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"Non è mai morto
ciò che è eterno"

POLITICA
AI LETTORI DI "CIVIUM LIBERTAS"
24 febbraio 2008
 

UNA RISPOSTA AI LETTORI DI “CIVIUM LIBERTAS”

dI Filippo Giannini

Il mio precedente articolo “il Partito Fascista Repubblicano e Giulietto Chiesa” ha trovato riscontro nel blog “Civium Libertas” e alcuni lettori hanno posto sia delle osservazioni sia delle critiche. Proverò a rispondere alle une e alle altre.

Poco dopo il termine del Secondo conflitto mondiale, nel 1947, per ordine dei “liberatori” (dietro ai quali, ripeto, c’era la grande finanza e il capitale internazionale) ci fu imposta una commissione parlamentare incaricata ad indagare su gerarchi, Prefetti, alti funzionari circa loro ipotetici“illeciti arricchimenti” negli anni del Ventennio. La commissione parlamentare era presieduta dallo “stalinista” Umberto Terracini.

Sempre sotto la spinta degli stranieri vincitori, i quali più di qualsiasi altra cosa volevano la distruzione completa di ogni idea di Fascismo, vennero inquisiti 5005 fra gerarchi, alti funzionari, Prefetti che avevano svolto attività nel corso dell’infausto regime. Lo scopo, era ovvio: squalificare il Fascismo in modo definitivo, dimostrandone la corruzione del sistema.

Grande fu lo scorno quando, dopo mesi e mesi di indagini, condotte in un clima di accanita caccia al fascista, non uno solo degli inquisiti risultò penalmente perseguibile. Quando questa beffa si stava concludendo, sui giornali dell’epoca apparve una scritta esultante: “Trovato il tesoro di Italo Balbo”. Si trattava di una cassetta riposta in una banca a nome, appunto, del grande trasvolatore. Quando gli inquisitori andarono ad aprire il “tesoro” trovarono solo una “Sciarpa Littoria”, guadagnata, appunto da Italo Balbo.

Sarei spinto, a questo punto, a cessare il mio intervento in quanto comparare questo aneddoto con l’attuale “sistema” mi porterebbe ad amarissime considerazioni, e considerare concluso il mio intervento. Ma non credo che questo sarebbe opportuno, di conseguenza amplio, anche se di poco, le mie osservazioni.

Il Fascismo era una religione, un modo di vivere che la generazione di oggi non potrebbe comprendere. Essa naviga nella corruzione e delle menzogne più sfrenate, l’una e le altre necessarie per confondere le idee del popolo e continuare, così, a ingannarlo e tradirlo, unico modo perché l’attuale classe politica (oggi ben individuata in “casta”) possa perseverare nel ladrocinio.

Durante il Ventennio fascista furono compiuti dei veri e propri miracoli, ma ricordarne anche solo alcuni richiederebbe quello spazio che non posso pretendere.

Mi piace però citare solo un paio di quei miracoli, quelli che a me sono più cari; quelli, cioè che riuscirono a pacificare due grandi avversari: il lavoro e il capitale.

Lo Stato Corporativo Fascista riuscì a far superare, prima e meglio di qualsiasi altro Stato, la grande crisi iniziata nel 1929. Con queste parole Zeev Sternhell, professore di Scienze Politiche presso l’Università di Gerusalemme, descrive quell’”eccezionale fatto” (“La Terza Via Fascista”, pag. 128): <Il Fascismo fu una dottrina politica, un fenomeno globale, culturale, che riuscì a trovare soluzioni originali ad alcune grandi questioni, che dominarono i primi anni del secolo>. L’autore continua: <Le ragioni dell’attrazione esercitata dal Fascismo su eminenti uomini della cultura europea, molti dei quali trovarono in esso la soluzione dei problemi relativi al destino della civiltà occidentale>. Il professor Sternhell aggiunge: <Il corporativismo riuscì a dare la sensazione a larghi strati della popolazione che la vita fosse cambiata, che si fossero dischiuse delle possibilità completamente nuove di mobilità verso l’alto e di partecipazione>.

Uno dei lettori del “Civium Libertas” ha scritto, oltretutto in modo stupidamente villano, che parlare di Fascismo significa far ridere i polli. Questo lettore appartiene alla grande schiera dei truffati, quindi è solo da compiangere, ma augurarsi che apra gli occhi e la mente e studi, studi e, ancora, studi quel grande fenomeno che appartiene a tutti noi italiani: il Fascismo e di quel grande uomo, che tutto il mondo ci invidiò e che Winston Churchill stesso così definì la sua attività: <Il genio romano è impersonato da Mussolini, il più grande legislatore vivente (…). Se fossi italiano sono sicuro che sarei del partito di Mussolini>.

Nicola Bombacci, il fondatore con Antonio Gramsci del Partito Comunista d’Italia, dopo la più che deludente esperienza negativa in Urss, rientrò in Italia e volle morire accanto al Duce e, accanto al Duce fu esposto appeso per i piedi a Piazzale Loreto. Ebbene Nicola Bombacci scrisse e dichiarò che solo Mussolini avrebbe portato il vero socialismo. Infatti lo Stato Corporativo era un ponte di passaggio dalla “Carta del Lavoro” del 1927, con la quale, per la prima volta nella storia mondiale venivano codificati i diritti del lavoratore, e la “Socializzazione”, legge emanata nel 1943. In poche parole: “Partecipazione dei lavoratori alle decisioni aziendali e alla partecipazione degli utili”. Per la prima volta nella storia della vita sociale, i lavoratori sono gli arbitri del loro domani, ma essi hanno un grande nemico: il capitalismo e chi ad essa si oppone per miserevoli interessi politici, di centro, di destra e di sinistra.

Tutto questo sarebbe stata una “mazzata” per il capitalista e per il potere finanziario; e allora si spiega il perché del già citato articolo 17 del Trattato di Pace (ricordato nel mio precedente articolo) e dell’articolo 30 del così detto “Armistizio Lungo”, firmato da Pietro Badoglio sulla nave britannica “Nelson” il 29 settembre 1943. L’articolo recita: <Tutte le organizzazioni fasciste, compresi tutti i rami della milizia fascista (MVSN), la polizia segreta (OVRA) e le organizzazioni della Gioventù Fascista saranno, se questo non è già stato fatto, sciolte in conformità delle disposizioni del Comandante Supremo delle Forze Alleate. Il Governo italiano si conformerà a tutte le ulteriori direttive che le Nazioni Unite potranno dare per l’abolizione delle istituzioni fasciste, il licenziamento ed internamento del personale fascista, il controllo dei fondi fascisti, la soppressione della ideologia e dell’insegnamento fascista>.

A seguito di queste imposizioni i politici che subentrarono di centro, di destra e di sinistra dettero luogo allo smantellamento di quel che il fascismo aveva costruito, prima fra tutte la legge sulla Socializzazione. L’abrogazione di questa legge porta la data del 26 aprile 1945. Le aziende vennero così restituite ai “responsabili tecnici della produzione”, ossia, per essere più chiari, ai padroni (art. 5 del Decreto), Decreto che porta la firma di Mario Berlinguer, il padre di Enrico, l’uno e l’altro “difensori dei diritti dei lavoratori”.

<Il bilancio del Fascismo?> si chiede Paul Gentizon, il più grande giornalista svizzero, che così scrive: <Dopo secoli di silenzio e di decadenza, l’Italia ha nuovamente parlato e agito. Dopo la marcia su Roma, lungo la strada del suo destino, pietre miliari imponenti hanno segnato, durante quasi un quarto di secolo, i suoi sforzi e le sue realizzazioni. Esse hanno nome: strade, autostrade, ferrovie, canali di irrigazione, centrali elettriche, scuole, stadi, sports, aeroporti, porti, igiene sociale, ospedali, sanatori, bonifiche, industrie, commercio, espansione economica, lotta contro la malaria, battaglia del grano, Littoria, Sabaudia, Pontinia, Guidonia, Carta del Lavoro, collaborazione di classe, corporazioni, Dopolavoro, Opera di Maternità e Infanzia, Carta della Scuola, Enciclopedia, Accademia, Codici mussoliniani, Patto del Laterano, Conciliazione, vittoria sulla mafia ecc. ecc.. Tutto ciò che il Fascismo ha fatto è consegnato alla storia. E niente riuscirà a cancellare queste prove sorprendenti di una volontà indomabile di creatività e di ricostruzione>. E’ qui che Paul Gentizon ha sbagliato. Egli non ha considerato che “il Fascismo essendo davanti a noi” (e quindi riproponibile con le opportune variazioni necessarie al periodo storico ben diverso), e possa riportare a minacciare il potere dei padroni delle chiavi delle banche internazionali; ecco spiegato il perché della legge Scelba, della legge Reale, della legge Mancino, succube sentinelle al servizio del potere finanziario e del “Diktat”.

Potrei citare mille e mille altri giudizi, non dico positivi, ma addirittura entusiasmanti sulla figura di Benito Mussolini e, fra questi: Pontefici, uomini di stato, politici, artisti, scienziati e tanti, tanti, tanti altri.

Vorrei chiedere all’on. Giulietto Chiesa: se a Zeev Sternhell, a Winston Churchill, a Paul Gentizon, e ai mille e mille tanti altri, è stato permesso l’esaltazione di Benito Mussolini e del fascismo, perché questo diritto è negato a me?

<Poiché ci troviamo su dimensioni fuori dal comune diremo che nessun popolo fu ingannato così magistralmente, così preso in giro e beffato, come il “popolo italiano da tutti i partiti” e dalla loro corte> (George N. Crocker).

Se è vero quanto ha scritto un intellettuale francese (di cui non ricordo il nome): <Diciamo la verità vera: il 95% degli italiani era per Mussolini>, allora, e ripeto: se questo è vero, sorge spontanea una domanda: o erano imbecilli i nostri padri e nonni, oppure…

A voi la risposta.

politica interna
IL LITTORE TAVIANI ED I SUOI DIARI
21 febbraio 2008


l'ex-littore Paolo Emilio Taviani


TAVIANI E I SUOI DIARI

LA STAMPA

Del 3/5/2002 Sezione: Cultura Pag. 19

RIVELAZIONI SU TRAME EVERSIVE, STRAGI E MISTERI DELLA PRIMA REPUBBLICA NEI DIARI DEL LEADER DC

TAVIANI: i giorni dell´Italia in nero

Taviani è morto, che sia dannato per l’eternità!

Un voltagabbana, come tanti altri antifascisti dell’ultima ora, un opportunista che, pur di conseguire e di mantenere il potere, suo personale e della setta politica d’appartenenza, non ha mai economizzato in fatto di menzogne, falsificazione della realtà e mancanza di scrupoli.

Anche in attesa della fine, nella compilazione definitiva dei suoi diari,quando ormai solo la storia poteva incaricarsi di emettere il giudizio definitivo sulla sua equivoca condotta politica, non ha avuto l’estremo coraggio di fare piena luce sugli avvenimenti che lo hanno visto coinvolto e responsabile. Ipocritamente e falsamente, da puro democristiano, lancia gravissime accuse generiche contro tutto un mondo –quello rappresentato da chi ha vissuto l’esperienza di “ORDINE NUOVO”, senza fare nomi. Eppure lui, in quanto responsabile del Ministero dell’Interno, quei nomi doveva conoscerli, considerato che con tanta sicurezza afferma che collaboravano con organismi dello Stato! Non ci vuole che un granello d’intelligenza per comprendere che, se qualche traditore o rinnegato può esserci stato –che per puro caso può essere transitato in una qualche sede di Ordine Nuovo- gli stessi non hanno certo reso un servizio degno di lode al movimento ordinovista. Se individuati, come minimo sarebbero stati radiati o sarebbero andati incontro ad altra meritata punizione. Con quanta imbecillità si può continuare a sostenere che Ordine Nuovo ha, in qualsiasi modo, collaborato con una qualsiasi componente delle “Istituzioni”, se è stato proprio “Ordine Nuovo”, e proprio per disposizione dell’ex littore Paolo Emilio Taviani, l’unico movimento ad essere pesantemente colpito dalla repressione democratica e messo “fuori legge”?

Probabilmente, qualcuno, un giorno svelerà il mistero. Quando tutti i veri colpevoli saranno morti

IL 27 giugno dello scorso anno, su ordine della Procura di Brescia, il reparto Antieversione dei Ros si presentò nella sede del Mulino, a Bologna, per sequestrare una copia dei diari di Paolo Emilio Taviani, morto nove giorni prima. Il senatore a vita - lo nominò Cossiga nel 1991 - aveva più e più volte, in diverse sedi, promesso rivelazioni sui misteri della Repubblica. Ne aveva in verità qualche titolo essendo stato grande capo partigiano, segretario della Dc, ras di corrente, ministro della Difesa e dell'Interno varie volte, nell'arco di un periodo cruciale, dagli anni cinquanta alla metà degli anni settanta. Ricevuta la visita dei Ros, il responsabile della sezione Storia del Mulino, Ugo Berti, dichiarò in ogni caso all'Ansa: «La pubblicazione procede regolarmente secondo i programmi. Nei prossimi mesi dell'anno prossimo il volume sarà in libreria». Eccolo, dunque: Politica a memoria d'uomo (445 pagine, 20 euro). In una delle ultime pagine, nel tirare le somme, Taviani scrive: «Fu guerra, calda o fredda, ma sempre guerra (...). Non sono sicuro di aver mai sbagliato. Per un uomo politico è già un successo salvarsi l'anima». Anche per mezzo dei diari. Per cui ecco subito quanto probabilmente interessava a magistrati e carabinieri. Taviani l'ha racchiuso in una quarantina di pagine. Piazza Fontana - di cui si occupò tornato al Viminale nel 1973 insieme con i vertici dell'Antiterrorismo (Santillo) e degli Affari Riservati (D'Amato) - offre la prima sorpresa. «La responsabilità della strage è interamente dell'estrema destra e in particolare di Ordine nuovo: uomini tecnicamente seri, collegati con settori deviati dei servizi segreti». La Cia non c'entra nulla, ma l'esplosivo, venne fornito a uomini di On da un «agente nordamericano» che proveniva dalla centrale tedesca e apparteneva al servizio segreto dell'esercito: «Assai più efficiente della Cia». In Italia qualcuno seppe e anzi cercò di evitare. Taviani racconta di un certo avvocato Fusco, con frequenti legami con il Sid, che la sera del 12 dicembre doveva andare a Milano per «recare il contrordine sugli attentati previsti». Ma a Fiumicino seppe della bomba. Poco dopo la strage, da Padova, un ufficiale del Sid raggiunse Milano «per sostenere il depistaggio sulla sinistra». La bomba non doveva, secondo Taviani, causare morti, come accadde a Roma. Lo deduce dal fatto che, «una volta verificato che nel crimine erano implicati anche alcuni uomini delle istituzioni, non è supponibile che essi cinicamente pensassero di uccidere tanti innocenti». A meno che gli esecutori abbiano poi «disatteso gli ordini ricevuti». A questa ricostruzione Rumor, Fanfani e Moro non vollero mai credere. Taviani al contrario, come «atto politico» e sulla base della sentenza ottenuta dal pm Occorsio, decretò lo scioglimento di Ordine nuovo. La fine della teoria degli «opposti estremismi» ebbe sanguinose conseguenze. Tornato al Viminale liquidò anche alcuni agenti e confidenti arruolati dal precedente ministro (Restivo); «servizi paralleli», si disse in seguito, erroneamente identificandoli con Gladio. Tali spezzoni divennero «schegge impazzite». Mario Tuti ne fu il tipico esponente. A questo ambiente para-golpista, Taviani imputa la strage dell'Italicus. Era il 1974. Ma pure sull'attentato di Bertoli il ministro ebbe il dubbio che l'«anarchico» venuto da Israele potesse essere stato aiutato dal Sid del generale Maletti, di cui ricorda che era «filo-israeliano» (mentre il generale Miceli era filo-arabo). Anche la strage di Brescia è collegata a On: «i carabinieri vi avevano infiltrato un informatore». La bomba era in realtà destinata all'Arma, per vendetta, ma per la pioggia i militi si erano spostati dall'area prescelta per l'esplosione. [TITF]Il padre di Gladio Taviani si assume in pieno la responsabilità di aver fatto iniziare le indagini su Edgardo Sogno; e sostiene anche di aver duramente pagato la sua convinzione che le stragi fossero state «sicuramente ed esclusivamente di destra». Quando cadde il governo venne sostituito - e si riporta un vivace resoconto di come il sinedrio Dc, riunito a piazza del Gesù, distribuisse gli incarichi, con offerte, battute crudeli e sbattimenti di porta. Nel novembre del 1974 finirebbe in realtà il potere governativo di Taviani, l'uomo che in nome dell'atlantismo mise in piedi Gladio. Ma la sua influenza politica continua. Del tutto ingiustificata, la campagna contro l'organizzazione Stay Behind, a suo giudizio, venne aperta con l'obiettivo di contrastare Cossiga che aveva buone speranze di conquistarsi a picconate un secondo mandato presidenziale. In più - ed è una rivelazione - i comunisti sapevano non solo di Gladio, ma anche della base di Capo Marargiu: e questo perché l'aveva detto lui, Taviani, all'allora segretario Longo. Sulle Br, oltre a numerosi sospetti sui collegamenti con i seguaci di Secchia, è annotata una confidenza del generale Dalla Chiesa secondo cui nel 1977, e cioè pochi mesi prima del sequestro Moro, l'evasione di Prospero Gallinari «venne favorita con lo scopo di scovare Moretti». Sui servizi segreti esteri c'è un'abbondante aneddotica. Dall'idea di utilizzare la Stasi in funzione anti-Tito al Mossad che Taviani considera responsabile dell'attentato all'aereo Argo 16; dall'«ottusità» anticomunista della Cia all'«abilità» del Kgb, di cui pure nega che sia riuscito - come scritto nel dossier Mitrokhin - a mettergli una segretaria alle calcagna. Entrambi i servizi delle grandi potenze della guerra fredda, comunque, «convergevano a un medesimo risultato: mantenere l'Italia in tensione». Questo dunque - con inevitabile sintesi e conseguenti forzature di chi gli ha riservato una prima lettura - contengono più o meno le pagine più scabrose delle memorie tavianee. Un autentico tesoro per gli appassionati di trame e misteri. Ma i diari dei potenti, per fortuna, interessano anche gli storici e i normali lettori. E infatti sarebbe ingiusto ridurre questo volume, tra i più interessanti nella memorialistica della Prima Repubblica, a una sequela un po' paranoica di verità, sospetti, cospirazioni. Taviani si salva l'anima, infatti, anche raccontando in profondità il suo lungo tempo di leader e capocorrente democristiano. Gli anni avventurosi, ma indimenticabili della Resistenza, quelli che un giorno spingeranno Fidel Castro a rivolgerglisi come «colega en la experiencia guerrillera». [TITF]Affrancarsi dal Vaticano

Come pure l'austerità della Costituente, quel pasto di «pane, mele e un bicchiere di vino bianco» al primo congresso Dc. Le ramanzine di Sturzo, le «manovre» di Gedda, in sostanza la dura lotta sotterranea per liberarsi dalla tutela vaticana, la lettura tra le righe dell'Osservatore romano, il timore degli effetti che un certo discorso avrebbe suscitato sull'«Uomo Bianco», cioè il Papa. Timori a loro modo giustificati, e fino all'ultimo, se è vero che da Oltretevere non gli perdonarono di essere andato lui, come ministro dell'Interno, ad annunciare in tv i risultati del referendum sul divorzio. In più viene fuori il personaggio: gastronomo, amante della famiglia, celebre studioso di Colombo. Come ogni grande democristiano, è al tempo stesso spregiudicato e spirituale, per cui fa cose assai discutibili, le fa a fin di bene e le racconta pure. La volta che, da ministro, per far dimettere sul serio il tentennantissimo De Nicola da presidente della Corte costituzionale chiede ad alcuni suoi amici ex partigiani di appendere dei manifesti contro di lui nel quartiere di Napoli dove abita. Oppure la volta che per aggirare le difficoltà, si fa costruire dall'esercito un aeroporto a Lampedusa. O acquista - in Senegal! - un pacco di lettere (poi rivelatesi false) in cui Pio XII si rivolge chiaramente a una specie di fidanzata. Sfila nel diario tutto un mondo. De Gasperi pensoso, Dossetti irrequieto, La Pira ardente, Fanfani volitivo. E Nenni, e i comunisti. Ecco: a distanza di anni, davvero colpisce nei diari tavianei l'intensità con cui la Dc cerca a tutti i costi - e trova, non c'è dubbio - un rapporto di convivenza con il Pci. E di nuovo occorre tornare ai segreti rivelati se nel gennaio del 1955, in piena Guerra Fredda, i servizi italiani scoprono che l'Urss ha appena finanziato il pci con un cifra che corrisponde a 40 miliardi di oggi. Ebbene, in una riunione con Scelba e Martino, si decide di far finta di niente: «Abbiamo sempre detto che il Pci è pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamento comporterebbe necessariamente mettere al bando il Pci. Dunque la guerra civile». Taviani arriva a corteggiare apertamente il Pci a metà anni settanta. Nel 1975 prova a convincere addirittura la Cia dell'affidabilità di Berlinguer; e l'anno dopo a Mosca sonda i sovietici se nel quadro della distensione sarebbero disposti a comprendere un governo che veda insieme Dc e Pci... Come poteva uno come lui, pure profeta inascoltato di Tangentopoli, comprendere quel che stava per accadere? Eppure «il nome di Di Pietro - scrive - è forse l'unico fra gli italiani degli anni novanta che rimarrà nella storia e non nella cronaca. Proprio come vi restò Giovan Battista Perasso detto Balilla. Con una differenza; che quest'ultimo, gettato il sasso, non pretese rimanervi nella storia, al punto tale che alcune balzane correnti storiografiche ne contestano l'identità». Riflessione tortuosa, ma efficace: molto democristiana.

Filippo Ceccarelli

POLITICA
RICORDO DI NANDO PENSA
19 febbraio 2008
 

RICORDO DI UN INVIATO SPECIALE, MOLTO SPECIALE 

C’era una volta.
Anche questa storia potrebbe cominciare come tante altre, narrate ai bambini come se fossero frutto di fantasia, ma nelle quali gli anziani celavano –spesso con pudore- i ricordi della propria vita.
Il racconto poteva frantumarsi in tante storie minime che s’intrecciavano, si accavallavano, richiamando or l’una or l’altra dalle anse dei ricordi -senza un continuum- interrotti a volte dalle pause d’un respiro che l’emozione tratteneva.

Ricordare può essere doloroso, può essere dolce, può essere lieto, ma sempre stringe il cuore nella morsa della malinconia struggente di tutto quanto avrebbe potuto essere e non è stato. Ci emoziona la consapevolezza del tempo passato, senza averci dato il tempo di fare le cose che ci sembravano tanto importanti, tanto urgenti, tanto impellenti, così esclusivamente nostre da non poter essere realizzate da nessun altro.
Illusioni subliminali, che tali si rivelano quando è troppo tardi per continuare ad inseguirle.
Eppure, nella vita, è necessario sognare, è necessario illudersi, per quanto possa sorprenderci il risveglio.
Quando ci sveglieremo la vita sarà già passata e sogni ed illusioni ci avranno aiutati a sorvolarne gli scogli.
Quando non si riesce a sognare, quando non ci si riesce più ad illudere, ci si può sempre rifugiare nella fede.

Erano i giorni che ci avvicinavano al Natale del 1974. Ero esule a Barcellona, in Spagna, e mia madre era riuscita a raggiungermi. Il Natale e la fine d’anno non sono mai riuscito a viverli con gioia, ma sempre con l’animo turbato da una sorta di tristezza, di vuoto. Forse perché non ho mai avuto la possibilità di vivere quei giorni in famiglia, con la mia famiglia, così come l’immaginario collettivo lo vive. Non ricordo di aver mai passato un Natale con mia madre, mio padre, mio fratello, un presepe, un albero, i doni. Mancava sempre qualcuno o qualcosa.

La presenza di mia madre, in quel mio primo Natale d’esilio mi fu di conforto. Ebbi anche la sorpresa dell’arrivo di Nando Pensa -inviato speciale de “Il Giorno” di Milano- e di sua moglie, venuto ad intervistarmi su incarico del suo giornale. La sua intenzione, come mi confessò in un’altra occasione, era quella di “farmi a pezzi”.

Nando era un marxista, di madre americana e nato negli Stati Uniti, aveva fatto il servizio militare nei sommergibilisti nel Pacifico combattendo contro i giapponesi (aveva chiesto di non combattere contro gli italiani) e, ovviamente, antifascista. Rimase tre giorni a Barcellona, imparò a conoscermi, diventammo amici, ripartì abbracciandomi commosso. Ci saremmo spesso sentiti per telefono, seguì attentamente tutte le fasi del processo di primo e di secondo grado contro il M. P. Ordine Nuovo a Torino, procurò puntualmente le copie degli atti processuali e riuscì a darmi spesso notizie di Adriana.

Passarono gli anni, il mio esilio continuava, vivevo in quell’epoca ad Algeciras, sull’altro lato della baia che porta lo stesso nome, di fronte a Gibilterra.

Dalla stiva della nave “Olterra” bloccata ad un molo del porto di Algeciras erano partiti gli “Uomini Rana” della Marina Militare italiana per violare la munitissima base di Gibilterra, facendo impazzire i “servizi” inglesi che non riuscivano a capire da dove arrivassero quei sabotatori. Azioni che sarebbero entrate nella leggenda della marineria di tutto il mondo, poco conosciute dagli italiani. Forse qualcuno le avrà viste narrate in film come "I Sette dell'Orsa Maggiore" o ancora ne "La Donna che venne dal mare", interpretato da un ottimo ed ancora patriottico Vittorio De Sica e dalla brava e bella Sandra Milo, per la regia di Francesco De Robertis.

In un giorno d’autunno suonarono alla porta di casa e, con mia grande sorpresa, all’aprire mi trovai davanti Nando Pensa.
Dopo brevi convenevoli mi spiegò che era riuscito a sapere da mia madre come fare per riuscire a raggiungermi. Di Nando potevo fidarmi, ma avrei preferito, comunque, che mia madre mi avesse preventivamente informato e che fossi stato io a decidere sul dove, sul come e sul quando. Ormai era troppo tardi per recriminare e Nando ubicò la sua intervista a Sfax, in Tunisia…

L’Italia reclamava ancora la mia estradizione, mi trovavo in Spagna in una situazione molto precaria e la mia presenza era tollerata -in regime di libertà vigilata- solo perché avevo presentato l'ennesima richiesta d’asilo politico al Governo spagnolo e all'U.N.H.C.R. dell'O.N.U., ed ero in attesa di una risposta.
L’intervista che aveva motivato la sua visita ad Algeciras era stata un pretesto, ma lo seppi solo dopo circa sei mesi.

Nando mi aveva chiesto di procurargli della documentazione sui “Serenos” una sorta di guardie notturne, un'istituzione nella Spagna di Franco, guardie amate e rispettate dalla popolazione, agenti in pensione che giravano i quartieri in bicicletta e davano sicurezza alla gente.
Telefonai a Milano per parlargli dei Serenos e delle “Guardie rurali” (altro argomento che gli interessava per una rivista che avrebbe dovuto essere pubblicata), chiesi di lui, mi rispose sua figlia e mi sentii dire che Nando era morto.

Seppi più tardi da Adriana che, sapendo di dover morire, era venuto ad Algeciras per salutarmi un’ultima volta e che in punto di morte avrebbe detto a chi gli stava vicino di salutare per lui i due suoi amici Adriana e Salvatore.

Avevamo perso un amico.

Un amico testone che insisteva a credere che le mie idee fossero influenzate dallo shock derivato dal fatto che mio padre fosse stato fucilato dai partigiani quando avevo solo sette anni.
No, Nando.
Ho saputo di mio padre quando “il dado era già stato tratto”, quando la mia scelta era già stata fatta, forse perché già scritta nel mio DNA.
Un’importante conseguenza –fra le tante che hanno influenzato la mia vita- la morte di mio padre l’ha avuta ed è il fare emergere –forse oltre misura- il senso del dovere e della responsabilità.
Mia madre non mi ha mai parlato delle scelte fatte da mio padre se non quando io avevo già fatto le mie ed i miei ricordi degli anni di guerra risalivano a quando ero troppo giovane per capire, per dare un senso a quanto mi accadeva intorno. I ricordi, di fatti sia pur vissuti intensamente, non potevano darmi delle spiegazioni storiche ed ancor meno politiche.
Erano i ricordi come di un “osservatore”, di qualcuno che avesse vissuto il periodo della guerra dall’esterno. Una sensazione che mi accadrà di sentire più volte nel corso della mia vita, una sorta di distacco dalla realtà che mi ha permesso di non essere coinvolto laddove non lo volessi, un modo di sentire che era quasi un “non sentire” che mi ha consentito vivere in circostanze dove forse anche la sopravvivenza era difficile.
No, prima di fare le mie scelte politiche, culturali, esistenziali, non sapevo che la mia esistenza sarebbe stata condizionata dalla guerra civile, non potevo immaginare che sarebbe stata un’interminabile faticosa salita.
Non sapevo neppure che l’avrei comunque affrontata e percorsa con determinazione, qualsiasi masso ci fosse stato da rimuovere o da sospingere.

Non sapevo che ogni passo compiuto, ogni ostacolo superato, ogni approssimarsi alla cima, che è pur sempre anche il traguardo della vita, sarebbero state le difficoltà, gli ostacoli, i dirupi superati ad aver dato significato all’esistenza, a non aver reso vano il passaggio.

Salvatore Francia


POLITICA
DA CHE PARTE STAVA VIOLANTE?
19 febbraio 2008


Solidarietà con gli IBO.
Dov'erano i "democratici"?
Violante sequestrava e protocollava questo volantino con il n. 199/5

POLITICA
ARMI LETALI DEL M.P. ORDINE NUOVO
19 febbraio 2008

 
Volantino sequestrato da Violante, prot. n. 169.



VOLANTINO CHE ANNUNCIAVA UN COMIZIO, AUTORIZZATO DALLA QUESTURA,
REGOLARMENTE TENUTO. DUEMILA "COMPAGNI" NELL'ADIACENTE PIAZZA
CARLO FELICE HANNO ASCOLTATO IN SILENZIO. NESSUN INCIDENTE.


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POLITICA
ARRUOLAMENTO PER LA GUERRA DEL M.P.O.N.!
19 febbraio 2008
 
OCCORREVA PROPRIO ESSERE SORDI E CIECHI PER NON CAPIRE, PER NON RENDERSI CONTO CHE ORDINE NUOVO CHIAMAVA ALLE ARMI, SPECIALMENTE I GIOVANI, PER MOBILITARLI, A COLPI DI VOLANTINI, OPUSCOLI, LETTURE, CONFERENZE, GIORNALI CON TIRATURE MINIATURIZZATE, DIBATTITI E LA FORZA DELLE IDEE, ALLO SCOPO DI CONTRASTARE E ABBATTERE LE SUPERPOTENZE ARMATE FINO AI DENTI, CON MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA PLANETARI, CON POLIZIE D'OGNI GENERE, CON MEZZI FINANZIARI SENZA LIMITI, CON SPREZZO D'OGNI LEGGE E D'OGNI REGOLA DEL VIVERE CIVILE! SOLO DUE MAGISTRATI LO CAPIRONO: OCCORSIO E VIOLANTE!

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POLITICA
LE ARMI DEL TERRORE ORDINOVISTA
19 febbraio 2008

 
SEQUESTRANDO QUESTO VOLANTINO, FORSE LUCIANO VIOLANTE INTENDEVA SCHIERARSI A FAVORE DI PINOCHET? QUESTO VOLANTINO FU DIFFUSO IL 12 SETTEMBRE 1973, CIOE' IL GIORNO DOPO DELL'AVVENUTO GOLPE DI PINOCHET, ORGANIZZATO E VOLUTO DAGLI STATI UNITI. NON CI VOLEVA MOLTO A CAPIRLO.

P.S.
se avete problemi di lettura o di intelligibilità, potete cliccare col tasto destro sull'immagine e salvandola  vederla nelle sue dimensioni originali
POLITICA
LIBERTA' A SENSO UNICO
19 febbraio 2008

 
LUCIANO VIOLANTE
il G.I. comunista addetto alla repressione
calpestando legge e diritto

L'assemblea della A.N.M., Sez. Piemonte e Valle d'Aosta,

riunita presso il Tribunale di Torino il 10.2.1971;

considerata

la situazione di tensione apertasi nel Paese in conseguenza della violenza e criminalità di gruppi fascisti, la cui organizzazione paramilitare contrasta apertamente contro il dettato costituzionale;

preso atto

delle denunce mosse da vari settori dell'opinione pubblica,

contro le connivenze che consentono il permanere e l'accrescersi delle organizzazioni fasciste e ne tutelano implicitamente l'azione impedendo l'accertamenteo delle responsabilità penali degli autori dei crimini;

ritenuto

che tali denunce sono indirizzate verso tutti i settori della cosa pubblica, dal Governo, agli organi di polizia, alla Magistratura:

esprime

la più decisa riprovazione verso il risorgente squadrismo fascista;

rammenta

che sono tuttora vigenti norme costituzionali e penali che colpiscono manifestazioni e organizzazione di ispirazione fasciste;

rinnova l'impegno

di adesione alla recente deliberazione del Consiglio Superiore della Magistratura alla applicazione di tutte le norme dirette a spezzare la spirale della violenza fascista e ad accertare le relative responsabilità penali, collusioni, protezioni;

dà mandato

alla segreteria della Giunta di trasmettere la presente deliberazione agli organi centrali dell'Associazione perché la renda pubblica e ne curi la pubblicazione sul giornale "La Magistratura".

Firmato: Ambrosini, Violante, Pepino, Acordon, Aragona, Prat, Franco, Carassi, Converso, Palmisano.

I sottoscritti

preso atto della mozione presentata da Ambrosini ed altri;

considerato

come tale ordine del giorno abbia una chiara funzione politica,

considerato

come tale ordine del giorno contenga una presa di posizione nei riguardi di azioni penali in corso e che si auspica vengano aperte nei confronti di determinati ed individuati gruppi di cittadini;

considerato

come tale ordine del giorno appaia gravemente pregiudizievole della imparzialità che la magistratura deve tenere di fronte a tutti i cittadini,

Ritengono

tale ordine del giorno non possa venir posto in discussione davanti a una assemblea dell'A.N.M. ex art. 2 Statuto.

Firmato: Aurelio Catra

" Mario Cicala

" Edoardo Denaro

" Marcello Maddalena


Violante non si darà per vinto ed imperverserà per anni, sottoponendo leggi e diritto alla sua sfrenata ambizione di protagonismo e di potere!
Il suo processo contro il M.P. Ordine Nuovo di Torino, basato sul nulla, produrrà circa 1.500 perquisizioni in tutta Italia, 150 inquisiti, 70 rinviati a giudizio, una mezza dozzina di condanne, quattro morti per cause varie. Distruggerà la serenità di intere famiglie, perseguiterà gli indagati sui posti di lavoro, minaccerà fornitori e clienti degli "indagati" e dei loro familiari, alcuni dei quali saranno costretti a fallire, mentre altri vedranno rovinato il lavoro di una vita.
Ma lui non imparerà a sorridere Quando ci proverà, sulle sue labbra non apparirà altro che l'ombra maligna del ghigno del suo cinismo.

POLITICA
LE ARMI DELLA PAURA (1)
19 febbraio 2008

L'ARMA SEQUESTRATA E  PROTOCOLLATA DAL GIUDICE ISTRUTTORE (COMUNISTA) LUCIANO VIOLANTE, CON IL N. 170

POLITICA
IL M.P. ORDINE NUOVO A TORINO
18 febbraio 2008


LUCIANO VIOLANTE
il Torquemada rosso

 

IL M.P. ORDINE NUOVO A TORINO
di Salvatore Francia


La Reggenza provinciale del M.P. Ordine Nuovo di Torino -in anticipo sulle altre Reggenze- si rese conto di cosa pensava realizzare il Sistema, comprese (si era intuito fin dai tempi di De Lorenzo che il “sistema” intendeva creare le condizioni di contrapposizione fra gli opposti extraparlamentarismi…), che il progetto prevedeva anche l'utilizzazione di elementi e formazioni, possibilmente, dell'area -certo non omogenea- definita di destra, in attività di neutralizzazione di elementi e movimenti di sinistra, e viceversa). Successivamente sarebbe stata loro attribuita la responsabilità dell'annientamento della sinistra (...come se l'operazione fosse stata possibile e semplice...!) e quindi, a sua volta, messa in condizioni di non nuocere.

Con garanzia di sopravvivenza per la partitocrazia, dei suoi epigoni corrotti e corruttori, con garanzia di perpetuazione dei trattati internazionali sottoscritti dalla partitocrazia, di asservimento dell'Italia agli interessi della N.A.T.O. e dell'O.N.U., strumenti politico-militari degli U.S.A. e dei loro interessi nel mondo.

Fu ritenuto fosse doveroso sottrarsi a quella logica micidiale quanto criminale. Da questa considerazione derivò la decisione di andare in montagna nel caso il Sistema avesse deciso di portare avanti il suo progetto di provocazione sino a rischiare la guerra civile.

Nella fase preparatoria, nelle intenzioni, andare in montagna -in caso di golpe- significava conoscere la montagna per poter affrontare eventuali vie di evacuazione di quanti avessero rifiutato di essere coinvolti nei giochi del Sistema. L'evacuazione era prevista verso la Francia e, per la vicinanza del confine, della facile possibilità di isolamento dell'intera vallata, fu scelta la Valle di Susa. I militanti e gli aderenti sarebbero stati messi al corrente di questo piano solo se si fossero presentate le condizioni di emergenza. Erano ovvie le condizioni di estrema riservatezza. Le gite di fine settimana nelle diverse zone avevano questo scopo.

I famosi campeggi del 1970 e del 1972, assurdamente definiti paramilitari, hanno avuto quindi lo scopo esclusivo di sottrarsi ad un eventuale scontro con le sinistre, a nome e per conto del Sistema e della N.A.T.O., e quello di evacuare verso la Francia quanti lo avessero desiderato.

Luciano Violante, magistrato militante nell'estremismo comunista di Potere Operaio, a suo tempo perse un’occasione unica di capire cosa stava succedendo in Italia: indubbiamente la sua non é stata trascurabile collaborazione al progetto U.S.A.-N.A.T.O. che, solo più tardi, dopo l'esperienza quasi decennale di peregrinazioni -fra carceri ed esilio- attraverso l'Europa di numerosi militanti ordinovisti, si é compreso quanto fosse vasto ed articolato.

Nel frattempo il Centro di Torino approfondisce lo studio ed i termini della socializzazione corporativa con una serie di ipotesi istituzionali assolutamente innovative nel contesto politico italiano ed europeo, in alcuni punti ispirate dalle intuizioni del primo falangismo spagnolo. Le tesi torinesi avrebbero dovuto -logicamente e doverosamente- passare al vaglio del dibattito interno prima ed esterno in un secondo momento, quando fosse stata verificata la validità di quelle linee eterodosse che volevano la rappresentanza popolare articolata -su base corporativa- su una selezione che seguisse la linea verticale azienda-comune-provincia-regione-camera nazionale dell'economia e della produzione; la socializzazione integrale delle aziende (realizzando, in fondo, un principio che fu già di Mazzini) che voleva nelle stesse mani lavoro-capitale-mezzi di produzione; nazionalizzazione del sistema bancario e degli istituti finanziari, loro ristrutturazione e creazione delle banche corporative, ognuna facente capo ad un determinato settore produttivo che raccogliesse tutte le attività ad esso connesse, coordinate dalla banca centrale; attribuzione allo Stato della programmazione delle attività produttive in collaborazione con le corporazioni, preposte alla loro realizzazione; azzeramento della sovrastruttura fiscale, con prelievo del fabbisogno direttamente dalle banche corporative (che gestiscono tutte le risorse finanziarie del proprio settore), la cui proprietà é di tutti gli addetti al rispettivo settore di produzione: il prelievo avverrebbe, sulla base di criteri prestabiliti, ai diversi livelli di gestione (azienda, comune, provincia, regione, Stato) ognuno responsabile del proprio livello di attribuzioni; ricerca delegata all'Università, in stretta connessione con i settori produttivi; gratuità di tutti i livelli di studio, seguendo un giusto criterio di selezione (che tenga conto della volontà, dell'intelligenza, dell'impegno, dell'interesse culturale e professionale) istituendo in ogni località vere e proprie cittadelle dello studio e della ricerca dotate dei più moderni strumenti, di alloggi e mense per gli studenti; attribuzione a chi si dedica allo studio di una gratificazione economica che possa compensare le famiglie di provenienza dei mancati introiti da lavoro del congiunto impegnato in attività di studio; abolizione del servizio di leva, istituzione del volontariato non professionale (limitato ad ufficiali e sottufficiali), inserimento dello studio delle materie di interesse militare in ogni grado della scuola e dell'università, con brevi periodi di addestramento, rendere consapevoli i cittadini della necessità di dotarsi degli strumenti necessari alla difesa del territorio in cui vivono -dagli eventuali pericoli interni- e dello Stato-Nazione-Europa di cui fanno parte. Si cercava di elaborare un modulo organizzativo che potesse facilmente -espandendosi- essere adottato da tutti i Paesi europei.

Ordine Nuovo é stato una fucina di idee che hanno saputo forgiare minoranze politiche con una propria originale connotazione rivoluzionaria: forse é questa la ragione per la quale, dopo tanti anni dal suo scioglimento, Ordine Nuovo continua ad essere attaccato, criminalizzato, demonizzato da quanti vedono nella continuità e nello sviluppo del sistema capitalistico-liberale, la fonte delle proprie personali fortune.

Non si può escludere che il cosiddetto documento dal titolo "Appunti per una teoria dell'organizzazione", arbitrariamente attribuito a Salvatore Francia, documento che ha fornito la motivazione ufficiale della condanna a cinque anni di carcere per "cospirazione politica", sia stato confezionato da un qualche servizio preposto all'azione di provocazione ed intossicazione, e fatto recapitare anonimamente all'allora sindaco comunista di Torino Diego Novelli.

Luciano Violante, e come lui molti altri magistrati comunisti militanti in Magistratura Democratica, riuscì a non capire nulla, in quanto implicitamente quanto inconsciamente complice di una strategia che avrebbe distrutto la sua parte politica a livello planetario.

La lettura della sentenza del processo celebratosi a Torino contro il M.P. Ordine Nuovo é illuminante: anche in questo caso le motivazioni sono risibili,[1] inconsistenti, pretestuose, per di più basate sulla attribuzione falsa di elementi assolutamente inesistenti, il tutto montato ad arte secondo la tecnica molto diffusa (é stato fatto rilevare anche al dott. Pierluigi Vigna di Firenze) di voler inquadrare i fatti e la loro interpretazione in modo da dimostrare un teorema precostituito, nella incapacità -in senso proprio o per malafede- di guardare obiettivamente, con distacco e serenità di giudizio i fatti e trarne una legittima interpretazione.

Significativa, a questo scopo, l'interpretazione data da Violante alla storia dei campeggi svoltisi in alta Valle di Susa nell'agosto del 1970 e del 1972, senza alcuna spiegazione e senza prova alcuna definiti paramilitari.

Disse una volta Pino Rauti che, ovunque fosse stato un ordinovista, là sarebbe continuato a vivere Ordine Nuovo.

Di ordinovisti ce ne sono, tanti. Oggi, forse più di quando potevano ancora organizzarsi ed esprimersi liberamente.

[1]Nel corso della sua requisitoria il P.M. dott. Vincenzo Pochettino motiverà la sua richiesta di condanna con il fatto che il M.P. Ordine Nuovo di Torino rappresentava "...un pericolo di pericolo..." per le istituzioni; che il "documento" arbitrariamente attribuito a Salvatore Francia non aveva importanza non fosse stato trovato nel corso delle 1.500 perquisizioni ordinate dal G.I. dott. Luciano Violante, perchè "comunque" era sicuro che il Francia ne fosse venuto a conoscenza e ne avesse fatto uso, affermazioni assolutamente campate in aria, non supportate non solo da prove o testimonianze, ma neanche da indizi...! Inutile sottolineare che nessun Tribunale, che non fosse brutalmente condizionato politicamente, avrebbe potuto accettare di costruire un processo per "cospirazione politica mediante associazione", sulla base della fotocopia di un "documento" anonimo giunto in forma anonima -secondo le sue affermazioni- al sindaco comunista di Torino dott. Diego Novelli, che non ha neppure saputo indicare da quale località gli sarebbe stato spedito... Il perito calligrafo del Tribunale, Aurelio Ghio -che qualche anno più tardi sarà processato e condannato per una sua falsa perizia nella vicenda relativa al "Corvo" di Palermo- stilerà una sconclusionata "perizia" ad usum delphini (sempre su una fotocopia...) che...confermerà quanto doveva confermare...




FOTOGRAFIA INEDITA IN ANTEPRIMA ASSOLUTA: la prova del
pericoloso "campeggio paramilitare" dell'agosto 1972 sui ruderi
del forte Pramand in Valle di Susa. Nella foto, da sinistra a destra:
Giuseppe Stasi - Alberto Isoardi - Adriana Pontecorvo - Vittorio Ambrosini - Bruna Mura - Piero Gibbin - Salvatore Francia
Da sottolineare il fatto che Bruna Mura, amica di Adriana, non si era mai interessata di politica e non aveva mai messo piede nella sede di Ordine Nuovo.
Le condanne, pesantissime,  saranno per "cospirazione politica". Violante, giudice istruttore, farà una rapida carriera politica, che lo porterà fino a ricoprire la terza carica dello Stato: Presidente della Camera dei Deputati. Sulla pelle di persone contro le quali non nutriva senso di giustizia, ma odio di parte. 

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