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"Non è mai morto
ciò che è eterno"

politica interna
ALMIRANTE E IL M.P. ORDINE NUOVO
25 aprile 2008


MILANO 1956
V° Congresso Nazionale del M.S.I.
ALMIRANTE e RAUTI
il distacco e la nascita di O.N.

 


IL M.P.ORDINE NUOVO E ALMIRANTE


Definire un profilo del “personaggio” Almirante non è cosa facile, considerata la natura dell’”attore” Almirante che, in tutto il percorso della sua esistenza, si è prefisso di recitare un ruolo di volta in volta mutevole, in funzione delle circostanze e di quanto i tempi richiederanno. Rivoluzionario a volte, reazionario altre, opportunista sempre e quando le evoluzioni della politica lo richiederanno. Una brillante oratoria, non scevra da familiari insegnamenti teatrali, gli è stata senza alcun dubbio di grande aiuto. Lo stesso si può dire dell’uso che sa fare dell’arte dello scrivere. Chiaramente, su tutto domina un’intelligenza non comune e l’insuperabile italica arte del sapersi “arrangiare” in ogni circostanza, traendone i frutti migliori.

Nel 1956 alcuni giovani, dopo il congresso di Milano del MSI escono dal partito, non sentendosi più in sintonia con le linee ideali e programmatiche dello stesso. Danno vita ad una rivista dal titolo “Ordine Nuovo” intorno alla quale si costituisce, assumendo un’importanza sempre maggiore anche a livello nazionale, il “Centro Studi Ordine Nuovo”. Per dieci anni il C.S.O.N. cura l’organizzazione centrale e periferica, la formazione e la preparazione dei quadri, fino a quando nel 1966 in una riunione di dirigenti -che si svolge a Pissignano sul Trasimeno- è stilato il Manifesto programmatico di Ordine Nuovo, presentato in un’assemblea di circa settecento quadri -provenienti da tutta Italia a Palazzo Brancaccio in Roma- nel corso della quale il Manifesto è approvato ed è assunta la decisione di passare dalla fase del “Centro Studi” a quella del “Centro Politico”, assumendo la denominazione di “Centro Politico Ordine Nuovo”, con la Segreteria Nazionale di Pino Rauti e con la formazione di un Direttorio Nazionale. Il Direttorio Nazionale istituisce o conferma le Reggenze Provinciali e gli Ispettorati Regionali oltre a verificare tutti gli altri organi statutari. Si continua a lavorare alacremente, sia al centro sia in periferia, in modo assolutamente autonomo ed indipendente da qualsiasi altra formazione politica, MSI compreso, che per Ordine Nuovo non è altro che un partito come gli altri, assolutamente indifferenziato. Nel 1967, in un Convegno tenutosi presso la sede del Circolo dei Selvatici in Roma, i dirigenti di ON., convenuti da tutta Italia, discutono sul cosa fare in occasione delle elezioni politiche che si svolgeranno nel 1968.

Esclusa la partecipazione diretta, è scelta la campagna per la “Scheda Bianca”, più idonea per mezzi, per possibilità economiche e di mobilitazione ma, soprattutto più coerenti con le posizioni “Antisistema”. Tutti sono d’accordo con la scelta operata e, le elezioni politiche del 1968, vedono il Centro Politico Ordine Nuovo” mobilitato dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, in un’incredibile attività che coglie tutto lo schieramento politico tradizionale di sorpresa. La “Scheda Bianca” è subito caratterizzata come un’iniziativa di “Ordine Nuovo” e tutti i partiti scatenano un’offensiva mediatica all’insegna del “votate per chi volete, ma votate”. Perfino il PCI acquista pagine intere di quotidiani lanciando quel messaggio! Gli anarchici, che in un primo tempo hanno pensato di proporre la “Scheda Bianca”, per non essere confusi con gli ordinovisti, propongono la “Scheda Nulla”.

Con pochi mezzi, supplendo con fantasia, militanza, presenza fra la gente non solo nelle grandi città ma anche nei piccoli centri, nei mercati, a contatto della gente, con comizi volanti in ogni dove, con mezzi improvvisati, manifesti scritti a mano su carta recuperata nei fondi di magazzino delle cartiere. Si riesce ad avere piazze prestigiose per i comizi di chiusura della campagna elettorale, come a Torino nella grande Piazza San Carlo (dove normalmente chiudono PCI – DC – PSI).

Considerato che è il primo esperimento elettorale, si può ben dire che ON. ottiene un successo straordinario: in percentuale sul piano nazionale raggiunge circa il 6% delle Schede Bianche, mentre in Piemonte supera il 7%.

Troppo. Dal 1972 l’ISTAT non segnala più il numero delle schede bianche.

Ordine Nuovo sarà messo fuori legge.

Del 1968 non si parlerà mai della campagna per la Scheda Bianca: il suo ricordo sarà cancellato. Solo si parlerà dei moti studenteschi definiti di sinistra, quando di sinistra non erano, ma dalla sinistra furono strumentalizzati.

Almirante e Caradonna saranno con la polizia a Valle Giulia, a Roma, contro ordinovisti e studenti non comunisti. (vedere Blog http://ordinenuovo.ilcannocchiale.it)

Almirante, Segretario del MSI fiuterà l’affare per un partito che difetta di quadri e di militanti di valore.

Ordine Nuovo, all’epoca, in tutta Italia, può contare, fra dirigenti-militanti-aderenti, su circa 12.000 uomini e donne.

Almirante ha contatti con Rauti e quasi sicuramente con il Ministro degli Interni, anch’egli interessato a che non si propaghi il virus antisistema ed anche per ragioni di politica internazionale.

A settembre del 1968 Almirante giunge ad un accordo preliminare con Rauti (dell’accordo sono partecipi anche Andriani e Maceratini) per far entrare ON. nel MSI, facendogli presente che, in caso contrario, sarebbe andato incontro ad un’ondata repressiva da parte del “sistema”.

Nell’aprile del 1969 si riunisce in Roma il Direttorio Nazionale al completo: Rauti fa presente che Almirante gli ha chiesto già due volte di rientrare nel MSI e gli è stata data una risposta negativa. In quei giorni gli è stata chiesta per la terza volta e chiede al Direttorio cosa deve rispondere. Univocamente, il Direttorio ancora una volta risponde in senso negativo. Rauti ne prende atto.

In Piemonte, per motivi personali Francia ha rassegnato le dimissioni da tutti gli incarichi ricoperti e accetta di essere un semplice militante.

Reggente provinciale è designato Giuseppe Dionigi

A giugno si riunisce ancora una volta il Direttorio Nazionale.

Dionigi, tornato a Torino, comunica agli esterrefatti ordinovisti la decisione di Rauti e soci – alla quale lui ha dato l’adesione del Centro di Torino senza consultare o interpellare nessuno- di entrare nel MSI Si scatena il finimondo e nessuno, assolutamente nessuno, si dichiara d’accordo con l’iniziativa di Dionigi.

Nel novembre del 1969 Rauti ufficializza l’entrata del Centro Politico Ordine Nuovo nel MSI e con lui entrano i sui “fedelissimi”: probabilmente un centinaio di persone in tutto.

Lo stesso fenomeno si verifica nella maggior parte delle Reggenze d’Italia

Clemente Graziani, Roberto Besutti, Elio Massagrande e Leone Mazzeo stilano una “Lettera ai Dirigenti e Militanti di Ordine Nuovo” e formalizzano la costituzione del “Movimento Politico Ordine Nuovo” che deve garantire la continuità dell’ordinovismo in “una formazione rivoluzionaria al di fuori degli schemi triti e vincolanti dei partiti, una formazione agile, adeguata alle esigenze della situazione politica attuale e strutturata secondo i criteri propri delle minoranze rivoluzionarie”.

Il linguaggio non deve trarre in inganno. il MPON opera in ogni momento nella più assoluta legalità, fino all’ultimo ordine diramato a tutti i militanti, ancora poco prima che sia emanata la sentenza di condanna, che deve portare allo scioglimento del Movimento, che è quello di scendere in piazza a distribuire volantini –polizia permettendo- per dimostrare la precisa volontà di operare alla luce del sole.

Gli “atti di violenza” imputati al MPON nel processo svoltosi a Roma -P.M. il dott. Vittorio Occorsio- sono un’irruzione in una sede del PCI, durante il carnevale, ad opera di due incappucciati che malmenano il custode qualificandosi come ordinovisti; una pietra lanciata contro una finestra della sede della DC che sfiora la testa dell’on. Sullo, lancio in seguito attribuito a ON. perché alla fine della manifestazione di protesta che si è svolta in Piazza del Gesù sono trovati dei volantini che il Movimento ha distribuito; come ultimo episodio un’irruzione nell’università di Verona, della quale sono accusati degli ordinovisti, in seguito assolti.

In nessuna inchiesta non sono mai stati contestati al MPON dei fatti delittuosi fra la sua costituzione –il dicembre del 1969- ed il suo scioglimento – novembre 1973.

Nonostante la mobilitazione delle questure del Lazio, della Toscana, del Veneto, dell’Umbria, della Liguria, della Lombardia, del Piemonte, dell’Emilia, della Calabria e della Sicilia (dove il Movimento aveva i suoi punti di forza) scatenate nella ricerca del minimo pretesto che possa servire per perseguire gli ordinovisti.

In un processo svoltosi a Torino, contro gli ordinovisti piemontesi -o presunti tali- sono eseguite 1.500 perquisizioni, sono indiziate di reato 150 persone delle quali 70 rinviate a giudizio e condannate sei per “cospirazione politica mediante associazione”.

Sono chiamati a testimoniare -dalla difesa- ufficiali della polizia e dei carabinieri, i quali dichiarano –fra lo stupore dei magistrati- che “mai, in nessun momento, gli ordinovisti si sono resi responsabili di atti di violenza o anche solo di provocazione”. Allora, perché la condanna? Perché al Sindaco comunista di Torino è giunta “anonimamente, la fotocopia di un documento anonimo” dattiloscritto, sull’originale del quale appaiono alcune correzioni a mano. Quel “documento” anonimo non contiene nomi di persone o di organizzazioni. Sulle correzioni a mano (fatte sull’originale) è fatta eseguire una perizia calligrafica pilotata dal Giudice Istruttore comunista ed il “documento” artatamente attribuito al MPON. Il G.I. sarà eletto deputato nelle liste del PCI, farà una brillante carriera politica, riuscendo a ricoprire perfino la terza carica istituzionale dello Stato. Sulla pelle degli ordinovisti. Non solo politicamente parlando.

A Roma nonostante la bravura ed il coraggio degli avvocati la sentenza di condanna è già scontata. Tutte le istanze della difesa sono respinte, anche le più ovvie. Graziani prepara un documento che tutti gli imputati sottoscrivono. Sono le ultime considerazioni morali su certa giustizia borghese, contenute nella memoria “Processo alle idee”, consegnata alla Corte da Graziani

Afferma, fra l’altro, Graziani:

L’abbiamo già detto: non nutriamo alcuna fiducia nella giustizia democratica e borghese. E non ci si può dar torto. Uno stesso reato, configurato da una medesima legge, può essere giudicato in modo diverso, a seconda dell’appartenenza del magistrato a questa o a quella “corrente” o fazione in cui oggi è frantumato l’ordinamento giudiziario.

Dopo aver ascoltato la motivazione di rigetto delle eccezioni di incostituzionalità espressa da questo Tribunale consideriamo già deciso il nostro destino e quello del nostro Movimento in questo processo.

Pertanto i nostri difensori sono liberi, ove lo ritenessero opportuno, di rinunciare al mandato loro affidato, visto che noi stessi, per le ragioni suddette, consideriamo ormai inutile un loro ulteriore impegno al fine di evitare un macroscopico errore, non solo giudiziario. Così come riteniamo inutile e nient’affatto dignitosa qualsiasi forma di collaborazione che, sempre allo stesso fine, noi avremmo potuto fornire a questo Tribunale. La nostra presenza in questa aula quarta (senza alcun riferimento all’aula quarta dove si celebravano in epoca meno ipocrita processi di regime, ma davanti ad un Tribunale Speciale, con giudici in divisa e non protetti dalla toga) sarà d’ora in avanti limitata ai casi che il rituale giudiziario rende obbligatori.

Signor Presidente, Signori del Tribunale. Non considerate il nostro atteggiamento irriguardoso nei vostri riguardi. Noi condanniamo un sistema, non coloro convinti di far bene nel servirlo sino in fondo e operano così in buona fede, senza cioè rincorrere l’interesse personale, come appunto, ne siamo certi, è il Vostro caso.

Non è detto che uomini probi come Voi non possano cadere nell’errore. E l’applicazione della legge Scelba nei nostri confronti e nei confronti di qualunque altro gruppo o movimento è un errore storico.

Non invidiamo il Vostro compito, Signori del Tribunale.

Siamo qualcosa di ben diverso (e ve lo abbiamo dimostrato) dal fascismo e il sistema Vi chiede di condannarci come fascisti.

Malgrado i rapporti supplitivi che, anche in questi giorni, arrivano al vostro tavolo dalle questure di tutta Italia, non avete trovato nulla che indichi il Movimento Politico Ordine Nuovo come un’organizzazione dedita alla violenza e il sistema vi chiede di condannarci come violenti, cioè Vi esorta, con mezzi subdoli e con pressioni politiche e psicologiche di ogni tipo e provenienza, ad esercitare Voi la più esecrabile delle violenze e degli arbitri: quelli che si mascherano e si proteggono sotto la toga.

Il sistema Vi chiede di soffocare le idee con l’uso delle manette, ma Voi ben sapete che le idee non si distruggono con la persecuzione.

Inoltre Voi sapete che, qualunque sia il Vostro verdetto, Ordine Nuovo vivrà.

Il Movimento Politico Ordine Nuovo ha combattuto finora la sua battaglia rivoluzionaria contro la società borghese nel quadro della legalità, utilizzando quel minimo di libertà che lo Stato borghese e democratico ancora gli concede. Noi lottiamo contro questa società anche perché siamo convinti che essa tenda a sopprimere, prima o poi, ogni forma di libertà.

Noi siamo quindi in attesa, Signori del Tribunale, per sapere dal Vostro verdetto se abbiamo ragione o torto, se Ordine Nuovo può continuare ad agire sul piano della legalità oppure se deve ricorrere ai mezzi di lotta previsti nei periodi di repressione e di persecuzione democratica”.

La sentenza sarà, inesorabilmente e come previsto, di condanna e sarà emessa il 21 novembre del 1973. Fuori dal Tribunale un carabiniere motociclista era già in attesa di una busta contenente il documento da recapitare con urgenza al Consiglio dei Ministri era già riunito in seduta speciale su richiesta del Ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani, che richiese l’immediato scioglimento del Movimento a mezzo Decreto Legge.

Almeno la metà dei ministri, compreso l’on. Moro, non era d’accordo, opponendo ragioni di incostituzionalità. Taviani andò su tutte le furie facendo presente che si trattava di ragioni politiche quelle che esigevano lo scioglimento e la messa al bando di Ordine Nuovo. Taviani vinse la partita, tuonando in Parlamento sul “pericolo fascista”, mentre in realtà per fedeltà Atlantica organizzava anche in Italia la struttura della Gladio, in teoria creata per fronteggiare un’ipotetica invasione delle armate del Patto di Varsavia, in realtà braccio armato in Italia della “strategia della tensione”.

Il 23 novembre 1973 il D.L. di Taviani era emesso, diventando immediatamente esecutivo, per “la pericolosità” del Movimento.

Un aspetto assurdo dell’operazione fu che, se realmente il Movimento era pericoloso, la parte più urgente da mettere in atto –anche trattandosi di una sentenza di primo grado- doveva essere la pena detentiva nei riguardi di quanti –dirigenti e militanti- avevano subito una condanna. Non fu così, perché squadre della polizia politica si affrettarono a chiudere le sedi del Movimento e sequestrare quanto in esse contenuto. La stessa cosa avvenne nelle abitazioni di militanti e simpatizzanti di tutta Italia. Quanto fu sequestrato furono libri, giornali, volantini, manifesti, documenti politici, corrispondenza, bandiere, qualche ciclostile e materiale vario che qualsiasi movimento politico ha nelle proprie sedi

Se pericolo esisteva, aveva calcolato Taviani, era rappresentato dagli uomini e non dalle cose.

L’ingiusta sentenza emessa dal Tribunale di Roma, seguita dall’abnorme provvedimento legislativo che ne rendeva esecutivo il solo primo grado, la chiusura di tutte le sedi ed il sequestro di “tutti i beni” del Movimento, le centinaia di perquisizioni e sequestri domiciliari, avrebbero dovuto essere –nelle intenzioni del Ministero degli Interni- motivi più che sufficienti per scatenare la rabbia degli ordinovisti.

Degli ordinovisti si è detto di tutto, ma nessuno si è mai neanche lontanamente sognato di dire o anche solo pensare che fossero degli sprovveduti.

Taviani ed i suoi palesi ed occulti mestatori, evidentemente, si. Non avevano tenuto in alcun conto la preparazione ed il senso della disciplina che permeava il mondo ordinovista.

Per chi manovrava la “strategia della tensione”, basata sugli opposti estremismi, alla presenza di un’estrema sinistra organizzata e attiva sul piano della lotta armata, si faceva urgente la presenza di una destra estrema da poterle opporre.

È più che ovvio che “il sistema” si aspetti una reazione violenta. Ma non ci sarà nulla, assolutamente nulla. Tutto il Movimento ordinovista è “ibernato”.

Solo alcuni dirigenti e militanti, fra i più esposti, scelgono la via dell’esilio per continuare la lotta –sempre sul piano della più assoluta legalità.

Saranno rilasciate interviste -esponendosi in prima persona- che serviranno da “guida” a quanti, nelle carceri o in libertà, resteranno in Italia, saranno prodotti “documenti” che, nei modi più impensati, giungeranno in Italia e continueranno a circolare fra i militanti. Non potendo assistere ai processi saranno inviate ai Tribunali delle “memorie” circostanziate, che saranno molto utili per far assolvere numerosi militanti. Saranno inviati documenti chiarificatori sulla mancanza di libertà e sulla repressione in Italia, come delle migliaia di detenuti –di sinistra e di destra- e sulle carceri “speciali” a Strasburgo, Bruxelles, Amnesty International, alle Nazioni Unite (UNHCR) di Ginevra, alla Croce Rossa Internazionale. Sono contattati, fino ad involontariamente suscitare quasi una crisi diplomatica (per colpa del Ministro degli Esteri Colombo e dell’Ambasciata italiana di Madrid) decine di giornalisti accreditati presso la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa che si tiene a Madrid nel settembre del 1980. In quell’occasione è anche inviato un lungo documento ai Presidenti delle trentacinque Delegazioni di altrettanti Paesi rappresentati, oltre a quelli dei Paesi non allineati.

Queste –fra le altre- le iniziative “rivoluzionarie” realizzate dagli ordinovisti in esilio, che provocano ulteriori mandati di cattura.

Carcere, processi, espulsioni, estradizioni perseguitano gli ordinovisti in esilio: dalla Svizzera alla Francia, dalla Grecia alla Spagna, dall’Inghilterra alla Germania, dal Marocco al Sud Africa.

Taviani non demorde.

Nell’autunno del 1974, in un’intervista rilasciata al giornalista Umberto Segato della Rai, ambientato nel Parque Guell di Barcellona, per la trasmissione “AZ un fatto come e perché”, Ordine Nuovo per primo indica nel Ministero dell’Interno l’inventore di “Ordine Nero”.

Ci sono voluti anni perché la verità emerga, anche se non diffusamente come giustizia richiede.

Nel capitolo “Ordine Nero e il Viminale” del dossier dei DS “Stragi e terrorismo: strumenti di lotta politica” si può leggere (reperibile anche su Internet):

“Grazie all’attività investigativa del Ros dei Carabinieri, è recentemente emerso un documento che contribuisce a far luce, in maniera determinante e forse definitiva, sul ruolo e la natura di Ordine Nero. L’appunto del Sid del 1974, di cui ora si dirà, contiene un’indicazione piuttosto circostanziata del fatto che Ordine Nero fu costituito, in realtà, dal Ministero dell’Interno con il preciso intento di acuire la tensione politica e...”.

Mentre il sistema scatenava il Ministero dell’Interno, con tutte le sue strutture informative e repressive, tradizionalmente al servizio della politica del Governo, stampa, radio, televisione e conseguentemente, la propaganda di tutti i partiti, si uniformavano per opportunismo e per vigliaccheria alla versione del Governo.

La “strategia della tensione”, gli “opposti estremismi” erano la causa dei problemi nazionali.

Almirante, Segretario nazionale del MSI non è da meno. Si difende sostenendo che non è stato un “fucilatore” nel periodo della RSI e, per dimostrare la sua coerenza democratica nel sostenere la Repubblica nata dalla Resistenza, si erge a giudice supremo e, per i “terroristi rossi” richiede a gran voce la “pena di morte”, mentre per i “terroristi neri”, identificabili in quell’Ordine Nuovo che un tempo aveva qualificato come la parte più nobile, di quell’area politica nella quale prima di tradire anche lui si identificava, pretende la “doppia pena di morte”! Il partito di Almirante, dal centro alla periferia, si adegua ed i missini diventano sempre più quello che sono sempre stati: i “cani da guardia del sistema”.

La maggior parte degli iscritti e degli attivisti del MSI, assolutamente in buona fede, tardano anni prima di rendersi conto della trappola politica in cui cadranno: psicologia, sentimenti, ricordi, vincoli e tragedie familiari, legami d’amicizia, sono il richiamo usato.

Il MSI, fin dalla sua costituzione, non ha ritenuto di dare carattere prioritario alla formazione ed alla preparazione politica dei quadri e dei militanti, dando sempre la precedenza agli aspetti puramente elettorali dell’apparato organizzativo e giovanile.

Gli uomini che sono emersi lo sono stati per virtù propria e mai grazie al partito, che li ha sempre e soltanto usati, facendo bene attenzione che non emergano i migliori che, come spesso accade, possono rivelarsi “pericolosi” per chi, con mezzi non sempre leciti e limpidi, è riuscito ad imporsi ai vertici del partito, assicurandosi, nella maggior parte dei casi, il controllo delle fonti di finanziamento.

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