.
Annunci online

ordinenuovo
DOCUMENTI PER SFATARE, IGNORANZA, MALAFEDE, PREGIUDIZIO , PRECONCETTO, CARRIERISMI, DIKTAT DI OGNI SORTA E DI OGNI DOVE, FALSITA'
Link

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte



"Non è mai morto
ciò che è eterno"

politica interna
FACILI PREVISIONI
7 marzo 2008


volantino del M.P.O.N. di Torino - marzo 1973

FASCISMO A SINISTRA?

Da «Lotta Continua» a «Potere Operaio », dal «Partito Comunista marxista· leninista d'Italia» a «Lotta Comunista », dalle« Brigate Rosse» ai «GAP »: è tutto un fiorire di iniziative sovversive, che « perseguono finalità antidemocratiche, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica, propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione ». Esattamente com'è pre­visto dalla legge 20/6/52 n. 645 (la famigerata « legge Scelba) », volta a reprimere le attività e le organizzazioni «fasciste ».

A sinistra si rapina, si uccide, si rapisce, si ricatta, si minaccia, si fa ampio uso del terrorismo, si esalta e si realizza ogni forma d'azione politica violenta ... e tutto si giustifica in nome della mistificazione proletaria.

A destra si deve subire ogni violenza, ogni ricatto, ogni limitazione delle libertà politiche e personali: se si "reagisce", si è messi fuorilegge! ,

Il « sistema» politico italiano, basato sulla democrazia (l) che garantisce la libertà di associazione (!) ha deciso di passare alla fase repressiva più indegna, decidendo, stando ad una nota ufficiosa del Ministero .degli Interni, di mettere fuori legge e di sciogliere l'organizzazione politica « Avanguardia Nazionale ».

Con questa iniziativa il sistema democratico ha sancito il proprio duplice fallimento: .

1° - Il sostenere che, dopo trent'anni di democrazia antifascista, in Italia esista ancora un pericolo « fascista» ... vuol dire riconoscere di aver sbagliato tutto!

2° - Mettere fuori legge un'organizzazione politica, qualsiasi essa sia, di­mostra ancora una volta che non possono esistere regimi democratici, ma coa­lizioni di interessi economici, di compromessi, camuffati da democrazia, sostenuti dalla farsa elettorale che si rinnova ogni cinque anni.

Noi non siamo di « Avanguardia Nazionale », ma non possiamo chiudere gli occhi davanti alla realtà politica che ci si prospetta. La decisione del Ministero degli Interni e del Governo sarebbe di una gravità estrema: sappiamo che potreb­be toccare anche a noi, potrebbe toccare a chiunque di voi.

Noi abbiamo il torto di non voler essere servi, di non voler accettare la schiavitù del nostro popolo, di non voler accettare compromessi con il capitale (come da sempre accade per i partiti del regime, dal P.C.I. al M.S.I.): noi vogliamo essere uomini, vogliamo essere liberi, per questo hanno individuato in noi i più pericolosi nemici di questo sistema politico corrotto e corruttore, di questo sistema che inquina le coscienze. di questo sistema che toglie agli uomini la libertà di essere sé stessi!

Noi, ORDINE NUOVO, già da tempo abbiamo rivelato la falsità e le mistifi­cazioni democratiche; già da tempo abbiamo deciso di combattere il sistema politico che ci opprime; già da tempo sappiamo che la nostra lotta sarà privata di tutti gli strumenti legali riconosciuti e concessi a tutte le altre organizzazioni politiche.

Noi, ORDINE NUOVO, la nostra scelta l'abbiamo fatta da sempre: non sarà certo la repressione democratica clerico-marxista a fermarci; non sarà certamente una qualsiasi legge repressiva democratica ad impedirci di continuare la nostra battaglia!

Mov. Pol. ORDINE NUOVO

Cicl. in proprio - marzo 1973


Casella Postale 165 - 10100 Torino


***********************

Il 23 novembre 1973, rendendo esecutiva una sola sentenza di primo grado, il Ministro dell'Interno Paolo Emilio Taviani, contro il parere del Consiglio dei Ministri, che considerava anticostituzionale una simile misura, impose un Decreto Legge con il quale il Movimento Politico Ordine Nuovo era messo fuori legge, anche se in assenza di valide motivazioni.
La repressione più feroce aveva inizio: perquisizioni, sequestri, licenziamenti, carcere, esilio, mandati di cattura a getto continuo, senza fondamento alcuno, perseguiteranno militanti e dirigenti in Italia ed all'estero. Elio Massagrande, fra i fondatori del M.P.O.N. morirà in esilio, come il Segretario Nazionale -anch'egli fra i fondatori- l'indimenticabile e mai dimenticato Clemente Graziani.
Le richieste d'estradizione richieste a Grecia, Inghilterra, Spagna saranno rifiutate, mettendo in ridicolo il Governo italiano. Solo la Germania la concederà, ma solo perchè il Governo italiano mentì spudoratamente, falsificando la documentazione inviata alla Magistratura tedesca, che inizialmente riteneva ridicole le motivazioni addotte. Inutili i ricorsi ad Amnesty International: occorreva avere qualche "padrino" che, evidentemente, non solo non c'erano ma nessuno avrebbe mai voluto avere. Inutili i ricorsi all'A.C.N.U.R. : la risposta - ridicolmente assurda- fu che gli ordinovisti erano stati costretti ad uscire dall'Italia non "per ragioni politiche", ma "per sottrarsi ad un procedimento giudiziario"...!
Contrariamente alle assurde fole diffuse dai "media". mai nessuna "Internazionale Nera" è mai esistita, e gli ordinovisti dovettero affrontare tutte le difficoltà dell'esilio in solitudine e miseria, braccati dalle Autorità italiane, in collaborazione con le polizie dei Paesi in cui erano localizzati.
Non fu facile sopravvivere, come non fu facile per le famiglie e le persone care rimaste in Italia, in ansia per i propri congiunti dei quali solo raramente riuscivano ad avere notizia.
Gli ordinovisti, rimasti in carcere o liberi in Italia, e quanti scelsero di continuare la difesa delle posizioni in esilio, ressero la prova con dignità ed onore. Era e rimane la cosa più importante, per poter essere d'esempio alle generazioni future.

DIARI
VALLE GIULIA 1968
5 marzo 2008
 


violenti scontri a Roma fra forze di polizia e studenti
Facoltà di Architettura
I MOTI STUDENTESCHI E GIOVANILI DILAGANO IN ITALIA


1 marzo del 1968

La polizia caricò gli studenti presso la facoltà di architettura di Roma.

Il Movimento Studentesco, non ancora disgregato, si trovò- per la prima volta unito- con le avanguardie di Ordine Nuovo, che furono le prime e le più efficaci a farvi fronte. Per l’intero pomeriggio si verificarono scontri e la polizia ebbe la peggio: si videro funzionari che si arrendevano con le mani alzate! Con quest’azione le avanguardie ordinoviste conseguirono un grande prestigio presso gli studenti. Mentre al nord sventolavano le bandiere rosse e nel sud le celtiche degli studenti del Movimento Sociale Italiano, a Roma, come a Torino e Perugia, l'università era occupata congiuntamente dalle estreme studentesche. Gli schemi erano saltati. Era un cammino che i più avveduti si auguravano di poter proseguire.

Ma non piaceva né giovava ai poteri forti, né ai settori che influenzavano e finanziavano il Msi che si allarmarono e s'indignarono. Questo indusse Almirante, due settimane più tardi, a fare una rovinosa spedizione antistudentesca alla Minerva. Essa permise al sistema di riproporre le separazioni faziose e alla dirigenza comunista di sviare, indirizzandola in un vicolo cieco, la spinta movimentistica. Fu la fine di un sogno, il taglio dei fili in cui scorreva l'energia. Ma l'amarezza di quella mossa scellerata non può cancellare quell'immagine solare di una gioventù che per un attimo si trovò al posto giusto, al momento giusto, a fare la cosa giusta.

diritti
MELTING POT GIUDIZIARIO
5 marzo 2008
 


Guido Salvini



Annotazioni sul

"Procedimento penale nei confronti di Azzi Nico ed altri" e sulla sentenza-ordinanza del Giudice Istruttore presso il Tribunale Civile e Penale di Milano, dr. Guido Salvini.

Questa sentenza-ordinanza si riferisce alle imputazioni a carico di:

Azzi Nico, Rognoni Giancarlo, Marzorati Mauro, De Min Francesco, Battiston Pietro, Signorelli Paolo, Calore Sergio, Siciliano Martino, Cannata Giambattista, De Eccher Cristano, Ricci Mario, Fachini Massimiliano, Giannettini Guido, Delle Chiaie Stefano, Maletti Gianadelio, Romagnoli Sandro, D'Ovidio Giancarlo, Osmani Guelfo, Santoro Michele, Gelli Licio, Palotto Roberto, Izzo Angelo, Digilio Carlo, Donati Franco, Di Lorenzo Cinzia, Malcangi Ettore.

Persone appartenenti ad organizzazioni politiche non aventi relazione alcuna l'una con l'altra, a volte rappresentanti solo sé stesse, oltre ad emarginati e delinquenti comuni che, in nessuna occasione hanno avuto un qualsiasi ruolo politico, rappresentanti di organizzazioni "istituzionali" che avevano il compito fin troppo evidente non di "proteggere" ma di "strumentalizzare" o di tentare di strumentalizzare elementi e gruppuscoli extra-parlamentari genericamente collocabili nell'area politica della cosiddetta destra estrema, mettendo in essere continui tentativi di infiltrazione, di intossicazione, di provocazione, seguendo uno schema che possiamo definire classico.

Persone e gruppi non legati da un progetto politico comune anzi, il più delle volte, in aperto e ben noto contrasto fra loro.

Anche questa "inchiesta", durata complessivamente circa dieci anni, non si é limitata a fare altro che "rimasticare" luoghi comuni, vecchie tesi tanto care alla sinistra parlamentare ed extra-parlamentare, vecchi articoli di giornali costituenti -come tantissimi sommari superficiali rapporti dei nuclei investigativi di Polizia e Carabinieri- materia per la costituzione di "banche dati" ampiamente utilizzate dal dr. Salvini e dai suoi collaboratori.

Queste note non intendono entrare nel merito delle accuse di responsabilità penali rivolte agli indagati per i singoli episodi di violenza politica, accuse che -se saranno dimostrate in sede processuale- investiranno unicamente i singoli personaggi ed eventualmente i relativi gruppi di appartenenza: diciamo "eventualmente" perché non é mai esistita alcuna organizzazione "politica" appartenente alla cosiddetta destra estrema politica, che abbia mai teorizzato e pianificato l'impiego della violenza armata e terroristica quale metodo per il conseguimento delle proprie finalità.

É assolutamente arbitrario, continua ad essere assolutamente arbitrario, il voler dimostrare ad ogni costo l'assioma che vorrebbe i diversi movimenti politici extra-parlamentari di destra -ed adottiamo anche noi, impropriamente, questa definizione che non ha alcun riferimento con la realtà dei contenuti dottrinari e politici dei movimenti più rappresentativi, solo con lo scopo di essere meglio compresi- come un tutto unico inquadrato in un unico progetto "eversivo", ubbidiente ad un unico vertice politico, legato da un medesimo programma strategico, tattico ed operativo.

Ancora una volta si deve rilevare come questa sia stata una tesi -assolutamente irreale- cara agli ambienti della sinistra d'ogni tipo, di cui molti magistrati e giornalisti sono stati e sono vessilliferi, in comunità di intenti con gli ambienti istituzionali preposti alla sistematica messa in opera della strategia della tensione, non solo nel quadro di un ben definito programma operativo nato negli ambienti della N.A.T.O. e della C.I.A., ma anche con la finalità di consolidare il proprio potere politico, apparati istituzionali a loro volta travolti nel momento stesso in cui é venuta meno la finalità ultima che ha motivato la strategia della tensione, in Italia, in Europa, nel mondo: la distruzione dell'U.R.S.S. .

In Italia, il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, solo apparentemente travagliato, in realtà conferma la volontà di dominio dell'alta finanza e delle multinazionali che vedono nel Nuovo Ordine Mondiale e nel mercato unico che si vorrebbe realizzare, la realizzazione dei loro progetti di sfruttamento al meglio delle risorse naturali ed umane di tutto il pianeta. Fra gli aspetti più significativi di questo progetto vediamo la travolgente imposizione delle "privatizzazioni", a detrimento della protezione del lavoro di quanti operano nelle industrie "nazionali" e della stessa concezione dello Stato sociale, vediamo il prepotere del sistema bancario sull’economia e l'entrata delle banche stesse nello stesso sistema industriale nazionale: l'economia planetaria deve soggiacere alla speculazione finanziaria internazionale. La cartina di tornasole della veridicità di queste affermazioni é rappresentata da una costatazione elementare quanto evidente: le Nazioni, fino a quando ne sarà consentita l'esistenza, diventano più ricche, ma la ricchezza la ritroviamo concentrata nelle mani di pochi gruppi finanziari (l'industriale puro tende a scomparire per assumere la veste del "finanziere": Agnelli e De Benedetti, fra i molti, sono gli esempi più rappresentativi), mentre le popolazioni vedono costantemente diminuire il loro potere di acquisto, vedono il proprio posto di lavoro sempre più a rischio, si vedono proporre -in alternativa alla perdita del posto di lavoro- una riduzione di stipendi e salari con l'aumento parallelo della produttività. Si vuole portare il mondo del lavoro dei Paesi economicamente più avanzati al livello dei cosiddetti P.V.S. (Paesi in Via di Sviluppo), quando non di quelli sottosviluppati del Terzo Mondo.

Il progetto non é quello di elevare le condizioni di vita delle popolazioni meno abbienti ma di abbassare il livello di vita dei Paesi più avanzati.

Da questa analisi si può facilmente comprendere quanto fosse importante per i piloti della "strategia della tensione" la distruzione non solo dell'U.R.S.S., ma di chiunque si opponesse -anche solo a livello ideologico e politico- al progetto di "mondializzazione" capitalista dell'intero pianeta.

Organizzazioni come il "Centro Studi Ordine Nuovo", quindi il "Centro Politico Ordine Nuovo" ed infine il "Movimento Politico Ordine Nuovo" furono assolutamente determinati ad opporsi a questo progetto.

Fu minacciata una massiccia opera di repressione, minaccia che -é il nostro parere- convinse Pino Rauti a realizzare l'operazione di rientro, di una parte del Centro Politico Ordine Nuovo, nel Movimento Sociale Italiano nell'autunno del 1969. Nella fase di realizzazione della repressione, quanti non accettarono il rientro nel M.S.I. continuarono il proprio itinerario politico nel Movimento Politico Ordine Nuovo, messo illegalmente fuori legge il 23 novembre del 1973, rendendo assurdamente esecutiva la sentenza di primo grado del 21 novembre 1973, emessa dal Tribunale di Roma.

L'assurdità della persecuzione non si limitò allo scioglimento del M.P. Ordine Nuovo, ma da allora é continuata con il peso di un rullo compressore, con l’implacabile criminalizzazione storica dell'originale fenomeno politico "Ordine Nuovo", prescindendo sempre e comunque dalla realtà dei suoi contenuti e del suo significato, prescindendo perfino dalla indiscutibile differenziazione delle tre fasi che ne contraddistinsero l'esistenza.

Il dr. Salvini, nonostante gli anni dedicati alla sua più che inaffidabile inchiesta, insiste nell'ignorare l'esistenza di quelle tre fasi non solo, ma definisce il gruppo "La Fenice" di Milano ed altri gruppuscoli come filiazioni dell'organizzazione "armata" di "Ordine Nuovo"; non solo, ma arriva al punto di ignorare che, sciolta la sua organizzazione il 23 novembre 1973, il M.P. "Ordine Nuovo" non ebbe più alcuna possibilità di "riorganizzarsi"; non solo, ma come già detto va ancora una volta ribadito che negli innumerevoli procedimenti penali intentati contro dirigenti e militanti del M.P. Ordine Nuovo, non é mai emersa alcuna responsabilità in ordine a fatti di grave violenza o di terrorismo.

Sono elementi che il dr. Salvini non poteva permettersi di ignorare.

Non risulta che dopo lo scioglimento un qualche ex militante del M.P.O.N. si sia reso responsabile di fatti di sangue ma, anche se le risultanze di cui disponiamo non corrispondessero a realtà, non é assolutamente lecito attribuire al M.P.O.N. responsabilità alcuna, né storica, né politica ed ancor meno penale.

Come già affermato, in nessun momento i quadri dirigenti del M.P.O.N. hanno pensato di proporre, elaborare e programmare la necessità dell'uso della violenza armata o terroristica: l'inesistenza di un qualche "documento" o di significativi episodi che dimostrino inequivocabilmente il contrario ne sono la prova.

Uno dei "testi chiave" del dr. Salvini é Vincenzo Vinciguerra, ergastolano che si é dichiarato responsabile della strage di Peteano, un piccolo insignificante pavido omuncolo che in nessun momento ha fatto parte di Ordine Nuovo.

Vinciguerra, nei suoi furibondi e sconclusionati attacchi a "Ordine Nuovo"[1], quando fa i nomi di alcuni "ordinovisti" -ma coinvolgendo nel suo odio viscerale tutti quanti ritennero per oltre vent'anni di farne parte- omette, con l'assenso complice ed interessato dei magistrati e giornalisti ai quali ha raccontato la sua verità, vale a dire il frutto delle sue solitarie elucubrazioni, di dire che i personaggi da lui indicati cessarono la propria militanza in Ordine Nuovo nel novembre del 1969, vale a dire nel momento in cui Rauti trascinò nell'avventura missina una parte del Centro Politico Ordine Nuovo.

Vinciguerra, almeno nel periodo della sua latitanza spagnola, si dedicava all'archivio di ritagli di giornali per conto di Stefano Delle Chiaie

Crediamo non si possa escludere, proprio basandoci sugli scritti del Vinciguerra, che lo stesso si sia costituito ed abbia deciso di "collaborare" per uscire dall'assoluto anonimato della sua grigia esistenza. La sua versione sugli anni in cui più virulenta é stata la "strategia della tensione", non manca di valide considerazioni e di lucide intuizioni, ma deve dirsi che la sua esperienza politica si limita, appunto, a quella dell'archivista. Le sue esperienze in Italia, che si limitano all'esecuzione di alcuni attentati fra i quali, gravissimo, quello di Peteano, e l'ancora inspiegabile assurdo tentativo di dirottamento di Ronchi dei Legionari, non ne fanno un "militante politico". Vinciguerra, per sua stessa ammissione, ha agito sempre di sua iniziativa nell'esecuzione degli attentati dei quali si é dichiarato responsabile, ma nella sua ricostruzione a posteriori della strategia della tensione, coinvolge altre persone -guarda caso tutto Ordine Nuovo- semplicemente accusandole di collusione con l'operato dei servizi segreti, dell'Arma dei Carabinieri, di ufficiali delle Forze Armate.

Vinciguerra risulta essere un infame, consapevole bugiardo, laddove ripetutamente afferma che Ordine Nuovo (tout court) é stato sempre un’emanazione dei servizi segreti italiani, che a loro volta collaboravano con i servizi segreti americani ed atlantici, nell'opera di stabilizzazione del regime democratico ed antifascista in Italia.

Non sappiamo cosa abbia fatto Vinciguerra in Cile ed in Argentina, né come e perché la sua personale vicenda esistenziale lo portò in quei lontani Paesi, dove per sua formale ammissione ebbe rapporti con esponenti istituzionali, con possibilità di movimento -anche in condizioni di difficoltà- certo non disponibili ad un qualsiasi esule o rifugiato.

Una cosa pensiamo di poterla affermare: Vinciguerra non ha mai ricoperto alcun incarico di rilievo in nessuna organizzazione politica, ma ha sempre vissuto all'ombra dei suoi protettori del momento, non foss'altro che per ovvie necessità di sopravvivenza, visto che l'individuo in questione crediamo non abbia mai lavorato in vita sua, per guadagnarsi la classica pagnotta.

Vinciguerra, inoltre, pecca di inammissibili omissioni quando parla dei contatti avuti nel periodo della sua latitanza all'estero, direttamente all'ombra dei suoi protettori.

Vinciguerra non spiega per quale oscura ragione é stato proprio Ordine Nuovo, nella sua ultima fase di Movimento Politico, ad essere condannato e disciolto, ad essere ferocemente perseguitato nelle persone dei suoi dirigenti e militanti: seguendo la logica di Vinciguerra come bisognerebbe valutare questa circostanza?

Vinciguerra fa propria la versione dell'antifascismo italiano ed internazionale, secondo il quale se nessun reato penalmente perseguibile, riconducibile a gravi episodi di violenza, é stato perché Ordine Nuovo godeva di protezioni istituzionali e non per la ragione molto più semplice di essere stato ingiustamente accusato e quindi doverosamente prosciolto nelle persone dei suoi dirigenti e militanti.

Vinciguerra, un individuo fisicamente sudicio, un individuo che non aveva l'abitudine di lavarsi, che nascondeva sotto il letto calze luride e mutande sporche di merda, un individuo che qualcuno difendeva -supponiamo in buona fede- che era sporco perché allergico all'acqua, un individuo che qualcuno, a Barcellona, aveva definito el escarabajo (lo scarafaggio), un individuo -spocchioso nella sua meschinità e dallo sguardo sfuggente- che protestava il suo risentimento per non essere stato salutato con la dovuta cortesia da persone che non sapevano neppure chi diavolo fosse.

Un individuo che, pur ribadendo la sua amicizia a Stefano Delle Chiaie, finisce con il sottoporlo a pesanti critiche, a significative insinuazioni, quando senza il continuo fraterno sostegno di Delle Chiaie, Vinciguerra non avrebbe saputo affrontare la latitanza neppure per pochi giorni!

Vinciguerra ha risolto il suo problema esistenziale costituendosi ed é lecido credere che questa decisione sia stata presa in assenza di alternative che gli consentissero di sopravvivere: non é da tutti trovare un lavoro, inventarsi una qualsiasi attività legale ed onesta, nella condizione del latitante, specialmente per chi non ha né arte né parte, né formazione culturale che non sia quella di una raffazzonata quanto superficiale preparazione autodidatta.

Secondo Vinciguerra nessuno al mondo é degno della sua stima e della sua fiducia: ovunque abbia avuto la possibilità di vivere non ha conosciuto e frequentato che canaglie, opportunisti, traditori, rinnegati e venduti al nemico...!

Vinciguerra, fino al momento della scelta del collaborazionismo, non era certamente conosciuto non foss'altro che per essere l'autore di un volantino, oratore in una conferenza o un convegno, partecipante ad un qualsiasi forma di dibattito: era conosciuto unicamente come un assassino, anche se ha l'ardire di definire la strage di Peteano un "atto di guerra contro lo Stato ed i suoi rappresentanti". Quale guerra?! Le guerre, anche quelle rivoluzionarie, vanno dichiarate, vanno proclamate, devono fare riferimento ad un progetto politico, per quanto demenziale possa essere; le guerre hanno bisogno di strutture fatte di uomini, non di un singolo omuncolo che, al massimo, può motivare il proprio gesto come un atto di protesta anarchica. Qualifica, questa, che non ha certamente pensato di attribuirsi, perdendo così l'unica possibilità che aveva di nobilitarsi.

Rifiuta sdegnoso di essere considerato un pentito: quale definizione attribuirgli quando rinnega tutto il suo passato, le sue esperienze, le sue amicizie, le sue frequentazioni, le idee professate? Cosa manca, nel comportamento di Vinciguerra perché si possa parlare di pentimento?

Consideriamo troppo comodo, anche nel caso che la decisione sia il frutto di una scelta travagliata, partecipare in prima o per interposta persona ad una qualsiasi iniziativa, esserne convinto fino al punto di uccidere altri uomini, sguazzare nel fango -stando alle sue asserzioni- per poi tirarsene fuori e coprire di colpe ignobili quanti -a torto o a ragione- hanno ritenuto di non operare le sue stesse scelte.

Assolutamente legittima la sua scelta, é stata una sua scelta, ma non può pensare che questa sua decisione possa non essere sottoposta a censura morale, ad una richiesta di assunzione di responsabilità. Ma...quali assunzioni di responsabilità si possono chiedere ad un ergastolano? Querelarlo per diffamazione? Richiedere un risarcimento dei danni? Non sarebbe altro che una perdita di tempo che potrebbe durare anche vent'anni, dando alimento ai magistrati ed agli scribacchini di regime che avrebbero buon gioco nel parlare di "faide".

Intervenire in altri modi? In quali modi...quando alle dichiarazioni di Vinciguerra viene riservato tutto lo spazio che il regime ritiene necessario, mentre a chi potrebbe confutarle viene negato il confronto?!

In Italia sono una routine politica e giudiziaria i processi intentati a chi va controcorrente senza che questi possano disporre di un avvocato: sono processi che si celebrano con la sola presenza di una infinità di pubblici accusatori e dei giudici. Nessuna presenza della difesa, nessuna possibilità per la difesa. Le sentenze del sistema-regime sono definitive, le condanne sono definitive: per la legge e per la storia.

Vinciguerra attacca Ordine Nuovo? Magistratura e stampa di regime rincarano la dose: si é finalmente avuta la conferma su chi é stato il responsabile di tutte le malefatte stragiste d'Italia...cosa importa se Ordine Nuovo non esiste più dal 23 novembre del 1973? Non é forse questa una buona ragione per spingere l'attacco fino in fondo? Tanto...chi potrebbe confutare le dichiarazioni di un testimone come Vinciguerra? Testimone? Ma quanto dichiara Vinciguerra altro non é se non il frutto di sue personali elucubrazioni o il ripetere -con l'aggiunta di una buona dose di fantasia- il sentito dire di altri detenuti che avrebbero raccolto le confidenze di qualcuno che avrebbe sentito...

Possiamo davvero sperare con Tacito che "Con l'attesa e con il tempo le falsità sfumano"

Per quanto riguarda il dr. Salvini possiamo dire che anch'egli é caduto dove altri -prima di lui e con la stessa tenacia- sono sprofondati: partire da una tesi precostituita e ricondurre fatti e testimonianze all'interno di quella tesi, a sua dimostrazione. Erano inevitabili le tremende forzature emerse, a partire dal collocare l'insieme degli imputati nell'area politica a suo tempo dominata da Ordine Nuovo.

Se é vero che Giancarlo Rognoni e qualcun altro avevano fatto parte del Centro Studi e del Centro Politico Ordine Nuovo di Rauti poi entrati nel M.S.I. di Almirante, é assolutamente falso che tali personaggi abbiano mai fatto parte del Movimento Politico Ordine Nuovo.

Il gruppo milanese La Fenice fu una creatura di Rognoni: é vero che c'é stato un tempo in cui Rognoni asseriva di essere un ordinovista, ma quando gli fu personalmente contestata questa sua collocazione politica, egli rispose che era "ordinovista in quanto evoliano"...

Ancora una volta occorre ribadire che non si può sostenere l'esistenza di comunità di intenti fra elementi di Avanguardia Nazionale ed il Movimento Politico Ordine Nuovo.

É proprio questo voler sostenere tesi precostituite il maggiore ostacolo nella ricerca della verità: si possono istruire processi, si possono formulare accuse più o meno fantasiose, ma inevitabilmente si giungerà a dover assolvere gli imputati, si dovrà giungere a vanificare il lavoro degli organi inquirenti e della magistratura: non é forse questo il più consacrato metodo di depistaggio?

L'unico risultato ottenuto ed ottenibile é perseverare nella distruzione di tante esistenze.



[1]Vincenzo Vinciguerra, Ergastolo per la libertà - Verso la verità sulla strategia della tensione, Arnaud Editore, Firenze 1989

POLITICA
45 ANNI SON TRASCORSI
5 marzo 2008

 CONSIDERAZIONI DA ORDINE NUOVO
45 ANNI SON TRASCORSI NULLA E' CAMBIATO

01/O6/1963

Il nostro gruppo si enucleò all'interno del M.S.I. negli anni che vanno dal 1950 al 1954, man mano che la cosiddetta "corrente giovanile" era assorbita negli incarichi direttivi o si frantumava in rivoli diversi, perdendo comunque quella che era stata la sua possente unità operativa, la quale aveva fatto credere possibile un rinnovamento integrale dei "vertici missini". Lo chiamammo "Ordine Nuovo" per sottolineare la visione globale e strategica che indicavamo al M.S.I. che stava scadendo irrimediabilmente sul piano del riformismo. Dopo il Congresso di Milano del '54, uscimmo dal Movimento Sociale Italiano iniziando -attraverso la rivista "Ordine Nuovo"- un'opera di approfondimento culturale e dottrinario, che ritenevamo indispensabile premessa per ulteriori iniziative. Poi, verso il 1960, cominciammo ad articolare una nostra embrionale struttura organizzativa, basata sulla selezione degli aderenti e sulla loro preparazione ideologica. Successivamente, a seguito di un raduno tenuto a Roma nell'estate del 1965, entrammo in una fase contrassegnata da un più organico sviluppo organizzativo e da un crescente impegno politico, propagandistico e proselitistico. Pur restando immutati i caratteri basilari della nostra organizzazione, "Ordine Nuovo" sta così gettando le premesse di un’iniziativa politica a vasto respiro che sappia fronteggiare le conseguenze sempre più gravi dello scadimento organizzativo, politico e psicologico, diremmo della vera e propria "degradazione" alla quale sono stati e sono soggetti tutti i partiti, i movimenti e i gruppi cosiddetti di destra. E ciò proponendo dal "Paese reale", un’alternativa rivoluzionaria al fatiscente sistema dei partiti. É opportuno, quindi, cominciare dall'inizio, e cioè dai motivi che condussero "Ordine Nuovo" ad uscire dal M.S.I..

Ecco il testo della lettera di dimissioni inviata al Presidente del M.S.I., on. De Marsanich, dopo l'esito del Congresso di Milano, al quale il gruppo di "O.N." aveva partecipato con settanta delegati. Essa diceva:

"Dopo la conferma di Michelini alla Segreteria del M.S.I., con la presente, rassegniamo le nostre dimissioni dal Movimento Sociale Italiano.

Al M.S.I. abbiamo dato dieci anni di attività, dopo essere tornati dalla Repubblica Sociale Italiana, dai campi di concentramento "alleati", dalle prigioni dell'antifascismo.

Siamo stati tra i primi "attivisti" romani del M.S.I., ce ne andiamo con gli ultimi.

Oggi, non possiamo più avallare con la nostra presenza un orientamento che è estraneo agli scopi originari del Movimento ed una politica che tradisce la vocazione più alta del Partito.

Noi vedemmo nel M.S.I. la continuità ideale della battaglia iniziata, appena adolescenti, sotto le insegne della "Repubblica dell'Onore", quando non arrivammo in tempo a gustare trionfi ed entusiasmi, né avanzate, né vittorie né successi di folla, ma giungemmo solo all'ultimo atto accollandoci tutto il passivo della sconfitta militare, con un gesto di fede che pagava anche le colpe e le deficienze della generazione che ci aveva preceduto nella stessa esperienza fascista, e doveva cancellare la vergogna del 25 luglio, il tradimento del "Gran Consiglio", la defezione dei più noti gerarchi.

Ci parve logico chiedere che il M.S.I. fosse davvero un "ordine di credenti e di combattenti", e sua diventasse una battaglia rivoluzionaria contro il sistema demoparlamentare, contro il regime antifascista, in nome della nostra concezione della vita e del mondo.

Ma il M.S.I., ormai, è su altre strade.

In quel sistema ed in questo regime, il Movimento non si è inserito per lottare contro l'avversario con tutti i mezzi, anche con i mezzi "legali", ma per scovare per sé e per i suoi dirigenti un posto qualunque per viverci alla meglio, sfruttando quel cinque o sei per cento dei voti, che si spera di conservare in ogni evenienza.

E da due o tre anni, ormai, noi che ci sentiamo votati ad una battaglia dai più grandi orizzonti ed obiettivi, dobbiamo assistere alle mediocrissime giostre parlamentari dei nostri "rappresentanti" i quali non vanno cercando nient'altro che un posto di riserva a fianco di quella D.C., le cui Giunte per intanto sostengono in tutti i Comuni dove ciò sia stato possibile, quando addirittura non pensano di tornare a presentarsi all'opinione pubblica con gli uomini del 25 luglio e coloro che fuggirono nelle settimane seguenti.

É un problema di principio che ci si è posto, aggravato da una "questione morale" e da alcune amare constatazioni sulla situazione interna del M.S.I..

Che ci stiamo a fare nel M.S.I.? Noi, intendiamo, i giovani volontari della R.S.I., noi che credemmo di proseguire nel Partito la stessa battaglia per la quale partimmo volontari dopo l'8 Settembre, convinti che si potesse anche perdere la guerra ma decisi ad affermare a tutti i costi la priorità di certi valori etici e spirituali?

Oggi, proprio questi valori, questa fedeltà alla Causa, questa coerenza severa, questa capacità di andare controcorrente, sono insidiati dalla politica del M.S.I. in nome di un tatticismo che ha superato i limiti di ogni tollerabilità per diventare fine a se stesso, fonte di involuzione e di corruzione interna, pretesto di rinunzie crescenti ai nostri postulati.

Non tolleriamo la liquidazione del nostro patrimonio di idee e di sacrifici, all'ombra di una politica nutrita solo di intrighi parlamentari, di ambizioni elettorali e di frenesie reclamistiche; né possiamo ammettere che si insista sulle stesse "formule" che già ci hanno procurato i crolli della Sicilia, di Napoli, del Meridione in genere e anche di Roma, dove aver perso trentamila voti -tra città e provincia- nei poco più che trenta mesi che vanno dalle "politiche" del '53 alla "amministrative" del maggio scorso dovrebbe aver aperto gli occhi a chiunque non fosse un incapace o non avesse giurato di condurci al disastro, magari per meglio permettere il nostro definitivo assorbimento nel regime antifascista.

Se tutto ciò volete continuare a fare, lo farete, contro di noi.

Uscimmo dal Movimento come vi siamo sempre stati: a testa alta, con le mani pulite, con la coscienza a posto".

Sulla rivista "Ordine Nuovo", nel giugno del '63, così concludevamo una serie di articoli sulla crisi del M.S.I., commentando al tempo stesso i risultati delle elezioni politiche di quell'anno:

"Le considerazioni sulla situazione del Partito non hanno perso valore dopo le votazioni del 28 aprile. Anzi, ne sono state confermate e confortate.

Se non fosse di cattivo gusto autocitarsi, potremmo ricordare, che qualche settimana fa cominciavamo quella serie di articoli sul M.S.I. proprio mettendo l'accento sulle "ricorrenti speranze" di successi elettorali che le votazioni -da qualche anno a questa parte- si incaricavano regolarmente di smentire. E costatavamo, quindi, che il M.S.I. batteva il passo e ristagnava in una specie di limbo, mentre i suoi dirigenti tentavano, di volta in volta, di gabellare come vittoria un irrisorio aumento di percentuale o come irrilevante flessione qualche diminuzione più o meno forte di suffragi.

In realtà, il nostro era un invito ai camerati della base del M.S.I. a prendere coraggiosamente atto di una situazione che nessun artificio dialettico poteva o può più a lungo nascondere: il Movimento Sociale, rischia di "imbalsamarsi", di diventare la patetica ma inconcludente testimonianza di un passato al quale si sa guardare solo in termini di sterile nostalgismo.

Qual è la sua funzione politica, oggi, di fronte ai problemi attuali della società italiana, dell'Europa e del mondo?

Quanto tempo si pensa di "durare" coltivando a scopi personali ed elettoralistici l'orticello della nostalgia qualunquistica verso il Ventennio?

Ogni anno che passa, una nuova generazione si affaccia alla vita del Paese, alle esperienze politiche, agli interessi culturali.

Che cosa ci proponiamo, che cosa vogliamo proporre?

In cifre, le elezioni hanno dato ragione a noi, ai nostri dubbi, alle nostre critiche, a chi, ormai da anni, non condivide in nessun aspetto la linea politica ufficiale del M.S.I..

Ci si potrebbe obiettare che, essendo usciti dal Movimento, non abbiamo il diritto di sindacare e giudicare. Ma è sin troppo facile rispondere che, abbandonato il M.S.I. dopo il Congresso di Milano, non ci siamo dati, a quello che noi per primi avremmo definito in cuor nostro uno scissionismo di bassa lega. Non c'è un solo dirigente del M.S.I., non c'è un solo iscritto al Movimento, a Roma e fuori, che sia stato da noi "corteggiato" perché uscisse dal Partito.

Stile di un dissidio

Ce ne siamo andati, per una documentata e documentabile "rottura" di carattere politico, accusando sin da allora la Segreteria Michelini di aver cristallizzato nel M.S.I. un'atmosfera inaccettabile, nella quale, al pressappochismo ideologico facevano da riscontro egoistiche ambizioni personali e di gruppo e la mancanza di qualsiasi volontà rivoluzionaria.

Venne, con noi di "Ordine Nuovo", chi condivise questa polemica valutazione e voleva portare il suo contributo ad un'azione di gruppo, ad un lavoro minoritario che si prospettava sin dall'inizio oscuro e difficile, senza soddisfazioni formali e successi brillanti da sbandierare ai quattro venti.

É l'atteggiamento tenuto, questo "stile" di azione che oggi ci dà il diritto sostanziale di continuare ad esporre le nostre tesi, in riferimento alla situazione interna del M.S.I. ed alle sue prospettive politiche.

Le elezioni sono state un’ennesima delusione per il Movimento Sociale, dicevamo.

E hanno dato ragione alle nostre critiche.

01/09/1964-La politica fallita

In sostanza, concludendo -almeno per ora e in questa sede- quelle considerazioni sul M.S.I., affermiamo in sintesi:

1) la politica del cosiddetto "inserimento parlamentare" è fallita, perché mai come oggi il M.S.I. è fuori gioco, è escluso da qualsiasi combinazione governativa o paragovernativa e mai più la D.C. acconsentirà ad un esperimento di tipo "tambroniano" che, d'altronde, il M.S.I. non ha saputo sfruttare a fondo al tempo del mancato Congresso di Genova, sfuggendo alla prova di forza nelle piazze che pure le sinistre ci avevano incautamente offerto;

2) è fallita anche la politica di "qualificazione a destra", strada nella quale il P.L.I. ci ha superato -e giustamente- in volata, e nonostante la favorevole congiuntura del crollo dell'elettorato monarchico. Definirsi di destra è un errore, identico a quello che si commetterebbe definendosi di sinistra. Un conto è l'essere a destra, nella funzione ovvia di polemica e di antagonismo con i marxisti, sedere di fronte a loro nelle assemblee, ed un altro è il confinarsi nelle posizioni di conservatorismo qualunquistico, che ci toglie automaticamente ogni possibilità di dialogo con le forze produttive e lavoratrici e la psicosi "protestataria" che si leva in ogni luogo contro una situazione insostenibile;

3) anche la politica del "passaporto democratico", tanto cara alla Segreteria Michelini, deve considerarsi fallita. Il M.S.I., al Congresso di Genova, si preparava addirittura a teorizzare una sorta di revisionismo ideologico nei confronti del nostro passato politico che, in sostanza, era un'abiura dottrinaria ed ideale. E non c'è stata occasione -anche a "Tribuna politica" e nelle più affollate conferenze stampa, nella quale i maggiori dirigenti missini -Michelini, Tripodi, Roberti- non si siano fatti in quattro per ribadire questa resa senza condizioni alla propaganda antifascista degli ultimi vent'anni.

Noi che non ci convertimmo il 25 luglio del '43 -e parliamo di conversione in senso ideologico, con riferimento ai principî- dovremmo farlo nel 1963!

E tutto questo per che cosa, poi?

Fermenta ovunque, nel Paese reale, un senso profondo di insoddisfazione contro il regime corrotto instaurato dalla partitocrazia; si leva sempre più deciso e completo, un senso di disgusto per l’immoralità che dilaga, per gli scandali che si avviano a diventare cronaca quotidiana, per l'impotenza crescente di uno Stato che naufraga ogni giorno di più nelle sabbie mobili della tirannia anonima dei partiti.

Dirsi rinnovatori, se proprio si ha paura del termine di rivoluzionari, significa, in queste condizioni, porsi alla testa della più profonda aspirazione di milioni di italiani e strappare al comunismo ed alle sinistre il colossale ariete con il quale essi stanno frantumando le ultime resistenze alla bolscevizzazione del Paese.

4) Occorre riprendere, in termini attuali e documentati, la nostra "battaglia sociale". Per noi non è questione di destra o di sinistra, termini che appena hanno un vago significato nel mondo democratico, ma che non avrebbero mai dovuto avere diritto di cittadinanza nelle nostre file. Per noi si tratta di precisare i lineamenti di un programma sociale adeguato alle esigenze contemporanee, che non sono più quelle che resero valido il programma corporativo o l'esperienza "socializzatrice" della R.S.I.; si tratta di stabilire come intendiamo risolvere le questioni economiche e della giustizia sociale in una struttura qual'è quella della società occidentale del dopoguerra, caratterizzata dall'impetuoso sviluppo del neocapitalismo, dai "miracoli economici" dell'Italia, della Francia e della Germania, dai risultati e dalle conseguenze del Mercato Comune Europeo, dell'entrata in gioco dell'automazione e dell'energia nucleare e dalla perdita delle preesistenti "aree coloniali",

5) occorre impostare in termini diversi la "battaglia anticomunista". Che non è e non può essere ristretta al solo ambito parlamentare, ma va condotta nel Paese, in tutti gli ambienti ed a tutti i livelli, contrastando il passo alla lenta creazione marxista di uno Stato nello Stato, basata sull'applicazione delle nuove tecniche della "guerra sovversiva". Occorre articolare azioni differenziate nel mondo dell'arte e della cultura, della burocrazia e nelle Forze Armate, presso imprenditori e lavoratori, immigrati all'Estero o nei grandi centri urbani, nelle scuole e nelle fabbriche. Ci vogliono strutture organizzative di tipo nuovo e tecniche propagandistiche diverse da quelle sin qui usate. Ci vuole un'azione costante, una pressione che non si manifesti solo in periodo elettorale, una "presenza" attiva che non sia legata ad episodi contingenti; e ci vuole una pubblicistica differenziata per presentare ad ognuno dei settori da aggredire la formula più convincente e penetrante.

* * *

La nostra, come si vede, era una critica di fondo alle impostazioni e a tutta la linea del M.S.I. che si riallacciava, anche, ad una diversa interpretazione della storia recente dell'Italia. In un opuscolo destinato soprattutto alla diffusione negli ambienti studenteschi attraverso i nostri primi "nuclei" e intitolato "Trent'anni italiani", Pino Rauti così individuava le componenti essenziali dell'originaria esperienza fascista:

"Adesso sembra impossibile crederci; sembra di aver vissuto un sogno esagitato, bellissimo e pericoloso, qualcosa di estremamente lontano dagli "orizzonti" ristretti, mediocri, egoistici nei quali un pò tutti siamo forzati a vivere; eppure vi sono stati in Italia tempi tempestosi, gonfi di polemiche, densi di fervore creativo, ricchi di una vitalità che prorompeva come un canto di giovinezza in ogni manifestazione nazionale, dall'arte alla politica, dalla cultura al sindacalismo.

Sembrava che l'Italia avesse la "febbre", che il suo ritmo di vita divenisse frenetico, quasi nel tentativo di scuotersi di dosso l'uggia di un'esistenza inguaribilmente provinciale, ancorata al tran-tran piccolo borghese ereditato dal periodo umbertino: quella che era stata definita la "Cenerentola d'Europa" per la sua esistenza vegetativa e fuori tiro dalle grandi correnti della vita moderna europea, sembrava volersi mettere rapidamente al passo, conoscere ciò che gli altri avevano tentato in tutti i campi della creazione umana ed operare una "sintesi" dei risultati raggiunti, ma una sintesi nostra, dai caratteri peculiari ed inconfondibili, come in un appello disperato alle forze più profonde della stirpe.

Il primo ad "aprire le ostilità" fu, in un certo senso, Marinetti, quasi a dimostrare ancora una volta che i poeti sono un pò i profeti della Storia, i veggenti degli avvenimenti futuri, sono coloro che intuiscono prima e meglio degli altri, con sensibilità da artisti, le linee direttrici su cui si svolgeranno gli eventi e si muoveranno le torpide folle.

Sin dal 1909, con un "Manifesto del Futurismo" pubblicato sul giornale parigino Le Figaro, ed anzi dal 1905, sin dal primo numero della rivista milanese Poesia, Marinetti aveva "dichiarato guerra a tutto il vecchiume d'Italia".

Dinanzi alla sbigottita platea del Politeama Rossetti, a Trieste, nel marzo del 1909, Marinetti aveva lanciato una frase destinata a diventare famosa nei Cinque Continenti; aveva detto "...noi cantiamo la guerra sola igiene del mondo!" e, nel programma politico dei futuristi, che furono subito dopo fra i pochi, convinti assertori dell'impresa di Libia, altre parole eretiche, quali patriottismo e militarismo, tornavano ad avere diritto di cittadinanza.

Perché allora, in Italia, certi termini erano tabù. Non proibiti da alcuna norma di legge, naturalmente; ma messi fuori uso da un malvezzo pluridecennale nel quale confluivano le mediocri cariatidi che "facevano" politica nell'aula sorda e grigia di Montecitorio -tra uno scandalo e una crisi di governo, un appalto e un "assalto alla diligenza"- e le forze limacciose del sovversismo di sinistra.

Qui, davvero, era invalso l'uso della negazione ad oltranza, ottusa ed aprioristica: quelle che si autodefinivano "giovani forze", in realtà masticavano, ad uso e consumo del proletariato dell'epoca, le più rancide formule del XIX° secolo: positivismo, materialismo, economicismo e sputavano, con la tranquilla metodicità dei ruminanti -che non sanno d'altro fuor di paglia e digestioni- su qualunque valore non rientrasse in quegli schemi.

Tutto ciò che nella Storia era stato creato dal pensiero, dalle ambizioni, dalla cultura, dall'anima, dalle mistiche dedizioni o dagli slanci eroici dell'uomo, per le Vestali nostrane del torbido fuoco marxista, era soltanto una sovrastruttura: una perniciosa invenzione, studiata da pochi sfruttatori ed avallata da poeti, pensatori e sacerdoti per ribadire le catene ai piedi di chi lavorava con i calli alle mani; e guai a chi osasse ancora parlare di idealismo e di fede, di spirito e libertà creatrice: la massa era la massa, ed i dirigenti del socialismo erano i suoi profeti: la verità, la giustizia e l'avvenire si tingevano di rosso.

I futuristi, che avevano tratto dalle furibonde risse nei palchi e nei ridotti di tutti i teatri, un certo gusto a menare non metaforicamente le mani e ad "andare controcorrente", non furono però i soli ad opporsi al demagogismo dilagante.

Accanto ad essi, erano sulle piazze e nell'arengo culturale, anche i nazionalisti guidati dalla prestigiosa figura di Enrico Corradini, scrittore finissimo e tempra di politico dall'orientamento aristocratico.

Ponendosi in netta antitesi con tutta la situazione esistente allora in Italia, Corradini -che fondò Il Regno due anni prima che Marinetti uscisse con la sua Poesia, e cioè nel 1903- nei suoi libri e nei suoi drammi, prima, e nell'organizzazione politica cui detta vita poi, si lasciò guidare dal quasi mistico presentimento della restaurazione dell'Impero di Roma.

Corradini che fu il primo, grande scrittore italiano a seguire da presso le tragiche vicende della nostra emigrazione nelle Americhe, era accesamente antidemocratico, poiché il "marasma democratico aveva isterilito la vita politica italiana nella lotta dei partiti e nel quotidiano esercizio del ricatto parlamentare"; lotta a fondo, quindi al sistema demoliberale, per affermare "la supremazia degli interessi della Nazione e del suo destino imperiale su tutte le contingenze degli uomini e dei partiti".

Dal 1910 -anno in cui si tenne al palazzo Vecchio di Firenze il primo Congresso Nazionalista- al 1915, l'anno della battaglia per l'interventismo, il movimento corradiniano lottò con coraggio passione e tenacia, contro la democrazia, lo scadimento dei valori spirituali, il parlamentarismo, la demagogia socialistoide, appellandosi alla "volontà di potenza" della parte migliore della società italiana.

Fervide intelligenze, pensatori di prim'ordine, scrittori di rara potenza espressiva ed uomini d'azione, coordinarono e guidarono questa travolgente battaglia: da Forges-Davanzati a Coppola, da Maurizio Maraviglia a Luigi Villari, da Castellini a Scipio Sighele a Vincenzo Picardi, da Maffio Maffii a Fauro e Fulcieri Paulucci de' Calboli; e molti di essi caddero poi sul fronte della guerra invocata per tanti anni o tornarono dalle trincee con sul petto l’azzurra testimonianza del dovere compiuto in superba coerenza tra pensiero ed azione.

E come dimenticare D'Annunzio splendidamente isolato nel fulgore del suo genio inimitabile, e pur legato per tanti versi al fermento rivoluzionario di quegli anni?

Tutta la poesia dannunziana, tutto il "pensiero" contenuto nei suoi versi e nelle sue tragedie, nei suoi scritti e nei suoi discorsi, furono indubbiamente come dei fermenti di rinnovamento gettati nella morta gora della vita italiana di quel turbinoso periodo.

Non era solo una traduzione poetica delle tesi nietzschiane del superuomo, come voleva e vuole una critica letteraria scritta da pigmei per pigmei, un'esaltazione in chiave lussureggiante di un anticonformismo fine a se stesso e pago solo di una sua "compiutezza estetica" che faceva di ogni azione un'opera d'arte: la concezione dannunziana della vita e del mondo era la trasposizione poetica d'uno "stile" che rifiutava la mediocrità e la viltà, l'egoismo e la paura, tutta la miserabile ragnatela in cui si avvoltola l'esistenza dei più, conteneva un appello all'eroismo, alla bellezza, alla dedizione per gli ideali, in nome di ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

E ci si permetta anche di affermare che in molte opere dannunziane -come ne Le Vergini delle Rocce, oltre che negli scritti più propriamente politici- si dispiega l'architettura armoniosa e solenne di un "nuovo ordine" gerarchico e organico della società, i cui spunti non sono validi soltanto per l'Italia, e che a suo tempo, nella Carta del Carnaro, trovarono una seducente sistemazione costruttiva.

A questa minoranza battagliera ed irrequieta che si batteva con eguale ardore sulle riviste di alta cultura e nelle piazze, dalle colonne dei giornali ai palcoscenici dei teatri, venne da Corridoni l'apporto inestimabile di una "eresia" maturata nei ranghi del più combattivo settore di sinistra.

La "crisi" di Corridoni e dei suoi sindacalisti rivoluzionari, esplose nel periodo più acceso della polemica per l'interventismo e prese le mosse da ben altri ragionamenti o impulsi o tendenze che non fossero quelli di un Marinetti, di un Corradini o di un D'Annunzio: la rottura tra il sindacalismo rivoluzionario e il socialismo marxista, partiva dalla obiettiva constatazione del fallimento marxista di fronte al fatto guerra.

Da quarant'anni, ormai, cullandosi nella quiete assicurata all'Europa ed al mondo da una fitta rete di accordi e trattati internazionali, le sinistre marxiste erano andate assordando le opinioni pubbliche di tutti i Paesi con una propaganda tanto stupida quanto presuntuosa: non solo il militarismo aveva compiuto il suo ciclo, ed al massimo poteva aspirare a celebrare i suoi fasti nella inutilmente rigida disciplina delle caserme, ma neppure di imperialismo o di patriottismo era più il caso di parlare. La parola era passata alle masse, ed i nuovi demiurghi della situazione, i corifei di queste mitiche folle proletarie, ossia i dirigenti del socialismo internazionale ed internazionalista, stavano spavaldi ai loro posti di comando, nei partiti e nei sindacati, per assicurare che su quelle anticaglie, su quei residui medioevali, nessun'altra speculazione avrebbe potuto essere compiuta.

Se mai qualcosa fosse stato tentato, non diciamo nelle democratiche terre di Francia, di Inghilterra e d'Italia, ma anche negli Stati gerarchici dell'Austria e della Germania, il movimento organizzato e coordinato dei lavoratori avrebbe ricondotto alla ragione i superstiti assertori di ideali superati e di ambizioni anacronistiche.

Poiché i partiti socialisti avevano ovunque milioni di voti, sempre più deputati e sempre più giornali a disposizione; poiché in ogni Paese controllavano sindacati sempre più potenti, chi poteva dubitare della esattezza di un simile ragionamento?

Non erano forse con i socialisti ed aderenti ai sindacati di sinistra, gli operai dei grandi complessi industriali, i ferrovieri, i portuali, i contadini?

Invece le cose erano andate in modo diametralmente diverso da quel che si era teorizzato per quarant'anni, all'ombra di tutte le illusioni del razionalismo pacifista ed edonista fin de siècle.

I socialisti inglesi e francesi avevano obbedito disciplinatamente al tanto irriso "richiamo della Patria"; ed i socialisti tedeschi, dopo aver votato in Parlametno i crediti alla guerra, si erano arruolati volontari a decine di migliaia.

L'Internazionale socialista si sfaldava di fronte alla guerra, al risorgere impetuoso del patriottismo, al riemergere di tanti valori ideali, spirituali ed eroici.

Solo in italia il socialismo era neutralista: si trasformava in fenomeno stranamente ed ottusamente conservatore, rifiutandosi persino di discutere i motivi della clamorosa débâcle delle forze internazionali del marxismo.

Filippo Corridoni, battagliero organizzatore di un sindacalismo dalle pronunciate tendenze rivoluzionarie, pose invece queste domande alla sua coscienza di militante.

Pallido, smunto, ascetico, aveva un singolare ascendente tra operai e contadini, sì da meritare sin da allora quella definizione di "Arcangelo sindacalista", che sarà poi il titolo di un magnifico libro scritto su di lui da Jvon de Begnac. Egli si era allontanato dal socialismo, accusandolo di "corruzione parlamentaristica" e di "riformismo piccolo-borghese", per dedicarsi con inesausta passionalità all'organizzazione del sindacalismo rivoluzionario: vi era dell'idealismo nelle sue tesi estremiste, c'era del volontarismo eroico in quel ricorso alla violenza che egli invocava tanto spesso, come l'unico metodo serio per formare e forgiare una minoranza capace e degna della conquista del potere.

E quando nella "sua" Unione Sindacale" scoppiarono furibonde le polemiche sulla posizione che doveva assumere l'Italia nel conflitto, Filippo Corridoni, ancora una volta rinchiuso nel carcere milanese di S. Vittore, prende decisamente posizione per l'interventismo, ed appena libero: "La neutralità è dei castrati. -grida ai suoi operai- Noi che non siamo e non vogliamo essere tali, ci sentiamo pronti alla battaglia".

La campagna corridoniana per la guerra, che ha tutti gli aspetti di una "predicazione" tanto è pervasa da una mistica aspirazione al sacrificio, si svolge in un ambiente difficilissimo: le tesi dell'interventismo calano dall'empireo aristocratico, nel quale le dibattevano i pensatori ed i giornalisti nazionalisti, i seguaci di D'Annunzio e di Marinetti, per tentare di rovesciare la psicologia pacifista delle stesse masse proletarie, e qui Corridoni non dimentica le sue aspirazioni rivoluzionarie perché dipinge la guerra come un indispensabile "bagno di sangue", come un lavacro sacrificale dal quale emergerà la classe dirigente di domani: la guerra è il preludio della Rivoluzione.

In questo vivo, passionale fermento di idee e battagliare di tesi, mentre rumoreggiavano nelle vecchie, fatiscenti strutture della società italiana tante forze nuove e dai più diversi ambienti saliva l'ansito per una rivoluzionaria trasformazione dello Stato, un uomo si pose al centro della grande ora che stava battendo sul quadrante della storia italiana: Benito Mussolini.

Anche lui era un eretico: anzi, eretico del socialismo ufficiale era sempre stato sin da quando si era messo a capeggiare la fazione rivoluzionaria del partito, ed aveva profuso a piene mani il suo torrenziale sarcasmo estremista sui "santoni" del movimento accusati più volte di imborghesimento ed eccessive fiducie nel gradualismo parlamentarista.

Mussolini era stato davvero uno strano tipo di "socialista": mentre gli altri dirigenti del partito si limitavano a farsi una cultura su Marx e Babeuf arrivando, al massimo, agli utopisti tipo Saint-Simon, Owen, Fourier, e si quietavano con le formulette classiste buone a mieter consensi nei comizi sezionali, negli anni di una dura ed errabonda giovinezza che lo aveva portato sinanco a fare il muratore in Svizzera, Mussolini aveva spaziato sull'opera di tutti gli scrittori e pensatori europei.

Ancora giovanissimo, ad esempio, aveva scritto su Nietzsche un saggio (La filosofia della forza) che era tutto un inno alla romanità ed una severa critica alla "morale degli schiavi" che aveva trionfato con il cristianesimo. Era un "socialista" che trovava il tempo di attaccare i dirigenti del suo partito, di studiare il violino e qualche lingua straniera e di scrivere opuscoli su "La poesia di Federico Klopstock", sulle "figure di donne nel Guglielmo Tell" di Schiller e sull'opera di Augusto von Platen.

Sorel aveva detto di lui: "Mussolini non è un socialista ordinario, credetemi. Voi lo vedrete, forse, un giorno, alla testa di un battaglione sacro, salutare con la spada la bandiera italiana".

"Non è socialista e non è neanche marxista -andava dicendo sempre la Kuliscioff nel suo salotto politico-letterario a Milano, dove pontificava a tutta l'intellighentsia progressista dell'epoca- proprio proprio l'è un poetino che ha letto Nietzsche...".

Un poetino che aveva osato affermare: "Alla quantità preferiamo la qualità...Al gregge obbediente e rassegnato che segue il pastore e si sbanda al primo urlo dei lupi, preferiamo il piccolo nucleo risoluto, audace, che ha dato una ragione alla propria fede, sa quello che vuole e marcia direttamente allo scopo". E poi: "Ci chiamino pure romantici, ma noi fermamente crediamo che in piazza e non altrove si combatteranno -maturi i tempi e gli uomini- le battaglie decisive".

Ecco, Mussolini non aveva neanche bisogno di risolvere una crisi di coscienza, come avveniva allora a molti sindacalisti, socialisti e repubblicani: per lui l'interventismo non era che lo sviluppo inevitabile, quasi la logica prosecuzione di un orientamento politico rivoluzionario di cui il socialismo era stato solo l'occasionale ed estemporanea vernice, come una obbligata tappa polemica giovanile.

Il 20 ottobre del 1914, Mussolini si dimette dall'incarico di direttore dell'Avanti! -il quotidiano che egli aveva portato in poco tempo da 40 a 100 mila copie giornaliere- ed il 15 novembre fa uscire il primo numero di un "suo" quotidiano: Il Popolo d'Italia.

Abbiamo già avuto modo di precisarlo: Mussolini cercava nell'interventismo, quanto il socialismo italiano non aveva potuto e non poteva dargli: lo strumento, il mezzo, la possibilità di una rivoluzione nazionale.

Come siamo venuti via via esponendo, su questa interpretazione della guerra convergevano i pareri di tutte le forze vive della Nazione: futuristi, sindacalisti, rivoluzionari, nazionalisti e dannunziani; Mussolini non poteva non essere su questa barricata, che era quella da cui avrebbero preso le mosse le forze della riscossa italiana, a conflitto concluso.

Provenienti da origini diverse, con l'impetuosità di rivi che scendono da vari monti e confluiscono nello spumeggiare di un torrente, tutti questi "filoni" di vita italiana, tutte queste avanguardie, queste minoranze irrequiete ed eroiche, questa splendida giovinezza della Patria, si ritrova nella battaglia per l'interventismo, parte volontaria per la guerra, dà alla Storia d'Italia un appuntamento creatore al di là del conflitto, con qualcosa di più forte e più vero di un pallido ragionamento filosofico, per virtù d'istinto e con la forza irresistibile dell'esempio.

* * *

Nel 3° "Quaderno" di Ordine Nuovo intitolato "Valori corporativi", dedicato ai sindacalisti nazionali, Rutilio Sermonti esponeva, nel settembre '64, le linee e i principî fondamentali del sistema corporativo attuato nel ventennio fascista, proclamandone la piena validità ed attualità per la riorganizzazione delle energie produttive della Nazione.

Dopo una parte critica del capitalismo sia privato che pubblico, l'esposizione così iniziava:

"1.- "La Nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. É una unità morale, politica ed economica che si realizza integralmente nello Stato fascista".

Questa è la dichiarazione Iª della Carta del Lavoro del 1927.

Ad un osservatore superficiale essa potrebbe sembrare una premessa più o meno enfatica e che, comunque, col lavoro non c'entra. É invece il principio fondamentale, e costituisce la base di tutta la concezione corporativa.

La Nazione non è intesa come il risultato di un agglomerato di forze individuali o di gruppi, alla maniera liberale. Essa non è il popolo che vive in un determinato momento su un certo territorio.

Essa è l'anima eterna di quel popolo, la sua realtà unitaria e profonda, metafisica prima che biologica: è le sue capacità anche sconosciute, le sue esigenze anche inavvertite, la sua tradizione e il suo avvenire, la sua missione nel mondo.

Questa superiore concezione unitaria si realizza nello Stato, attraverso il quale la Nazione diviene cosciente di se stessa e si pone un sistema, un ordine, una chiara direttrice d'azione.

Fine dello Stato è l'interesse superiore della Nazione, e cioò la sua libertà che non è soltanto indipendenza politica ed economica, ma possibilità di realizzare pienamente se stessa. Mezzo principale per raggiungere tale fine è l'elevazione del livello spirituale e fisico dei propri cittadini. Altri mezzi importanti sono il consolidamento della propria economia, il potenziamento delle proprie armi di offesa e difesa, l'ordine interno, il prestigio e l'autorità nel mondo.

Così concepita la funzione dello Stato, anche le forze produttive non possono intendersi che come strumenti tesi al raggiungimento del fine superiore.

"Il lavoro, sotto tutte le forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali, è un dovere sociale. A questo titolo, e solo a questo titolo, è tutelato dallo Stato" (Dichiarazione IIª).

"Lo Stato corporativo considera l'iniziativa privata nel campo della produzione come lo strumento più efficace e più utile nell'interesse della Nazione.

...l'organizzazione dell'impresa è responsabile dell'indirizzo della produzione di fronte allo Stato". (Dichiarazione VIIª).

Le dichiarazioni seconda e settima sopra riportate, con la premessa della dichiarazione prima, riassumono i fondamenti chiari ed inequivocabili del principio corporativo.

Essi contengono la negazione radicale dei presupposti stessi del sistema capitalistico.

Il lavoro cessa di essere merce di scambio. É un contributo alla produzione nazionale, strumento a sua volta della potenza della Nazione. Come tale acquista dignità e merita tutela, consistente tra l'altro nella garanzia di una equa e decorosa retribuzione.

Allo stesso titolo merita dignità e tutela l'iniziativa privata. Per lo Stato corporativo scopo fondamentale dell'impresa non è quello di realizzare un profitto per il capitale. Lo scopo è identico a quello del lavoro: contribuire alla produzione e alla potenza nazionale, per consentire allo Stato di conseguire i suoi fini superiori, extraeconomici, cui accennavamo sopra.

Il profitto serve solo da incentivo e da premio per l'imprenditore. Come la mercede per il lavoratore subordinato. Ma è importante che sia il profitto che la retribuzione non siano più fini ma mezzi. Nello stesso modo in cui fine del combattente è la vittoria, e non il soldo che riceve.

Come vedete, pur conservando ancora le imprese, al loro interno, la tradizionale struttura capitalistica, gli elementi della produzione assumono, nella organizzazione corporativa, una figura e una funzione completamente diversa.

Non si tratta peraltro di una contraddizione ma soltanto di una necessaria gradualità. Vedremo, quando parleremo della socializzazione, come questa non sia neanche concepibile se i produttori non si siano totalmente liberati dalla mentalità capitalistica, economicistica e classista. Come oggi constatiamo che tutti coloro che parlano e scrivono di socializzazione senza aver bene compreso il principio corporativo, finiscono necessariamente fuori strada.

* * *

2.- La dignità di funzione sociale e nazionale assunta, nel sistema corporativo, dal lavoro e dall'iniziativa privata, non rimaneva una vana proclamazione. Lìordinamento ne traeva rigorosamente le conseguenze, e anzi la sua struttura non era che l'applicazione dei principî che abbiamo esposti.

Innanzi tutto il conflitto sociale non era soltanto proibito: era impensabile e assurdo. Tra le forze che perseguono uno scopo comune potrà esservi una divergenza, una polemica, ma mai un conflitto. Un ordinamento che considerava il lavoro e l'iniziativa imprenditoriale come doveri nazionali non può neanche ipotizzare nel proprio seno lo sciopero o la serrata.

Qualcuno potrebbe osservare che anche l'attuale Costituzione democratica afferma che il lavoro è un dovere sociale (art. 4, capoverso) e poi consente lo sciopero (art. 40). Sono cose che succedono a fare le Costituzioni senza avere idee chiare e volendo soltanto contentare un pò tutti i "costituenti".

Tornando al Corporativismo, per il caso che qualche controversia economica tra associazioni di imprenditori e di lavoratori non si risolvesse in un accordo, anche con l'intervento conciliativo delle Corporazioni, di cui diremo in seguito, lo Stato interveniva nella sua funzione giurisdizionale a deciderla secondo giustizia, con l'orgnao della Magistratura del Lavoro.

La conseguenza più rivoluzionaria della concezione dell'attività produttiva come azione concorrente al raggiungimento dei fini stessi dello Stato, è nel sistema corporativo, l'affidamento alle categorie produttive della più alta funzione statale: quella legislativa.

I Contratti Collettivi di Lavoro, stipulati dalle due associazioni (di imprenditori e di prestatori di opera) riconosciute per una determinata categoria, hanno valore di legge. Di legge civile e penale, in quanto la loro inosservanza costituisce reato.

Il potere legislativo -in materia di norme di lavoro- è riconosciuto, si basi bene, dalla volontà unitaria delle due associazioni "contrapposte", considerate quindi non quali rappresentanti degli opposti interessi delle famose classi teorizzate dai marxisti, ma quali partecipi dell'interesse unitario della produzione nazionale, che realizza uno dei fini tipici dello Stato.

* * *

Quanto ai riferimenti di ordine dottrinario, in tutti questi anni abbiamo tradotto in linea politica l'esposizione organica contenuta nell'opuscolo "Orientamenti" di Julius Evola. Di esso, riportiamo qui il punto relativo al nazionalismo e quello che riguarda la cultura. Ha scritto Evola:

"In un analogo ordine di idee va precisato un altro punto. Si tratta della posizione da prendere di fronte al nazionalismo e all’idea generica di patria. Ciò è tanto più opportuno, in quanto oggi molti, per cercar di salvare il salvabile, vorrebbero riprendere una concezione romantica, sentimentale, e al tempo stesso, naturalistica della nazione, nozione estranea alla più alta tradizione politica europea e poco conciliantesi con la stessa idea di Stato di cui si è detto. Praticamente, come di questi tempi, in cui si vede preciso il formarsi di grandi schieramenti internazionali definiti da una idea, si possa insistere sulla formula di una pietistica "pacificazione nazionale" e della "solidarietà dei figli della comune terra", mentre si è visto l'idea di patria essere da noi invocata retoricamente ed ipocritamente dalle parti più opposte e perfino da coloro che sono al soldo della sovversione rossa, tutto questo non lo si capisce. Ma più essenziale è la questione di principio. Il piano politico in quanto tale è quello di unità sopraelevate rispetto alle unità definitisi in termini naturalistici come sono anche quelle cui corrispondono le nozioni generiche di nazione, di patria, di popolo. In questo superiore piano ciò che unisce e ciò che divide è l’idea, un’idea portata da una determinata élite e tendente a concretizzarsi nello Stato. Per questo la dottrina fascista – che in ciò restò fedele alla migliore tradizione politica europea – dette ad Idea e Stato il primato rispetto a nazione e popolo ed intese che nazione e popolo solo entro lo Stato acquistano un significato, una forma e partecipano ad un grado superiore di esistenza. Proprio in periodi di crisi, come l’attuale, bisogna tener fermo a questa dottrina. Nell’Idea va riconosciuta la nostra vera patria. Non l’essere di una stessa terra o di una stessa lingua, ma l’essere della stessa idea è quel che oggi conta. Questa è la base, il punto di partenza. All’unità collettivistica della nazione – les enfants de la patrie – quale sempre più ha predominato dalla rivoluzione giacobina in poi, noi in ogni caso opponiamo qualcosa, come un Ordine, uomini fedeli a dei principî, testimoni di una superiore autorità e legittimità procedenti appunto dall’Idea. Per quanto ai fini pratici oggi sia auspicabile venire ad una nuova solidarietà nazionale, pure non si scenda, per raggiungerla, a compromessi; il presupposto, senza il quale ogni risultato sarebbe illusorio, è il separarsi e prender forma di uno schieramento definito dall’Idea, come idea politica e visione della vita. Altra via, proprio oggi non v'è: bisogna che fra le rovine si rinnovi il processo delle origini, quello che, in funzione di élites e di un simbolo di sovranità o di autorità, fece uni i popoli entro i grandi Stati tradizionali, come forme sorgenti dall’informe. Non intendere questo realismo dell’idea significa tenersi ad un piano, in fondo, sub-politico: a quello del naturalismo e del sentimentalismo, se non addirittura della retorica patriottarda.

E ove si voglia appoggiare l’idea nostra anche a tradizioni nazionali, si stia ben attenti: perché esiste tutta una «storia patria» d’inspirazione massonica ed antitradizionale specializzatasi nell’attribuire carattere nazionale italiano agli aspetti più problematici della nostra storia: a partire dalla rivolta dei Comuni appoggiata dal guelfismo. Con essa prende risalto una «italianità» tendenziosa, nella quale noi non possiamo e non vogliamo riconoscerci. Essa la lasciamo volentieri a quegli Italiani, che con la «liberazione» e il partigianesimo hanno celebrato il «secondo Risorgimento».

Idea, Ordine, élite, Stato, uomini dell’Ordine – in tali termini siano mantenute le linee, finché sia possibile.

Qualcosa va detto sul problema della cultura. Non oltre misura. Noi infatti non sopravvalutiamo la cultura. Ciò che noi chiamiamo «visione del mondo» non si basa sui libri; è una forma interna che può esser più precisa in una persona senza una particolare cultura che non in un «intellettuale» e in uno scrittore. Si deve ascrivere fra i nefasti della «libera cultura» alla portata di tutti il fatto, che il singolo sia lasciato aperto ad influssi di ogni genere anche quando è tale da non poter essere attivo di fronte ad essi, da saper discriminare e giudicare secondo retto giudizio.

Ma di ciò qui non può essere il discorso se non per dire che, come stanno attualmente le cose, vi sono correnti specifiche da cui la gioventù d’oggi deve difendersi interiormente. Noi abbiamo parlato per primo di uno stile di drittura, di tenuta interna. Questo stile implica un giusto sapere e specie i giovani debbono rendersi conto dell’intossicazione operata in tutta una generazione dalle varietà concordanti di una visione distorta e falsa della vita, che hanno inciso sulle forze interne nel punto in cui la loro integrità sarebbe stata massicciamente necessaria. Nell’una o nell’altra forma questi tossici continuano ad agire nella cultura, nella scienza, nella sociologia, nella letteratura, come tanti focolari d’infezione che vanno individuati e colpiti. A parte il materialismo storico e l’economicismo, su cui si è già detto, fra i principali di essi sta il darwinismo, la psicanalisi, l’esistenzialismo, il neorealismo.

Di contro al darwinismo va rivendicata la fondamentale dignità della persona umana, riconoscendo il suo vero luogo, che non è quello di una particolare, più o meno evoluta specie animale fra le tante altre, differenziatasi per «selezione naturale» e sempre legata ad origini bestiali e primitivistiche, ma è tale da elevarla virtualmente di là dal piano biologico. Se oggi non si parla più tanto di darwinismo, la sostanza tuttavia permane. Il mito biologistico darwiniano nell’una o nell’altra variante vale con preciso valore di dogma, difeso dagli anatemi della «scienza», nel materialismo sia della civiltà marxista che di quella americana. L’uomo moderno si è assuefatto a questa concezione degradata, vi si riconosce ormai tranquillamente, la trova naturale.

Di contro alla psicanalisi deve valere l’idea di un Io che non abdica, che intende restare consapevole, autonomo e sovrano di fronte alla parte notturna e sotterranea della sua anima e al dèmone della sessualità; che non si sente né «represso» né psicoticamente scisso, ma realizza un equilibrio di tutte le sue facoltà ordinate ad un significato superiore del vivere e dell’agire. Una convergenza evidente può esser segnalata: la desautorazione del principio cosciente della persona, il risalto dato al subconscio, all’irrazionale, all’«inconscio collettivo» e simili dalla psicanalisi e scuole analoghe, corrispondono nell’individuo esattamente a ciò che l’emergenza, il moto dal basso, la sovversione, la sostituzione rivoluzionaria dell’inferiore al superiore e il disprezzo per ogni principio di autorità rappresentano nel mondo sociale e storico moderno. Su due piani diversi agisce la stessa tendenza e i due effetti non possono non integrarsi vicendevolmente.

Quanto all’esistenzialismo, anche a distinguervi ciò che è propriamente una filosofia – una confusa filosofia – fino a ieri restata di pertinenza di ristrette cerchie di specialisti, bisogna riconoscervi lo stato d’animo di una crisi divenuta sistema ed adulata, la verità di un tipo umano spezzato e contraddittorio che subisce come angoscia, tragicità ed assurdo una libertà dalla quale non si sente elevato, a cui si sente piuttosto senza scampo e senza responsabilità condannato in mezzo ad un mondo privo di valore e di significazione. Tutto questo, quando già il miglior Nietzsche aveva indicata una via per conquistare un senso dell’esistenza anche di fronte al più esasperato nihilismo, la via di chi, di là da queste complicazioni, sa dare a se stesso una legge ed un valore assoluto.

Tali sono le linee di superamenti, che non debbono essere intellettualistici e dialettici, ma vissuti, realizzati nel loro diretto significato per la vita interiore e per la propria condotta. Rialzarsi non è possibile finché si resti come che sia sotto l’influenza di consimili forme di un pensare falso e deviato. Disintossicatisi, si può conseguire chiarezza, drittura, forza".

politica interna
LA GIUSTIZIA SECONDO PERTINI
3 marzo 2008
 


SANDRO PERTINI


                                  
LA GIUSTIZIA SECONDO
PERTINI


Sandro Pertini, l’uomo che riuscirà a diventare Presidente della Repubblica, vale a dire che ricoprirà la carica di Primo Magistrato della Repubblica italiana e massimo garante della legge e del diritto, aveva una ben strana concezione di cosa si deve intendere per Legge e per Diritto. La cosa non ci scandalizza, né si indigna, né ci sorprende. Da uomini come lui, maturati alla logica della faziosità e dell’odio di parte, incapaci di comprendere che a concetti come Libertà, Giustizia, Diritto non si devono e non s possono aggiungere aggettivi senza stravolgerne i contenuti, senza falsarne il significato. Ma, in un’Italia serva dello straniero, cui con il trattato di Pace, è stato imposto l’art. 17 con tutte le sue articolazioni, la classe dirigente figlia di una sconfitta militare, senza merito alcuno assurta al potere, ha ritenuto di adeguare la nuova Costituzione repubblicana, leggi dello stato e condotta di governo, alle imposizioni dello straniero vittorioso. Straniero che, dopo oltre sessant’anni, ancora detta legge e impone tributi.

Un processo penale si era svolto a Roma contro appartenenti –o presunti tali- al Movimento Politico Ordine Nuovo.

I fatti.

Nel 1972 il Ministero dell’Interno aveva incaricato il dott. Provenza, della Questura di Roma, d riunire in un solo fascicolo -chiamato in seguito “Rapporto Provenza”- i nominativi di quanti avevano in corso in tutta Italia ed a diverso titolo, dei procedimenti per violazione della legge Scelba. Sulla base del “Rapporto Provenza”. Il dott. Occorsio, P.M. presso la Procura di Roma, ritenne d’istruire un secondo procedimento penale, per violazione della solita Legge Scelba, detto dei 119 o contro “Salvatore Francia + 118”. Quel procedimento fu aperto in aperta violazione dell’art. 90 del codice di procedura penale, in quanto i 119, per le stesse accuse erano giù in attesa di giudizio nelle competenti sedi giudiziarie. Ma al dott. Occorsio e all’On. Pertini, evidentemente, il fatto che degli “imputati” dovessero essere sottoposti a due procedimenti penali per le stesse ipotesi di reato, erano dettagli di nessuna importanza.

Il 2 febbraio 1978, il Tribunale di Roma ritenne di prosciogliere 113 degli iniziali 119 imputati. Nel frattempo se ne erano aggiunti altri che, con il M.P. Ordine Nuovo non avevano nulla che vedere. Il processo ai rimanenti ordinovisti si svolse nel 1988 e si concluse con la completa assoluzione di tutti gli imputati. Non risultò alcun atto di violenza a carico degli ordinovisti, nonostante le furiose ed insensate campagne medianiche cercassero di dimostrare il contrario.

da "La Stampa" di Torino, del 4 febbraio 1978
Direttore responsabile Arrigo Levi

Strascico all’assoluzione dei fascisti

Aspra polemica tra Pertini e i giudici di “Ordine Nuovo”

Roma, 3 febbraio

Polemica aspra fra Sandro Pertini ed i giudici che, recentemente, si sono pronunciati su “Ordine Nuovo. L’ex presidente della Camera ha accusato, in sostanza, il tribunale di «viltà» e di «corruzione»: i tre magistrati hanno replicato rimproverando il parlamentare socialista d’essere stato quanto meno incauto e fazioso nelle sue censure e lamentando che il Consiglio superiore non sia intervenuto a difendere la indipendenza dell’Ordine giudiziario. La polemica sembra destinata ad avere conseguenze clamorose anche perché è la prima volta che un giudice polemizza pubblicamente con un suo critico.

Sandro Pertini, all’indomani della sentenza con la quale sono stati assolti i 113 neofascisti di «Ordine Nuovo» ed è stato sospeso per altri 19 imputati nell'attesa che sia giudicata in modo definitivo la loro responsabilità in episodi di violenza, dopo avere espresso la sua indignazione e la sua sorpresa, ha detto: «C’è da pensare che sia stata rinnegata la figura del giudice Occorsio che portò avanti le cose nonostante le minacce che gli venivano rivolte. E’ così la paura che si è fatta strada. Non la giustizia. Debbo sottolineare che la viltà e la corruzione sono nemiche della democrazia».

Virginio Anedda che ha presieduto il tribunale (sardo de La Maddalena, 55 anni); Filippo Antonioni, romano, 55 anni e Pasquale Perrone, pugliese, 42 anni (hanno stabilito un primato rimanendo a discutere fra loro in camera di consiglio per 76 ore consecutive) dopo essersi consultati con i loro superiori gerarchici hanno inviato all’ex presidente della Camera una lettera per respingere le accuse di aver pronunciato la sentenza per paura. Dopo avere sottolineato che hanno cercato di rispettare il principio «d’essere soggetti soltanto alla «legge» e di avere sempre compiuto «un lavoro ingrato e tormentoso a garanzia di tutti i cittadini, onorevole Pertini, anche della sua, che un tribunale le negò in modo così faziosamente sbrigativo», i tre magistrati hanno aggiunto: «Vogliamo rimanere giudici, senza aggettivi, che valutano scrupolosamente uomini e fatti, che non si adagiano su ipotesi accusatorie senza verificarne la fondatezza al banco della prova».

g.g.

politica interna
IL LITTORE TAVIANI ED I SUOI DIARI
21 febbraio 2008


l'ex-littore Paolo Emilio Taviani


TAVIANI E I SUOI DIARI

LA STAMPA

Del 3/5/2002 Sezione: Cultura Pag. 19

RIVELAZIONI SU TRAME EVERSIVE, STRAGI E MISTERI DELLA PRIMA REPUBBLICA NEI DIARI DEL LEADER DC

TAVIANI: i giorni dell´Italia in nero

Taviani è morto, che sia dannato per l’eternità!

Un voltagabbana, come tanti altri antifascisti dell’ultima ora, un opportunista che, pur di conseguire e di mantenere il potere, suo personale e della setta politica d’appartenenza, non ha mai economizzato in fatto di menzogne, falsificazione della realtà e mancanza di scrupoli.

Anche in attesa della fine, nella compilazione definitiva dei suoi diari,quando ormai solo la storia poteva incaricarsi di emettere il giudizio definitivo sulla sua equivoca condotta politica, non ha avuto l’estremo coraggio di fare piena luce sugli avvenimenti che lo hanno visto coinvolto e responsabile. Ipocritamente e falsamente, da puro democristiano, lancia gravissime accuse generiche contro tutto un mondo –quello rappresentato da chi ha vissuto l’esperienza di “ORDINE NUOVO”, senza fare nomi. Eppure lui, in quanto responsabile del Ministero dell’Interno, quei nomi doveva conoscerli, considerato che con tanta sicurezza afferma che collaboravano con organismi dello Stato! Non ci vuole che un granello d’intelligenza per comprendere che, se qualche traditore o rinnegato può esserci stato –che per puro caso può essere transitato in una qualche sede di Ordine Nuovo- gli stessi non hanno certo reso un servizio degno di lode al movimento ordinovista. Se individuati, come minimo sarebbero stati radiati o sarebbero andati incontro ad altra meritata punizione. Con quanta imbecillità si può continuare a sostenere che Ordine Nuovo ha, in qualsiasi modo, collaborato con una qualsiasi componente delle “Istituzioni”, se è stato proprio “Ordine Nuovo”, e proprio per disposizione dell’ex littore Paolo Emilio Taviani, l’unico movimento ad essere pesantemente colpito dalla repressione democratica e messo “fuori legge”?

Probabilmente, qualcuno, un giorno svelerà il mistero. Quando tutti i veri colpevoli saranno morti

IL 27 giugno dello scorso anno, su ordine della Procura di Brescia, il reparto Antieversione dei Ros si presentò nella sede del Mulino, a Bologna, per sequestrare una copia dei diari di Paolo Emilio Taviani, morto nove giorni prima. Il senatore a vita - lo nominò Cossiga nel 1991 - aveva più e più volte, in diverse sedi, promesso rivelazioni sui misteri della Repubblica. Ne aveva in verità qualche titolo essendo stato grande capo partigiano, segretario della Dc, ras di corrente, ministro della Difesa e dell'Interno varie volte, nell'arco di un periodo cruciale, dagli anni cinquanta alla metà degli anni settanta. Ricevuta la visita dei Ros, il responsabile della sezione Storia del Mulino, Ugo Berti, dichiarò in ogni caso all'Ansa: «La pubblicazione procede regolarmente secondo i programmi. Nei prossimi mesi dell'anno prossimo il volume sarà in libreria». Eccolo, dunque: Politica a memoria d'uomo (445 pagine, 20 euro). In una delle ultime pagine, nel tirare le somme, Taviani scrive: «Fu guerra, calda o fredda, ma sempre guerra (...). Non sono sicuro di aver mai sbagliato. Per un uomo politico è già un successo salvarsi l'anima». Anche per mezzo dei diari. Per cui ecco subito quanto probabilmente interessava a magistrati e carabinieri. Taviani l'ha racchiuso in una quarantina di pagine. Piazza Fontana - di cui si occupò tornato al Viminale nel 1973 insieme con i vertici dell'Antiterrorismo (Santillo) e degli Affari Riservati (D'Amato) - offre la prima sorpresa. «La responsabilità della strage è interamente dell'estrema destra e in particolare di Ordine nuovo: uomini tecnicamente seri, collegati con settori deviati dei servizi segreti». La Cia non c'entra nulla, ma l'esplosivo, venne fornito a uomini di On da un «agente nordamericano» che proveniva dalla centrale tedesca e apparteneva al servizio segreto dell'esercito: «Assai più efficiente della Cia». In Italia qualcuno seppe e anzi cercò di evitare. Taviani racconta di un certo avvocato Fusco, con frequenti legami con il Sid, che la sera del 12 dicembre doveva andare a Milano per «recare il contrordine sugli attentati previsti». Ma a Fiumicino seppe della bomba. Poco dopo la strage, da Padova, un ufficiale del Sid raggiunse Milano «per sostenere il depistaggio sulla sinistra». La bomba non doveva, secondo Taviani, causare morti, come accadde a Roma. Lo deduce dal fatto che, «una volta verificato che nel crimine erano implicati anche alcuni uomini delle istituzioni, non è supponibile che essi cinicamente pensassero di uccidere tanti innocenti». A meno che gli esecutori abbiano poi «disatteso gli ordini ricevuti». A questa ricostruzione Rumor, Fanfani e Moro non vollero mai credere. Taviani al contrario, come «atto politico» e sulla base della sentenza ottenuta dal pm Occorsio, decretò lo scioglimento di Ordine nuovo. La fine della teoria degli «opposti estremismi» ebbe sanguinose conseguenze. Tornato al Viminale liquidò anche alcuni agenti e confidenti arruolati dal precedente ministro (Restivo); «servizi paralleli», si disse in seguito, erroneamente identificandoli con Gladio. Tali spezzoni divennero «schegge impazzite». Mario Tuti ne fu il tipico esponente. A questo ambiente para-golpista, Taviani imputa la strage dell'Italicus. Era il 1974. Ma pure sull'attentato di Bertoli il ministro ebbe il dubbio che l'«anarchico» venuto da Israele potesse essere stato aiutato dal Sid del generale Maletti, di cui ricorda che era «filo-israeliano» (mentre il generale Miceli era filo-arabo). Anche la strage di Brescia è collegata a On: «i carabinieri vi avevano infiltrato un informatore». La bomba era in realtà destinata all'Arma, per vendetta, ma per la pioggia i militi si erano spostati dall'area prescelta per l'esplosione. [TITF]Il padre di Gladio Taviani si assume in pieno la responsabilità di aver fatto iniziare le indagini su Edgardo Sogno; e sostiene anche di aver duramente pagato la sua convinzione che le stragi fossero state «sicuramente ed esclusivamente di destra». Quando cadde il governo venne sostituito - e si riporta un vivace resoconto di come il sinedrio Dc, riunito a piazza del Gesù, distribuisse gli incarichi, con offerte, battute crudeli e sbattimenti di porta. Nel novembre del 1974 finirebbe in realtà il potere governativo di Taviani, l'uomo che in nome dell'atlantismo mise in piedi Gladio. Ma la sua influenza politica continua. Del tutto ingiustificata, la campagna contro l'organizzazione Stay Behind, a suo giudizio, venne aperta con l'obiettivo di contrastare Cossiga che aveva buone speranze di conquistarsi a picconate un secondo mandato presidenziale. In più - ed è una rivelazione - i comunisti sapevano non solo di Gladio, ma anche della base di Capo Marargiu: e questo perché l'aveva detto lui, Taviani, all'allora segretario Longo. Sulle Br, oltre a numerosi sospetti sui collegamenti con i seguaci di Secchia, è annotata una confidenza del generale Dalla Chiesa secondo cui nel 1977, e cioè pochi mesi prima del sequestro Moro, l'evasione di Prospero Gallinari «venne favorita con lo scopo di scovare Moretti». Sui servizi segreti esteri c'è un'abbondante aneddotica. Dall'idea di utilizzare la Stasi in funzione anti-Tito al Mossad che Taviani considera responsabile dell'attentato all'aereo Argo 16; dall'«ottusità» anticomunista della Cia all'«abilità» del Kgb, di cui pure nega che sia riuscito - come scritto nel dossier Mitrokhin - a mettergli una segretaria alle calcagna. Entrambi i servizi delle grandi potenze della guerra fredda, comunque, «convergevano a un medesimo risultato: mantenere l'Italia in tensione». Questo dunque - con inevitabile sintesi e conseguenti forzature di chi gli ha riservato una prima lettura - contengono più o meno le pagine più scabrose delle memorie tavianee. Un autentico tesoro per gli appassionati di trame e misteri. Ma i diari dei potenti, per fortuna, interessano anche gli storici e i normali lettori. E infatti sarebbe ingiusto ridurre questo volume, tra i più interessanti nella memorialistica della Prima Repubblica, a una sequela un po' paranoica di verità, sospetti, cospirazioni. Taviani si salva l'anima, infatti, anche raccontando in profondità il suo lungo tempo di leader e capocorrente democristiano. Gli anni avventurosi, ma indimenticabili della Resistenza, quelli che un giorno spingeranno Fidel Castro a rivolgerglisi come «colega en la experiencia guerrillera». [TITF]Affrancarsi dal Vaticano

Come pure l'austerità della Costituente, quel pasto di «pane, mele e un bicchiere di vino bianco» al primo congresso Dc. Le ramanzine di Sturzo, le «manovre» di Gedda, in sostanza la dura lotta sotterranea per liberarsi dalla tutela vaticana, la lettura tra le righe dell'Osservatore romano, il timore degli effetti che un certo discorso avrebbe suscitato sull'«Uomo Bianco», cioè il Papa. Timori a loro modo giustificati, e fino all'ultimo, se è vero che da Oltretevere non gli perdonarono di essere andato lui, come ministro dell'Interno, ad annunciare in tv i risultati del referendum sul divorzio. In più viene fuori il personaggio: gastronomo, amante della famiglia, celebre studioso di Colombo. Come ogni grande democristiano, è al tempo stesso spregiudicato e spirituale, per cui fa cose assai discutibili, le fa a fin di bene e le racconta pure. La volta che, da ministro, per far dimettere sul serio il tentennantissimo De Nicola da presidente della Corte costituzionale chiede ad alcuni suoi amici ex partigiani di appendere dei manifesti contro di lui nel quartiere di Napoli dove abita. Oppure la volta che per aggirare le difficoltà, si fa costruire dall'esercito un aeroporto a Lampedusa. O acquista - in Senegal! - un pacco di lettere (poi rivelatesi false) in cui Pio XII si rivolge chiaramente a una specie di fidanzata. Sfila nel diario tutto un mondo. De Gasperi pensoso, Dossetti irrequieto, La Pira ardente, Fanfani volitivo. E Nenni, e i comunisti. Ecco: a distanza di anni, davvero colpisce nei diari tavianei l'intensità con cui la Dc cerca a tutti i costi - e trova, non c'è dubbio - un rapporto di convivenza con il Pci. E di nuovo occorre tornare ai segreti rivelati se nel gennaio del 1955, in piena Guerra Fredda, i servizi italiani scoprono che l'Urss ha appena finanziato il pci con un cifra che corrisponde a 40 miliardi di oggi. Ebbene, in una riunione con Scelba e Martino, si decide di far finta di niente: «Abbiamo sempre detto che il Pci è pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamento comporterebbe necessariamente mettere al bando il Pci. Dunque la guerra civile». Taviani arriva a corteggiare apertamente il Pci a metà anni settanta. Nel 1975 prova a convincere addirittura la Cia dell'affidabilità di Berlinguer; e l'anno dopo a Mosca sonda i sovietici se nel quadro della distensione sarebbero disposti a comprendere un governo che veda insieme Dc e Pci... Come poteva uno come lui, pure profeta inascoltato di Tangentopoli, comprendere quel che stava per accadere? Eppure «il nome di Di Pietro - scrive - è forse l'unico fra gli italiani degli anni novanta che rimarrà nella storia e non nella cronaca. Proprio come vi restò Giovan Battista Perasso detto Balilla. Con una differenza; che quest'ultimo, gettato il sasso, non pretese rimanervi nella storia, al punto tale che alcune balzane correnti storiografiche ne contestano l'identità». Riflessione tortuosa, ma efficace: molto democristiana.

Filippo Ceccarelli

POLITICA
DA CHE PARTE STAVA VIOLANTE?
19 febbraio 2008


Solidarietà con gli IBO.
Dov'erano i "democratici"?
Violante sequestrava e protocollava questo volantino con il n. 199/5

POLITICA
ARMI LETALI DEL M.P. ORDINE NUOVO
19 febbraio 2008

 
Volantino sequestrato da Violante, prot. n. 169.



VOLANTINO CHE ANNUNCIAVA UN COMIZIO, AUTORIZZATO DALLA QUESTURA,
REGOLARMENTE TENUTO. DUEMILA "COMPAGNI" NELL'ADIACENTE PIAZZA
CARLO FELICE HANNO ASCOLTATO IN SILENZIO. NESSUN INCIDENTE.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. stato libertà giustizia ordine mpon

permalink | inviato da diogene38 il 19/2/2008 alle 14:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
ARRUOLAMENTO PER LA GUERRA DEL M.P.O.N.!
19 febbraio 2008
 
OCCORREVA PROPRIO ESSERE SORDI E CIECHI PER NON CAPIRE, PER NON RENDERSI CONTO CHE ORDINE NUOVO CHIAMAVA ALLE ARMI, SPECIALMENTE I GIOVANI, PER MOBILITARLI, A COLPI DI VOLANTINI, OPUSCOLI, LETTURE, CONFERENZE, GIORNALI CON TIRATURE MINIATURIZZATE, DIBATTITI E LA FORZA DELLE IDEE, ALLO SCOPO DI CONTRASTARE E ABBATTERE LE SUPERPOTENZE ARMATE FINO AI DENTI, CON MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA PLANETARI, CON POLIZIE D'OGNI GENERE, CON MEZZI FINANZIARI SENZA LIMITI, CON SPREZZO D'OGNI LEGGE E D'OGNI REGOLA DEL VIVERE CIVILE! SOLO DUE MAGISTRATI LO CAPIRONO: OCCORSIO E VIOLANTE!

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. MPON REPRESSIONE VIOLANTE OCCORSIO

permalink | inviato da diogene38 il 19/2/2008 alle 14:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
LE ARMI DEL TERRORE ORDINOVISTA
19 febbraio 2008

 
SEQUESTRANDO QUESTO VOLANTINO, FORSE LUCIANO VIOLANTE INTENDEVA SCHIERARSI A FAVORE DI PINOCHET? QUESTO VOLANTINO FU DIFFUSO IL 12 SETTEMBRE 1973, CIOE' IL GIORNO DOPO DELL'AVVENUTO GOLPE DI PINOCHET, ORGANIZZATO E VOLUTO DAGLI STATI UNITI. NON CI VOLEVA MOLTO A CAPIRLO.

P.S.
se avete problemi di lettura o di intelligibilità, potete cliccare col tasto destro sull'immagine e salvandola  vederla nelle sue dimensioni originali
sfoglia
febbraio