frantumarsi in tante storie minime che s’intrecciavano, si accavallavano, richiamando or l’una or l’altra dalle anse dei ricordi -senza un continuum- interrotti a volte dalle pause d’un respiro che l’emozione tratteneva.

Ricordare può essere doloroso, può essere dolce, può essere lieto, ma sempre stringe il cuore nella morsa della malinconia struggente di tutto quanto avrebbe potuto essere e non è stato. Ci emoziona la consapevolezza del tempo passato, senza averci dato il tempo di fare le cose che ci sembravano tanto importanti, tanto urgenti, tanto impellenti, così esclusivamente nostre da non poter essere realizzate da nessun altro.
Illusioni subliminali, che tali si rivelano quando è troppo tardi per continuare ad inseguirle.
Eppure, nella vita, è necessario sognare, è necessario illudersi, per quanto possa sorprenderci il risveglio.
Quando ci sveglieremo la vita sarà già passata e sogni ed illusioni ci avranno aiutati a sorvolarne gli scogli.
Quando non si riesce a sognare, quando non ci si riesce più ad illudere, ci si può sempre rifugiare nella fede.

Erano i giorni che ci avvicinavano al Natale del 1974. Ero esule a Barcellona, in Spagna, e mia madre era riuscita a raggiungermi. Il Natale e la fine d’anno non sono mai riuscito a viverli con gioia, ma sempre con l’animo turbato da una sorta di tristezza, di vuoto. Forse perché non ho mai avuto la possibilità di vivere quei giorni in famiglia, con la mia famiglia, così come l’immaginario collettivo lo vive. Non ricordo di aver mai passato un Natale con mia madre, mio padre, mio fratello, un presepe, un albero, i doni. Mancava sempre qualcuno o qualcosa.

La presenza di mia madre, in quel mio primo Natale d’esilio mi fu di conforto. Ebbi anche la sorpresa dell’arrivo di Nando Pensa -inviato speciale de “Il Giorno” di Milano- e di sua moglie, venuto ad intervistarmi su incarico del suo giornale. La sua intenzione, come mi confessò in un’altra occasione, era quella di “farmi a pezzi”.

Nando era un marxista, di madre americana e nato negli Stati Uniti, aveva fatto il servizio militare nei sommergibilisti nel Pacifico combattendo contro i giapponesi (aveva chiesto di non combattere contro gli italiani) e, ovviamente, antifascista. Rimase tre giorni a Barcellona, imparò a conoscermi, diventammo amici, ripartì abbracciandomi commosso. Ci saremmo spesso sentiti per telefono, seguì attentamente tutte le fasi del processo di primo e di secondo grado contro il M. P. Ordine Nuovo a Torino, procurò puntualmente le copie degli atti processuali e riuscì a darmi spesso notizie di Adriana.

Passarono gli anni, il mio esilio continuava, vivevo in quell’epoca ad Algeciras, sull’altro lato della baia che porta lo stesso nome, di fronte a Gibilterra.

Dalla stiva della nave “Olterra” bloccata ad un molo del porto di Algeciras erano partiti gli “Uomini Rana” della Marina Militare italiana per violare la munitissima base di Gibilterra, facendo impazzire i “servizi” inglesi che non riuscivano a capire da dove arrivassero quei sabotatori. Azioni che sarebbero entrate nella leggenda della marineria di tutto il mondo, poco conosciute dagli italiani. Forse qualcuno le avrà viste narrate in film come "I Sette dell'Orsa Maggiore" o ancora ne "La Donna che venne dal mare", interpretato da un ottimo ed ancora patriottico Vittorio De Sica e dalla brava e bella Sandra Milo, per la regia di Francesco De Robertis.

In un giorno d’autunno suonarono alla porta di casa e, con mia grande sorpresa, all’aprire mi trovai davanti Nando Pensa.
Dopo brevi convenevoli mi spiegò che era riuscito a sapere da mia madre come fare per riuscire a raggiungermi. Di Nando potevo fidarmi, ma avrei preferito, comunque, che mia madre mi avesse preventivamente informato e che fossi stato io a decidere sul dove, sul come e sul quando. Ormai era troppo tardi per recriminare e Nando ubicò la sua intervista a Sfax, in Tunisia…

L’Italia reclamava ancora la mia estradizione, mi trovavo in Spagna in una situazione molto precaria e la mia presenza era tollerata -in regime di libertà vigilata- solo perché avevo presentato l'ennesima richiesta d’asilo politico al Governo spagnolo e all'U.N.H.C.R. dell'O.N.U., ed ero in attesa di una risposta.
L’intervista che aveva motivato la sua visita ad Algeciras era stata un pretesto, ma lo seppi solo dopo circa sei mesi.

Nando mi aveva chiesto di procurargli della documentazione sui “Serenos” una sorta di guardie notturne, un'istituzione nella Spagna di Franco, guardie amate e rispettate dalla popolazione, agenti in pensione che giravano i quartieri in bicicletta e davano sicurezza alla gente.
Telefonai a Milano per parlargli dei Serenos e delle “Guardie rurali” (altro argomento che gli interessava per una rivista che avrebbe dovuto essere pubblicata), chiesi di lui, mi rispose sua figlia e mi sentii dire che Nando era morto.

Seppi più tardi da Adriana che, sapendo di dover morire, era venuto ad Algeciras per salutarmi un’ultima volta e che in punto di morte avrebbe detto a chi gli stava vicino di salutare per lui i due suoi amici Adriana e Salvatore.

Avevamo perso un amico.

Un amico testone che insisteva a credere che le mie idee fossero influenzate dallo shock derivato dal fatto che mio padre fosse stato fucilato dai partigiani quando avevo solo sette anni.
No, Nando.
Ho saputo di mio padre quando “il dado era già stato tratto”, quando la mia scelta era già stata fatta, forse perché già scritta nel mio DNA.
Un’importante conseguenza –fra le tante che hanno influenzato la mia vita- la morte di mio padre l’ha avuta ed è il fare emergere –forse oltre misura- il senso del dovere e della responsabilità.
Mia madre non mi ha mai parlato delle scelte fatte da mio padre se non quando io avevo già fatto le mie ed i miei ricordi degli anni di guerra risalivano a quando ero troppo giovane per capire, per dare un senso a quanto mi accadeva intorno. I ricordi, di fatti sia pur vissuti intensamente, non potevano darmi delle spiegazioni storiche ed ancor meno politiche.
Erano i ricordi come di un “osservatore”, di qualcuno che avesse vissuto il periodo della guerra dall’esterno. Una sensazione che mi accadrà di sentire più volte nel corso della mia vita, una sorta di distacco dalla realtà che mi ha permesso di non essere coinvolto laddove non lo volessi, un modo di sentire che era quasi un “non sentire” che mi ha consentito vivere in circostanze dove forse anche la sopravvivenza era difficile.
No, prima di fare le mie scelte politiche, culturali, esistenziali, non sapevo che la mia esistenza sarebbe stata condizionata dalla guerra civile, non potevo immaginare che sarebbe stata un’interminabile faticosa salita.
Non sapevo neppure che l’avrei comunque affrontata e percorsa con determinazione, qualsiasi masso ci fosse stato da rimuovere o da sospingere.

Non sapevo che ogni passo compiuto, ogni ostacolo superato, ogni approssimarsi alla cima, che è pur sempre anche il traguardo della vita, sarebbero state le difficoltà, gli ostacoli, i dirupi superati ad aver dato significato all’esistenza, a non aver reso vano il passaggio.

Salvatore Francia


Pubblicato il 19/2/2008 alle 21.52 nella rubrica RICORDI.

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