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"Non è mai morto
ciò che è eterno"

politica interna
ALMIRANTE E IL M.P. ORDINE NUOVO
25 aprile 2008


MILANO 1956
V° Congresso Nazionale del M.S.I.
ALMIRANTE e RAUTI
il distacco e la nascita di O.N.

 


IL M.P.ORDINE NUOVO E ALMIRANTE


Definire un profilo del “personaggio” Almirante non è cosa facile, considerata la natura dell’”attore” Almirante che, in tutto il percorso della sua esistenza, si è prefisso di recitare un ruolo di volta in volta mutevole, in funzione delle circostanze e di quanto i tempi richiederanno. Rivoluzionario a volte, reazionario altre, opportunista sempre e quando le evoluzioni della politica lo richiederanno. Una brillante oratoria, non scevra da familiari insegnamenti teatrali, gli è stata senza alcun dubbio di grande aiuto. Lo stesso si può dire dell’uso che sa fare dell’arte dello scrivere. Chiaramente, su tutto domina un’intelligenza non comune e l’insuperabile italica arte del sapersi “arrangiare” in ogni circostanza, traendone i frutti migliori.

Nel 1956 alcuni giovani, dopo il congresso di Milano del MSI escono dal partito, non sentendosi più in sintonia con le linee ideali e programmatiche dello stesso. Danno vita ad una rivista dal titolo “Ordine Nuovo” intorno alla quale si costituisce, assumendo un’importanza sempre maggiore anche a livello nazionale, il “Centro Studi Ordine Nuovo”. Per dieci anni il C.S.O.N. cura l’organizzazione centrale e periferica, la formazione e la preparazione dei quadri, fino a quando nel 1966 in una riunione di dirigenti -che si svolge a Pissignano sul Trasimeno- è stilato il Manifesto programmatico di Ordine Nuovo, presentato in un’assemblea di circa settecento quadri -provenienti da tutta Italia a Palazzo Brancaccio in Roma- nel corso della quale il Manifesto è approvato ed è assunta la decisione di passare dalla fase del “Centro Studi” a quella del “Centro Politico”, assumendo la denominazione di “Centro Politico Ordine Nuovo”, con la Segreteria Nazionale di Pino Rauti e con la formazione di un Direttorio Nazionale. Il Direttorio Nazionale istituisce o conferma le Reggenze Provinciali e gli Ispettorati Regionali oltre a verificare tutti gli altri organi statutari. Si continua a lavorare alacremente, sia al centro sia in periferia, in modo assolutamente autonomo ed indipendente da qualsiasi altra formazione politica, MSI compreso, che per Ordine Nuovo non è altro che un partito come gli altri, assolutamente indifferenziato. Nel 1967, in un Convegno tenutosi presso la sede del Circolo dei Selvatici in Roma, i dirigenti di ON., convenuti da tutta Italia, discutono sul cosa fare in occasione delle elezioni politiche che si svolgeranno nel 1968.

Esclusa la partecipazione diretta, è scelta la campagna per la “Scheda Bianca”, più idonea per mezzi, per possibilità economiche e di mobilitazione ma, soprattutto più coerenti con le posizioni “Antisistema”. Tutti sono d’accordo con la scelta operata e, le elezioni politiche del 1968, vedono il Centro Politico Ordine Nuovo” mobilitato dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, in un’incredibile attività che coglie tutto lo schieramento politico tradizionale di sorpresa. La “Scheda Bianca” è subito caratterizzata come un’iniziativa di “Ordine Nuovo” e tutti i partiti scatenano un’offensiva mediatica all’insegna del “votate per chi volete, ma votate”. Perfino il PCI acquista pagine intere di quotidiani lanciando quel messaggio! Gli anarchici, che in un primo tempo hanno pensato di proporre la “Scheda Bianca”, per non essere confusi con gli ordinovisti, propongono la “Scheda Nulla”.

Con pochi mezzi, supplendo con fantasia, militanza, presenza fra la gente non solo nelle grandi città ma anche nei piccoli centri, nei mercati, a contatto della gente, con comizi volanti in ogni dove, con mezzi improvvisati, manifesti scritti a mano su carta recuperata nei fondi di magazzino delle cartiere. Si riesce ad avere piazze prestigiose per i comizi di chiusura della campagna elettorale, come a Torino nella grande Piazza San Carlo (dove normalmente chiudono PCI – DC – PSI).

Considerato che è il primo esperimento elettorale, si può ben dire che ON. ottiene un successo straordinario: in percentuale sul piano nazionale raggiunge circa il 6% delle Schede Bianche, mentre in Piemonte supera il 7%.

Troppo. Dal 1972 l’ISTAT non segnala più il numero delle schede bianche.

Ordine Nuovo sarà messo fuori legge.

Del 1968 non si parlerà mai della campagna per la Scheda Bianca: il suo ricordo sarà cancellato. Solo si parlerà dei moti studenteschi definiti di sinistra, quando di sinistra non erano, ma dalla sinistra furono strumentalizzati.

Almirante e Caradonna saranno con la polizia a Valle Giulia, a Roma, contro ordinovisti e studenti non comunisti. (vedere Blog http://ordinenuovo.ilcannocchiale.it)

Almirante, Segretario del MSI fiuterà l’affare per un partito che difetta di quadri e di militanti di valore.

Ordine Nuovo, all’epoca, in tutta Italia, può contare, fra dirigenti-militanti-aderenti, su circa 12.000 uomini e donne.

Almirante ha contatti con Rauti e quasi sicuramente con il Ministro degli Interni, anch’egli interessato a che non si propaghi il virus antisistema ed anche per ragioni di politica internazionale.

A settembre del 1968 Almirante giunge ad un accordo preliminare con Rauti (dell’accordo sono partecipi anche Andriani e Maceratini) per far entrare ON. nel MSI, facendogli presente che, in caso contrario, sarebbe andato incontro ad un’ondata repressiva da parte del “sistema”.

Nell’aprile del 1969 si riunisce in Roma il Direttorio Nazionale al completo: Rauti fa presente che Almirante gli ha chiesto già due volte di rientrare nel MSI e gli è stata data una risposta negativa. In quei giorni gli è stata chiesta per la terza volta e chiede al Direttorio cosa deve rispondere. Univocamente, il Direttorio ancora una volta risponde in senso negativo. Rauti ne prende atto.

In Piemonte, per motivi personali Francia ha rassegnato le dimissioni da tutti gli incarichi ricoperti e accetta di essere un semplice militante.

Reggente provinciale è designato Giuseppe Dionigi

A giugno si riunisce ancora una volta il Direttorio Nazionale.

Dionigi, tornato a Torino, comunica agli esterrefatti ordinovisti la decisione di Rauti e soci – alla quale lui ha dato l’adesione del Centro di Torino senza consultare o interpellare nessuno- di entrare nel MSI Si scatena il finimondo e nessuno, assolutamente nessuno, si dichiara d’accordo con l’iniziativa di Dionigi.

Nel novembre del 1969 Rauti ufficializza l’entrata del Centro Politico Ordine Nuovo nel MSI e con lui entrano i sui “fedelissimi”: probabilmente un centinaio di persone in tutto.

Lo stesso fenomeno si verifica nella maggior parte delle Reggenze d’Italia

Clemente Graziani, Roberto Besutti, Elio Massagrande e Leone Mazzeo stilano una “Lettera ai Dirigenti e Militanti di Ordine Nuovo” e formalizzano la costituzione del “Movimento Politico Ordine Nuovo” che deve garantire la continuità dell’ordinovismo in “una formazione rivoluzionaria al di fuori degli schemi triti e vincolanti dei partiti, una formazione agile, adeguata alle esigenze della situazione politica attuale e strutturata secondo i criteri propri delle minoranze rivoluzionarie”.

Il linguaggio non deve trarre in inganno. il MPON opera in ogni momento nella più assoluta legalità, fino all’ultimo ordine diramato a tutti i militanti, ancora poco prima che sia emanata la sentenza di condanna, che deve portare allo scioglimento del Movimento, che è quello di scendere in piazza a distribuire volantini –polizia permettendo- per dimostrare la precisa volontà di operare alla luce del sole.

Gli “atti di violenza” imputati al MPON nel processo svoltosi a Roma -P.M. il dott. Vittorio Occorsio- sono un’irruzione in una sede del PCI, durante il carnevale, ad opera di due incappucciati che malmenano il custode qualificandosi come ordinovisti; una pietra lanciata contro una finestra della sede della DC che sfiora la testa dell’on. Sullo, lancio in seguito attribuito a ON. perché alla fine della manifestazione di protesta che si è svolta in Piazza del Gesù sono trovati dei volantini che il Movimento ha distribuito; come ultimo episodio un’irruzione nell’università di Verona, della quale sono accusati degli ordinovisti, in seguito assolti.

In nessuna inchiesta non sono mai stati contestati al MPON dei fatti delittuosi fra la sua costituzione –il dicembre del 1969- ed il suo scioglimento – novembre 1973.

Nonostante la mobilitazione delle questure del Lazio, della Toscana, del Veneto, dell’Umbria, della Liguria, della Lombardia, del Piemonte, dell’Emilia, della Calabria e della Sicilia (dove il Movimento aveva i suoi punti di forza) scatenate nella ricerca del minimo pretesto che possa servire per perseguire gli ordinovisti.

In un processo svoltosi a Torino, contro gli ordinovisti piemontesi -o presunti tali- sono eseguite 1.500 perquisizioni, sono indiziate di reato 150 persone delle quali 70 rinviate a giudizio e condannate sei per “cospirazione politica mediante associazione”.

Sono chiamati a testimoniare -dalla difesa- ufficiali della polizia e dei carabinieri, i quali dichiarano –fra lo stupore dei magistrati- che “mai, in nessun momento, gli ordinovisti si sono resi responsabili di atti di violenza o anche solo di provocazione”. Allora, perché la condanna? Perché al Sindaco comunista di Torino è giunta “anonimamente, la fotocopia di un documento anonimo” dattiloscritto, sull’originale del quale appaiono alcune correzioni a mano. Quel “documento” anonimo non contiene nomi di persone o di organizzazioni. Sulle correzioni a mano (fatte sull’originale) è fatta eseguire una perizia calligrafica pilotata dal Giudice Istruttore comunista ed il “documento” artatamente attribuito al MPON. Il G.I. sarà eletto deputato nelle liste del PCI, farà una brillante carriera politica, riuscendo a ricoprire perfino la terza carica istituzionale dello Stato. Sulla pelle degli ordinovisti. Non solo politicamente parlando.

A Roma nonostante la bravura ed il coraggio degli avvocati la sentenza di condanna è già scontata. Tutte le istanze della difesa sono respinte, anche le più ovvie. Graziani prepara un documento che tutti gli imputati sottoscrivono. Sono le ultime considerazioni morali su certa giustizia borghese, contenute nella memoria “Processo alle idee”, consegnata alla Corte da Graziani

Afferma, fra l’altro, Graziani:

L’abbiamo già detto: non nutriamo alcuna fiducia nella giustizia democratica e borghese. E non ci si può dar torto. Uno stesso reato, configurato da una medesima legge, può essere giudicato in modo diverso, a seconda dell’appartenenza del magistrato a questa o a quella “corrente” o fazione in cui oggi è frantumato l’ordinamento giudiziario.

Dopo aver ascoltato la motivazione di rigetto delle eccezioni di incostituzionalità espressa da questo Tribunale consideriamo già deciso il nostro destino e quello del nostro Movimento in questo processo.

Pertanto i nostri difensori sono liberi, ove lo ritenessero opportuno, di rinunciare al mandato loro affidato, visto che noi stessi, per le ragioni suddette, consideriamo ormai inutile un loro ulteriore impegno al fine di evitare un macroscopico errore, non solo giudiziario. Così come riteniamo inutile e nient’affatto dignitosa qualsiasi forma di collaborazione che, sempre allo stesso fine, noi avremmo potuto fornire a questo Tribunale. La nostra presenza in questa aula quarta (senza alcun riferimento all’aula quarta dove si celebravano in epoca meno ipocrita processi di regime, ma davanti ad un Tribunale Speciale, con giudici in divisa e non protetti dalla toga) sarà d’ora in avanti limitata ai casi che il rituale giudiziario rende obbligatori.

Signor Presidente, Signori del Tribunale. Non considerate il nostro atteggiamento irriguardoso nei vostri riguardi. Noi condanniamo un sistema, non coloro convinti di far bene nel servirlo sino in fondo e operano così in buona fede, senza cioè rincorrere l’interesse personale, come appunto, ne siamo certi, è il Vostro caso.

Non è detto che uomini probi come Voi non possano cadere nell’errore. E l’applicazione della legge Scelba nei nostri confronti e nei confronti di qualunque altro gruppo o movimento è un errore storico.

Non invidiamo il Vostro compito, Signori del Tribunale.

Siamo qualcosa di ben diverso (e ve lo abbiamo dimostrato) dal fascismo e il sistema Vi chiede di condannarci come fascisti.

Malgrado i rapporti supplitivi che, anche in questi giorni, arrivano al vostro tavolo dalle questure di tutta Italia, non avete trovato nulla che indichi il Movimento Politico Ordine Nuovo come un’organizzazione dedita alla violenza e il sistema vi chiede di condannarci come violenti, cioè Vi esorta, con mezzi subdoli e con pressioni politiche e psicologiche di ogni tipo e provenienza, ad esercitare Voi la più esecrabile delle violenze e degli arbitri: quelli che si mascherano e si proteggono sotto la toga.

Il sistema Vi chiede di soffocare le idee con l’uso delle manette, ma Voi ben sapete che le idee non si distruggono con la persecuzione.

Inoltre Voi sapete che, qualunque sia il Vostro verdetto, Ordine Nuovo vivrà.

Il Movimento Politico Ordine Nuovo ha combattuto finora la sua battaglia rivoluzionaria contro la società borghese nel quadro della legalità, utilizzando quel minimo di libertà che lo Stato borghese e democratico ancora gli concede. Noi lottiamo contro questa società anche perché siamo convinti che essa tenda a sopprimere, prima o poi, ogni forma di libertà.

Noi siamo quindi in attesa, Signori del Tribunale, per sapere dal Vostro verdetto se abbiamo ragione o torto, se Ordine Nuovo può continuare ad agire sul piano della legalità oppure se deve ricorrere ai mezzi di lotta previsti nei periodi di repressione e di persecuzione democratica”.

La sentenza sarà, inesorabilmente e come previsto, di condanna e sarà emessa il 21 novembre del 1973. Fuori dal Tribunale un carabiniere motociclista era già in attesa di una busta contenente il documento da recapitare con urgenza al Consiglio dei Ministri era già riunito in seduta speciale su richiesta del Ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani, che richiese l’immediato scioglimento del Movimento a mezzo Decreto Legge.

Almeno la metà dei ministri, compreso l’on. Moro, non era d’accordo, opponendo ragioni di incostituzionalità. Taviani andò su tutte le furie facendo presente che si trattava di ragioni politiche quelle che esigevano lo scioglimento e la messa al bando di Ordine Nuovo. Taviani vinse la partita, tuonando in Parlamento sul “pericolo fascista”, mentre in realtà per fedeltà Atlantica organizzava anche in Italia la struttura della Gladio, in teoria creata per fronteggiare un’ipotetica invasione delle armate del Patto di Varsavia, in realtà braccio armato in Italia della “strategia della tensione”.

Il 23 novembre 1973 il D.L. di Taviani era emesso, diventando immediatamente esecutivo, per “la pericolosità” del Movimento.

Un aspetto assurdo dell’operazione fu che, se realmente il Movimento era pericoloso, la parte più urgente da mettere in atto –anche trattandosi di una sentenza di primo grado- doveva essere la pena detentiva nei riguardi di quanti –dirigenti e militanti- avevano subito una condanna. Non fu così, perché squadre della polizia politica si affrettarono a chiudere le sedi del Movimento e sequestrare quanto in esse contenuto. La stessa cosa avvenne nelle abitazioni di militanti e simpatizzanti di tutta Italia. Quanto fu sequestrato furono libri, giornali, volantini, manifesti, documenti politici, corrispondenza, bandiere, qualche ciclostile e materiale vario che qualsiasi movimento politico ha nelle proprie sedi

Se pericolo esisteva, aveva calcolato Taviani, era rappresentato dagli uomini e non dalle cose.

L’ingiusta sentenza emessa dal Tribunale di Roma, seguita dall’abnorme provvedimento legislativo che ne rendeva esecutivo il solo primo grado, la chiusura di tutte le sedi ed il sequestro di “tutti i beni” del Movimento, le centinaia di perquisizioni e sequestri domiciliari, avrebbero dovuto essere –nelle intenzioni del Ministero degli Interni- motivi più che sufficienti per scatenare la rabbia degli ordinovisti.

Degli ordinovisti si è detto di tutto, ma nessuno si è mai neanche lontanamente sognato di dire o anche solo pensare che fossero degli sprovveduti.

Taviani ed i suoi palesi ed occulti mestatori, evidentemente, si. Non avevano tenuto in alcun conto la preparazione ed il senso della disciplina che permeava il mondo ordinovista.

Per chi manovrava la “strategia della tensione”, basata sugli opposti estremismi, alla presenza di un’estrema sinistra organizzata e attiva sul piano della lotta armata, si faceva urgente la presenza di una destra estrema da poterle opporre.

È più che ovvio che “il sistema” si aspetti una reazione violenta. Ma non ci sarà nulla, assolutamente nulla. Tutto il Movimento ordinovista è “ibernato”.

Solo alcuni dirigenti e militanti, fra i più esposti, scelgono la via dell’esilio per continuare la lotta –sempre sul piano della più assoluta legalità.

Saranno rilasciate interviste -esponendosi in prima persona- che serviranno da “guida” a quanti, nelle carceri o in libertà, resteranno in Italia, saranno prodotti “documenti” che, nei modi più impensati, giungeranno in Italia e continueranno a circolare fra i militanti. Non potendo assistere ai processi saranno inviate ai Tribunali delle “memorie” circostanziate, che saranno molto utili per far assolvere numerosi militanti. Saranno inviati documenti chiarificatori sulla mancanza di libertà e sulla repressione in Italia, come delle migliaia di detenuti –di sinistra e di destra- e sulle carceri “speciali” a Strasburgo, Bruxelles, Amnesty International, alle Nazioni Unite (UNHCR) di Ginevra, alla Croce Rossa Internazionale. Sono contattati, fino ad involontariamente suscitare quasi una crisi diplomatica (per colpa del Ministro degli Esteri Colombo e dell’Ambasciata italiana di Madrid) decine di giornalisti accreditati presso la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa che si tiene a Madrid nel settembre del 1980. In quell’occasione è anche inviato un lungo documento ai Presidenti delle trentacinque Delegazioni di altrettanti Paesi rappresentati, oltre a quelli dei Paesi non allineati.

Queste –fra le altre- le iniziative “rivoluzionarie” realizzate dagli ordinovisti in esilio, che provocano ulteriori mandati di cattura.

Carcere, processi, espulsioni, estradizioni perseguitano gli ordinovisti in esilio: dalla Svizzera alla Francia, dalla Grecia alla Spagna, dall’Inghilterra alla Germania, dal Marocco al Sud Africa.

Taviani non demorde.

Nell’autunno del 1974, in un’intervista rilasciata al giornalista Umberto Segato della Rai, ambientato nel Parque Guell di Barcellona, per la trasmissione “AZ un fatto come e perché”, Ordine Nuovo per primo indica nel Ministero dell’Interno l’inventore di “Ordine Nero”.

Ci sono voluti anni perché la verità emerga, anche se non diffusamente come giustizia richiede.

Nel capitolo “Ordine Nero e il Viminale” del dossier dei DS “Stragi e terrorismo: strumenti di lotta politica” si può leggere (reperibile anche su Internet):

“Grazie all’attività investigativa del Ros dei Carabinieri, è recentemente emerso un documento che contribuisce a far luce, in maniera determinante e forse definitiva, sul ruolo e la natura di Ordine Nero. L’appunto del Sid del 1974, di cui ora si dirà, contiene un’indicazione piuttosto circostanziata del fatto che Ordine Nero fu costituito, in realtà, dal Ministero dell’Interno con il preciso intento di acuire la tensione politica e...”.

Mentre il sistema scatenava il Ministero dell’Interno, con tutte le sue strutture informative e repressive, tradizionalmente al servizio della politica del Governo, stampa, radio, televisione e conseguentemente, la propaganda di tutti i partiti, si uniformavano per opportunismo e per vigliaccheria alla versione del Governo.

La “strategia della tensione”, gli “opposti estremismi” erano la causa dei problemi nazionali.

Almirante, Segretario nazionale del MSI non è da meno. Si difende sostenendo che non è stato un “fucilatore” nel periodo della RSI e, per dimostrare la sua coerenza democratica nel sostenere la Repubblica nata dalla Resistenza, si erge a giudice supremo e, per i “terroristi rossi” richiede a gran voce la “pena di morte”, mentre per i “terroristi neri”, identificabili in quell’Ordine Nuovo che un tempo aveva qualificato come la parte più nobile, di quell’area politica nella quale prima di tradire anche lui si identificava, pretende la “doppia pena di morte”! Il partito di Almirante, dal centro alla periferia, si adegua ed i missini diventano sempre più quello che sono sempre stati: i “cani da guardia del sistema”.

La maggior parte degli iscritti e degli attivisti del MSI, assolutamente in buona fede, tardano anni prima di rendersi conto della trappola politica in cui cadranno: psicologia, sentimenti, ricordi, vincoli e tragedie familiari, legami d’amicizia, sono il richiamo usato.

Il MSI, fin dalla sua costituzione, non ha ritenuto di dare carattere prioritario alla formazione ed alla preparazione politica dei quadri e dei militanti, dando sempre la precedenza agli aspetti puramente elettorali dell’apparato organizzativo e giovanile.

Gli uomini che sono emersi lo sono stati per virtù propria e mai grazie al partito, che li ha sempre e soltanto usati, facendo bene attenzione che non emergano i migliori che, come spesso accade, possono rivelarsi “pericolosi” per chi, con mezzi non sempre leciti e limpidi, è riuscito ad imporsi ai vertici del partito, assicurandosi, nella maggior parte dei casi, il controllo delle fonti di finanziamento.

POLITICA
CON IL M.P. ORDINE NUOVO
18 febbraio 2008
  CON IL M.P. ORDINE NUOVO

Torna l'entusiasmo e la volontà di impegnarsi sempre più a fondo nell'azione politica. Malgrado le enormi difficoltà organizzative -quasi un collasso- seguite all'operazione Rauti-Almirante, si ricostituiscono le Reggenze Provinciali, si ricostruisce il movimento, si avvia la pubblicazione del periodico "Ordine Nuovo azione": distribuzione militante ma anche nelle edicole delle 30.000 copie di tiratura, con risultati esaltanti. Il finanziamento é garantito dall'impegno di tutte le Reggenze provinciali a ritirare e pagare un certo numero di copie. Si organizzano convegni e conferenze, si sviluppa un'azione di propaganda senza precedenti, si tengono comizi.

All'interno del M.S.I., nel frattempo, Rauti pubblica la rivista "Ordine Nuovo" che, nel secondo numero, riporta una bozza di "Costituzione per lo Stato dell'Ordine Nuovo": questo lavoro, coordinato da Rutilio Sermonti, é il primo ed unico tentativo di formulazione di una Costituzione alternativa che si possa registrare nel secondo dopoguerra. Non é completa, viene rimandato l'approfondimento della parte relativa all'organizzazione dell'economia, della produzione, della socializzazione. Clemente Graziani ritiene che questa Costituzione dovrebbe essere "più rivoluzionaria, sfrondata di qualche residuo borghese che vi si intravvede", mentre Adriano Romualdi, con un suo intervento sul terzo numero della rivista, la vorrebbe più incisiva sul piano etnico-razziale.

Con la progressiva affermazione del M.P.Ordine Nuovo, Rauti cessa le pubblicazioni della sua rivista e si dissocia ufficialmente -con un atto notarile, per quando viene comunicato- dall'operato del movimento guidato da Graziani.

Sicuramente Rauti subisce delle pressioni, e dal suo punto di vista ritiene di doverle accettare.

Il "sistema" adotta immediatamente azioni difensive, della messa in opera delle quali si incarica la Procura della Repubblica di Roma, istruendo un procedimento penale sulla base dell'accusa di "Tentata ricostituzione del disciolto partito fascista". L'accusa rasenta i limiti della demenza politica, oltre a stravolgere i più elementari principi di diritto: il Pubblico Ministero, dott. Vittorio Occorsio, deve tirare in ballo addirittura il Trattato di Pace ed afferma testualmente: "Non possiamo aspettare che questo movimento prenda il potere prima di metterlo fuori legge". Il M.P.Ordine Nuovo produce la memoria "Processo alle idee", di Clemente Graziani, mentre tutti gli imputati -quelli che effettivamente facevano parte del movimento- si rifiutano di rispondere alle domande della corte, limitandosi a declinare le proprie generalità accompagnate dalla posizione di "militante" o di "dirigente", rasentando l'oltraggio alla Corte.

Gli avvocati si battono da leoni, ma tutti sanno che ogni difesa é inutile, poiché dietro il processo esiste la precisa volontà politica di sbarazzarsi di un movimento che comincia a diventare ingombrante e, politicamente, potenzialmente pericoloso, visto che dimostra eccellenti qualità di mobilitazione, specialmente a livello giovanile.

Il 21 novembre 1973 viene emessa la sentenza di condanna in primo grado: fuori del Tribunale, in Piazzale Clodio, attende un carabiniere motociclista, deve ritirare una busta per il Ministro dell'Interno Paolo Emilio Taviani, già fascista e convittore gratuito al Collegio Mussolini di Pisa, borsista nella Germania hitleriana ma in seguito partigiano, quindi presidente del Corpo Volontari della Libertà. Procedura d'urgenza. Il 23 novembre viene ufficializzato con decreto che il Movimento Politico Ordine Nuovo é fuori legge, le sue sedi chiuse, i suoi beni sequestrati.

Visto l'andamento processuale la sentenza di condanna in primo grado era attesa: si pensava che ci sarebbe stato tempo di preparare una più incisiva difesa in sede di appello, di Cassazione, di Strasburgo.

Il decreto di Taviani, rendendo esecutiva una sentenza di primo grado, caso unico in tutta la storia giudiziaria italiana, e non solo italiana, blocca qualsiasi iniziativa difensiva: se ci si dovesse incontrare per studiare, per coordinare la difesa...arriverebbe -come arriveranno- altre accuse di "ricostituzione" (come avvenuto per la riunione di alcuni imputati e dei propri avvocati, a Cattolica, nel marzo del 1974).

Il Governo incarica il dottor Provenza, della Questura di Roma, di raccogliere in un rapporto tutti i procedimenti penali in corso contro militanti ordinovisti (o presunti tali...) presso le diverse Procure nazionali.

Nasce il cosiddetto "Rapporto Provenza", sulla cui base viene aperto, sempre a Roma, un altro procedimento penale -sempre per "tentata ricostituzione del disciolto partito fascista" contro "Salvatore Francia più 118".

Ci vorranno 15 anni perché il Tribunale accetti di riconoscere la validità dell'art. 90 del codice di procedura penale, che non consente di processare due volte gli imputati per lo stesso reato. Solo nel 1988 si può chiudere il secondo processo contro il M.P. Ordine Nuovo.

In Italia é diventato impossibile potersi difendere a titolo personale da accuse mosse al Movimento.

A quanti restano viene diramata la disposizione, già tacita, di non prestare assolutamente il fianco a possibili provocazioni: nessuno é autorizzato ad operare, tutti devono astenersi da un qualsiasi tipo di reazione.

Verranno tempi migliori. La storia non ha fretta. Come sempre ha sostenuto Clemente Graziani, non si può pensare a "prendere il potere": in questa fase storica il nemico é troppo forte, non ci si può porre dei limiti temporali...forse se ne riparlerà fra 50, 100, 500 anni. Cosa importa?

Si apre la stagione delle accuse più assurde e strampalate, dei processi farsa, delle carcerazioni, dell'esilio per quanti ritengono di dover continuare, se non altro sul piano della difesa processuale e storica, a tenere alte le motivazioni ideali dell'esperienza ordinovista.

I processi non si contano: qualsiasi reato più o meno connesso con la politica, con la strategia della tensione, perfino reati comuni, é buona norma attribuirlo agli ordinovisti. Passeranno anni, tanti anni perché -almeno a livello giudiziario- potrà risultare che i militanti del M.P.O.N. non sono mai stati coinvolti in fatti di sangue, in reati comuni, nella strategia della tensione. Diverso é il discorso sui condizionamenti che i media hanno costruito in accordo con il potere giudiziario, in ossequio ed obbedienza al potere politico (palese ed occulto): questo sarà estremamente difficile, forse impossibile, sradicarlo dalle coscienze di chi ha subito un martellante, incessante, pluridecennale lavaggio del cervello.

Una domanda si é posta nel tempo: Quale la decisione giusta?

Quella presa da Rauti che, malgrado i mille condizionamenti, é riuscito a sopravvivere ed a fare sopravvivere una certa Weltanshaung ordinovista, o la decisione degli intransigenti, fatti a pezzi dalla repressione del Sistema, e sopravvissuti nella loro solitudine umana, isole di riferimento sì ma non operativi politicamente?

Viene alla mente un'altra esperienza simile, quella della Falange Spagnola: quale la via giusta? Quella dell'integrazione accettata da Raimundo Fernandez Cuesta o quella pura ed intransigente di Manuel Hedilla?

POLITICA
FONDAZIONE DEL M.P. ORDINE NUOVO
14 febbraio 2008
 

LETTERA APERTA AI DIRIGENTI E MILITANTI  DI ORDINE NUOVO

Camerati,

ora che l'operazione del rientro di alcuni dirigenti nazionali e provinciali di Ordine Nuovo nel MSI é un fatto compiuto, noi che abbiamo avversato questa iniziativa sentiamo la necessità e il dovere di far conoscere a tutti la nostra posizione e il nostro programma di azione futura, posizione e programma che -sia detto senza troppe perifrasi- sono oggi quelli ufficiali di Ordine Nuovo.

Non si può, infatti, sciogliere un'organizzazione e fonderla con un altro movimento politico e contestare poi a chi non ha inteso seguire questa via il diritto di continuare la lotta sotto le insegne nelle quali ha creduto e nelle quali ancor oggi fermamente crede.

É, comunque, questa, cosa di poco conto, cioè argomento più di polemica che di sostanza. Maggior rilievo, invece, assume per noi l'impostazione della nostra azione politica dopo un avvenimento tanto grave e determinante.

Ma prima di enunciare le linee programmatiche per l'attività dei prossimi mesi, noi dobbiamo, ovviamente, condurre un'analisi obiettiva della crisi che certe scelte politiche e la definizione di una particolare strategia hanno determinato al vertice di Ordine Nuovo.

Se questa analisi, però, deve essere assolutamente obiettiva, occorre anzitutto riportare la questione sul piano serio; occorre, cioè, uscire da quella situazione incresciosa determinata da un genere di polemica che non rientra nel nostro stile, intessuta di accuse e contraccuse gratuite, di giudizi azzardati, di massima sfiducia reciproca, una situazione, insomma, che ha deluso e amareggiato un pò tutti e che ha impedito -e questa é stata la cosa più grave- una franca, decisa spiegazione.

Tutto ciò non era mai accaduto tra noi, tra camerati che da oltre 20 anni conducono spalla a spalla la stessa battaglia coi sacrifici, le rinunce, i rischi che tutti conosciamo. Tutto ciò, comunque, non ha niente a che fare con la rivoluzione.

In questa vicenda, dove tutti abbiamo in una qualche misura sbagliato, noi tuttavia possiamo vantare il merito di aver espresso le nostre opinioni e convinzioni con estremo senso della misura, con la massima duttilità rivoluzionaria, con la preoccupazione costante di mantenere l'unità e la compattezza di Ordine Nuovo anche al di là delle divergenze di idee e di scelte.

Noi abbiamo sempre sostenuto -e voi tutti lo sapete- di non essere d'accordo con la linea politica che Rauti, Andriani e Maceratini hanno inteso imporre a Ordine Nuovo nella sua totalità. Non siamo stati d'accordo per vari motivi che illustreremo nel prosieguo della presente lettera ma, soprattutto, per il carattere ultimativo con il quale questa linea é stata proposta: "o si fa così oppure Ordine Nuovo é condannato all'inazione per necessità di cose e di eventi" e ancora, come é stato anche detto con espressione non troppo felice: "o si fa così oppure mettetevi voi al nostro posto, noi tutt'al più faremo i gregari".

Ciononostante mai ci ha sfiorato il pensiero che i camerati che così agivano fossero in mala fede, né mai ci ha sfiorato il pensiero che essi possano, a loro volta, dubitare delle nostre oneste intenzioni.

Con questa lettera, sia chiaro dunque, non intendiamo accusare e denigrare nessuno; intendiamo solo prospettare a tutti una soluzione politica che si ponga come alternativa valida, concreta e organica a quella discussa -o non discussa!- nell'ultima riunione del Consiglio Nazionale e poi attuata in maniera forse un pò affrettata e con decisione unilaterale.

Dobbiamo, d'altra parte, rilevare che già prima dell'entrata ufficiale di alcuni camerati di Ordine Nuovo nel M.S.I. sono state prese da gruppi contrari all'"operazione" iniziative altrettanto affrettate e unilaterali. Che esista un Ordine Nuovo Autonomo a Messina, a Napoli o in centri e località dove non si é mai avuto notizia di attività ordinovista non é un fatto politico ma un fenomeno locale, per sua natura destinato ad esaurirsi; é un atteggiamento romantico, una reazione passionale, che possiamo anche comprendere sul piano umano ma che non possiamo giustificare sul piano rivoluzionario: é comunque una posizione, questa, che riveste lo stesso carattere frazionistico riscontrabile nell'incauto tentativo di far rientrare Ordine Nuovo nel M.S.I.. Proprio in quanto fenomeno politico locale e frazionistico, tali iniziative vanno decisamente condannate, auspicando, comunque -anzi sollecitando- una rapida autocritica da parte di quei camerati che stimiamo e la cui attività é preziosa per Ordine Nuovo, autocritica che consenta il loro immediato, urgente reinserimento nei quadri dell'organizzazione.

Queste considerazioni preliminari erano necessarie; erano necessarie affinché ogni screzio, ogni frase male interpretata, ogni espressione che nel furore polemico possa essere andata al di là di ciò che veramente si sentiva e si pensava siano cancellate completamente dalla nostra memoria e non abbiano a influenzare le nostre scelte e le nostre decisioni che investono -sia detto senza tema di apparire retorici- le sorti e i destini di Ordine Nuovo.

Superata, quindi, l'amarezza del momento, oggi che dobbiamo ricominciare a marciare nella direzione di sempre, che ognuno di noi sappia essere all'altezza del proprio compito, che ognuno di noi sia cosciente delle responsabilità che incombono su chi, da anni, va chiamando a raccolta la migliore gioventù per battersi, sotto la nostra guida, per l'ideologia e la causa della rivoluzione nazionale.

Passiamo ora all'esame della crisi che, inopinatamente, ha colpito i quadri dirigenti di Ordine Nuovo e cerchiamo di spiegarci -nel pieno rispetto delle idee altrui- come da alcuni dirigenti nazionali sia stata avvertita, in una fase di progressivo sviluppo della nostra organizzazione e quasi come ultima possibilità di azione e di salvezza, la necessità di porre Ordine Nuovo sotto l'ombrello protettivo del M.S.I..

A nostro avviso questa esigenza nasce e si conferma da un atteggiamento troppo critico e da una visione pessimistica dell'azione e dei risultati di Ordine Nuovo presi nel loro complesso.

Sono anni -si dice- che tentiamo di formare un organismo politico, un grande movimento politico, senza riuscire a concretare nulla di veramente valido e senza vedere, in prospettiva, possibilità alcuna di sbloccare la situazione. Tanto vale, quindi, rientrare nel M.S.I. e tentare di conquistare dall'interno posizioni di rilievo, essere tra quelli che hanno accesso alla sala dei bottoni, tra quelli che prendono le decisioni concrete, tra quelli che realmente fanno politica.

Per di più il M.S.I. garantirebbe una copertura efficace a tutta la nostra azione, evitandoci di essere investiti per primi dalla "terapia preventiva" già annunciata dal Ministero dell'Interno e che già si é manifestata con interrogatori di nostri elementi su banalissimi fatti di attività studentesca.

Tutte queste ragioni, a prima vista, e soprattutto se esposte con la serrata dialettica di Rauti, potrebbero apparire valide, ma in effetti non lo sono. Non lo sono per i seguenti motivi:

1) - NESSUN FATTO POLITICO NUOVO GIUSTIFICA IL NOSTRO RIENTRO NEL MSI

Siamo usciti dal MSI dove ricoprivamo incarichi nazionali e provinciali di rilievo quando, con la vittoria di Arturo Michelini al Congresso di Milano, risultò evidente che il partito si sarebbe definitivamente inserito nel sistema e definitivamente adagiato su di una linea legale-parlamentare, risultando così, in ultima analisi, una formazione di comodo e di appoggio alla D.C..

Durante tutto l'arco della gestione Michelini i fatti hanno dato ragione alle nostre previsioni. E, se prima del luglio del '60, la politica di inserimento micheliniana poteva avere una sua logica e una sua coerenza interna, cosa, questa, che abbiamo sempre riconosciuto, pur dichiarando che tale politica non era la nostra, dopo l'ignominiosa sconfitta di Genova, sconfitta che ha dimostrato quanto sia imprudente allentare la tensione rivoluzionaria all'interno del partito, siffatto indirizzo politico avrebbe dovuto essere definitivamente liquidato, per cui sarebbe stato inevitabile l'approfondimento della dottrina dell'azione politica rivoluzionaria e sarebbe apparso inevitabile il ricorso a forme di lotta che attaccassero dall'esterno il sistema, contestandolo in ogni sua manifestazione.

Ma, anche dopo il naufragio genovese, Michelini non ha saputo o voluto imprimere un'altra rotta alla sconquassata navicella del M.S.I. e non ci sembra che con la sua morte le cose siano cambiate.

La mitizzazione di Michelini, le dichiarazioni e le interviste di Almirante, il tentativo di rilanciare "la grande destra", ancor oggi, quando più non esistono nemmeno quelle incerte potenzialità presenti nel decennio '50-'60 e, inoltre, la progressiva "parlamentarizzazione" dei senatori e deputati del M.S.I. e tanti, tanti altri aspetti problematici e sintomatici della prassi politica di tutti i giorni, confermando l'ipotesi che il M.S.I. é ormai incapace di darsi un indirizzo politico valido, coerente e rivoluzionario.

Non esiste, dunque, nessun fatto nuovo, nessun accenno di modificazione politica all'interno del M.S.I. che possa in qualche modo giustificare il nostro rientro nel partito.

A quest'ordine di considerazioni si obietta che si potrebbe, anzi si dovrebbe, proprio con la nostra entrata in massa nel partito, determinare dall'interno l'azione politica del M.S.I.. É questa, a nostro avviso, una speranza illusoria, un tentativo vano, poiché presupporrebbe un'impossibile esautorizzazione della classe politica missina, oppure una rapida conversione di questa alle nostre tesi, in un lasso di tempo che il comunismo avanzante e la sovietizzazione della classe politica oggi al potere ancora ci lascia a disposizione. Inoltre, la prossimità del periodo elettorale crea all'interno del partito quel solito clima squallido e farneticante, invero poco adatto per la determinazione di un nuovo indirizzo politico.

2) - LA QUESTIONE DEL GRANDE MOVIMENTO POLITICO

Dando vita a ordine Nuovo non crediamo che si sia veramente inteso strutturare un grande movimento politico (anche se al riguardo abbiamo tutti nutrito qualche giovanile e troppo entusiastica illusione). Senza per nulla escludere possibilità future, diciamo pure che il nostro intento sia stato piuttosto quello di enucleare nel multiforme, frazionatissimo schieramento nazionale una classe dirigente rivoluzionaria, sia stato quello di selezionare un gruppo di uomini con una visione globale dei nostri problemi, sia stato quello di polarizzare delle energie che, altrimenti, sarebbero andate sicuramente disperse.

Crediamo che almeno in parte questo compito sia stato assolto.

All'inizio abbiamo curato in particolare la formazione ideologica e dottrinaria dei nostri aderenti attraverso la rivista "Ordine Nuovo" che -sia detto senza falsa modestia- é l'unica testimonianza di una completa analisi e definizione del fascismo, oggi accettata e condivisa da tutti nel nostro ambiente. Questo é stato il nostro primo interesse. Abbiamo, infatti, sempre pensato che l'unità dottrinale é la condizione indispensabile per ogni vera azione politica. Essa consente di manifestarci con reazioni analoghe di fronte ad ogni avvenimento e situazione, prescindendo dal gruppo di appartenenza e da qualsiasi tattica politica di cui si sia fautori.

Raggiunto questo obiettivo, i nostri sforzi sono stati orientati nel dare una coscienza e una mentalità rivoluzionaria a quanti ci seguivano con maggiore abnegazione ed entusiasmo. Pian piano abbiamo formato un tipo di attivista politico che unisce al coraggio, all'amore per il rischio e per l'impresa disperata anche un bagaglio di cognizioni politico-scientifiche di prim'ordine. Siamo stati forse i primi in Italia a far conoscere i temi della guerra rivoluzionaria, delle "gerarchie parallele", a studiare e far studiare Chakotin, per quanto é inerente alle tecniche della propaganda e dell'azione psicologica. I risultati di questa nostra azione si evidenziano nel fatto incontestabile che, nel nostro ambiente politico, rappresentiamo l'organizzazione più compatta, decisa, responsabile e preparata. Anche ora, che una divergenza di idee su di una questione più tattica che strategica, ha fatto prendere una strada diversa a oltre i 5/6 dei quadri dirigenti nazionali Ordine Nuovo continua ad esistere e a marciare, poiché quadri intermedi ben preparati hanno reso semplice ed adeguata la sostituzione dei camerati che si sono allontanati.

Indubbiamente, sul piano organizzativo, attivistico e della preparazione tecnica dei nostri militanti avremmo potuto fare molto di più e di meglio se solo avessimo avuto maggiori mezzi a nostra disposizione e, soprattutto, maggior tempo da dedicare all'attività di Ordine Nuovo, anziché alle nostre tribolate vicende personali. Di ciò, ovviamente, siamo noi i primi a sentirci colpevoli e responsabili, come pure vogliamo essere i primi ad impegnarci formalmente a sistemare le cose in modo da poter operare con sempre maggiore energia e disponibilità per la causa della rivoluzione nazionale.

Dobbiamo, comunque, rilevare che malgrado questa carenza di mezzi e d'impegno Ordine Nuovo conta oggi diversi gruppi perfettamente organizzati e pienamente rispondenti alle necessità del momento, che sono innanzi tutto necessità di attivismo e di decisione rivoluzionaria.

Sul piano esterno, in questi ultimi tempi, la nostra influenza presso associazioni, gruppi politici, ambienti professionali e d'altro genere é stata rimarchevole e ha dato risultati concreti, a volte di evidenza clamorosa.

Nell'ambiente studentesco siamo presenti con i F.A.S. così autorevolmente d'aver posto in crisi l'organizzazione studentesca maoista a Roma, a Messina, a Verona, a Catanzaro, a Bergamo, a Venezia, a Trieste e in varie altre città; siamo presenti così autorevolmente d'aver praticamente cancellato dalla scena politica l'organizzazione studentesca del M.S.I., la "Giovane Italia".

Attraversiamo, insomma, una fase di vigorosa, progressiva crescita.

E proprio ora, proprio quando la nostra azione e i lunghi anni di sacrifici cominciano a dare dei risultati apprezzabili, noi pensiamo di trasferirci nel M.S.I.. Assomigliamo un pò a quel giocatore sprovveduto che trovandosi una grossa somma in mano la punti tutta su una carta e poi, dopo aver perso, dica: "Ma poteva andare bene".

In sede di discussione, quando queste più che legittime perplessità sono state avanzate, ci siamo sentiti rispondere, con una dose di ingenuità veramente sorprendente, che non é affatto vero che Ordine Nuovo verrebbe sciolto entrando nel M.S.I.; l'organizzazione manterrebbe la sua compattezza e la sua libertà d'azione anche all'interno del partito, mentre all'esterno rimarrebbero comunque aperti dei Circoli di Ordine Nuovo per dare ospitalità a chi non intendesse rientrare nel MSI. É chiaro che se si accettasse una soluzione del genere, chi non rientra -ed abbiamo visto che é la gran parte dei nostri militanti- si verrebbe preclusa ogni attività specificatamente politica sotto l'egida ed il prestigio di Ordine Nuovo. E chi sono i militanti che non hanno inteso farsi inglobare nel M.S.I.? Guarda caso sono proprio quelli, fatta salva la solita eccezione, che hanno dimostrato di muoversi finalmente nella direzione giusta, cioè quelli che sono riusciti ad organizzarsi -e proprio per questo non se la sentono di "chiedere l'onore" di diventare missini, missini ordinovisti, d'accordo, ma sempre e comunque missini.

Queste valutazioni d'ordine politico e umano non andavano e non vanno sottovalutate: la rivoluzione non può permettersi di perdere, di sacrificare sull'altare di un'operazione politica quanto mai incerta e problematica, i migliori elementi di Ordine Nuovo.

Si ha pertanto l'impressione che, come abbiamo detto più sopra, la necessità di rientrare nel M.S.I. sia sentita: alla periferia solo da chi, per anni, non é riuscito a far niente; al centro da chi, malgrado certi innegabili -e in qualche caso insperati- risultati, si é convinto che il potenziale politico e organizzativo di Ordine Nuovo non sia sufficiente per sostenere le battaglie future.

Di fronte a queste contrastanti posizioni, oramai inamovibili, si é cercato da parte nostra, di prospettare una soluzione che evitasse quella frattura di Ordine Nuovo che appariva certa e che poi si é troppo puntualmente verificata.

Ma prima di riferirvi sulla nostra proposta, è bene fare una precisazione.

Non siamo mai stati, in via di principio, contrari al rientro di alcuni camerati, tra l'altro dei più preparati, nel M.S.I.. Consideravamo e consideriamo una tale evenienza come una normale "infiltrazione" e come un tentativo di "condizionamento" di una formazione politica la cui importanza non può essere sottovalutata. Un'azione di questo tipo rientra perfettamente nei canoni della guerra rivoluzionaria di cui proprio Ordine Nuovo ha sviluppato concetti e prospettive. Semmai c'é da meravigliarsi che questa operazione non sia stata compiuta prima.

Ma ciò non significa, però, eliminare, sia pure formalmente, l'organizzazione esterna, la centrale operativa che coordina e dirige una molteplicità di iniziative nell'unicità di un piano preordinato: altrimenti da "infiltratori" rischieremmo probabilmente di essere infiltrati, anzi addirittura inglobati in un ambiente politico che é fra i più difficili per gli interessi personali che all'interno di esso sono andati via via cristallizzandosi e le limitazioni connesse alla struttura ed alla dinamica dei rapporti interni di ogni partito.

Ma, a parte questo, era da prevedere che, nella lotta quotidiana che i nostri camerati dovranno sostenere per il mantenimento o la conquista di determinate posizioni nel M.S.I., il fatto che esista un movimento all'esterno che appoggi e sostenga l'azione di questi camerati, avrebbe offerto maggiori possibilità di contrattazione e, in caso di insuccesso, offriva anche la possibilità di essere richiamati nelle file dell'organizzazione senza che con ciò venisse compromesso definitivamente il proprio prestigio politico né quello di Ordine Nuovo.

Si trattava quindi di trovare una formula, una soluzione che, pur essendo in definitiva un compromesso, nel rispetto delle due posizioni, salvasse in qualche modo l'unità di Ordine Nuovo.

La proposta era questa: formare immediatamente un esecutivo di Ordine Nuovo composto, pariteticamente, da dirigenti che rientravano nel M.S.I. e da dirigenti che, invece, continuavano l'azione all'esterno. Tutta la linea politica di Ordine Nuovo nel suo complesso, cioè sia quella riguardante l'attività nel M.S.I., sia quella al di fuori del partito sarebbe stata programmata di comune accordo dai componenti del nuovo esecutivo. In pratica, si sarebbe verificato: alcuni camerati rientravano nel M.S.I. con il pieno consenso di chi, invece, era più utile che rimanesse fuori a proseguire su nuove basi strutturali e organizzative l'attività di Ordine Nuovo sul piano del proselitismo e dell'inquadramento rivoluzionario.

É chiaro che l'azione politica del nostro gruppo nel M.S.I. non sarebbe stata equivocata e contestata proprio perché detta azione veniva elaborata dall'esecutivo di Ordine Nuovo.

Questa proposta che nella riunione del 2 novembre scorso[1], presenti i dirigenti di Roma, Messina, Catanzaro, Mantova, Bergamo era stata accettata e doveva essere comunicata a tutti i responsabili dei Centri di Ordine Nuovo in modo chiaro, cioè dando notizia della formazione del nuovo esecutivo e fornendo, altresì, le disposizioni appropriate affinché l'"operazione M.S.I." si effettuasse senza scosse e inconvenienti di sorta e, soprattutto, in forma più unitaria.

Per la verità, i camerati di Messina, insieme a quelli di Napoli, hanno creduto, adottando motivi che, ripetiamo, per noi non hanno alcuna validità rivoluzionaria, dar vita ad un Ordine Nuovo Autonomo, espellendo i dirigenti nazionali. Questi, dal loro canto, non hanno ritenuto di comunicare in modo esplicito ai dirigenti periferici le decisioni prese durante la riunione del 2 novembre, forse per timore che, pubblicizzando l'accordo, venisse a diminuire il potere contrattuale nel M.S.I..

Altre iniziative sono sorte un pò dappertutto.

Così si é arrivati alle soglie della scissione, o meglio, alla frantumazione di Ordine Nuovo in vari tronconi senza alcuna importanza politica.

Ecco perché abbiamo deciso di intervenire.

É nostra convinzione che con la buona volontà e il senso di responsabilità di tutti la situazione possa ancora essere salvata. Vi indirizziamo perciò questa lettera confidando di ricevere una risposta chiara, meditata e definitiva. Tutto é ancora possibile, compresa forse l'attuazione dell'esecutivo paritetico di cui abbiamo già detto. Nell'attesa noi che più legittimamente di altri crediamo di rappresentare oggi la continuità di Ordine Nuovo, andiamo avanti.

E qui dobbiamo precisare la direzione di marcia, anche per soddisfare una richiesta in tal senso dei dirigenti nazionali entrati nel M.S.I. i quali ci hanno sempre contestato di non saper indicare un programma coerente e pratico di azione politica.

Noi siamo un movimento rivoluzionario, la nostra azione politica sarà quindi rivoluzionaria, in tempi correnti, la congiuntura sociale e politica, sono maturi per un'azione rivoluzionaria.

A questo punto dobbiamo ai nostri camerati con i quali non ci troviamo d'accordo, ancora un'altra spiegazione. Essere rivoluzionari, ci sia concesso almeno questo, non significa come voi dite, essere dei romantici nichilisti in vena di martirio. Non ci meritiamo, cari camerati, questa definizione, non ce la meritiamo per quello che abbiamo scritto e fatto in argomento.

Per azione rivoluzionaria noi intendiamo quel complesso di azioni, che fuori dell'attività di partito e più specificatamente politica, in una varietà sempre più estesa di strutture e di formule, miri scientificamente alla conquista del potere.

Che, forse, il P.C.I. e la stessa cineseria nostrana fanno del terrorismo a basi di tritolo, attentano forse alla vita degli avversari politici, fanno la guerriglia armata? Niente affatto! Non gli serve. Queste forme di lotta, semmai, sono previste quando l'azione rivoluzionaria o sovversiva é definitivamente fallita. Ma l'azione rivoluzionaria del P.C.I. non é affatto fallita, anzi ha portato questo partito al potere e presto lo inserirà al governo.

Le forme di terrorismo anarchico e le tenebrose organizzazioni clandestine sono spesso la dimostrazione di una incapacità a portare avanti l'azione rivoluzionaria vera e propria.

Noi abbiamo la presunzione di poter svolgere una seria, organica azione rivoluzionaria, quindi che siano tutti tranquilli... non getteremo le bombe né organizzeremo campi-scuola solo per far sfoggio di tute mimetiche e per sfogare così i nostri istinti guerriglieri.

Il nostro programma, il programma di Ordine Nuovo, per i prossimi 4 mesi é quindi il seguente:

- Dare immediatamente una nuova struttura organizzativa a Ordine Nuovo, secondo criteri che rendano l'organizzazione più agile e aderente alle necessità del momento.

- Eliminare i gruppi che esistono solo perché una bandiera é stata spillata sulla nostra carta geografica. Crearne invece dei nuovi; sacrificandosi, viaggiando, prendendo contatto con chi vale, con chi per sua natura é già un uomo di Ordine Nuovo.

- Risolvere con criteri realistici e senza dannosi complessi il problema finanziario.

- Sviluppare, attraverso i F.A.S., la nostra penetrazione tra i giovani, poiché la rivoluzione la fanno i giovani...salvo, ovviamente, le poche eccezioni tra noi rappresentate.

- Creare, poiché attualmente non esiste, una organizzazione parallela che, come i F.A.S. nelle scuole medie, realizzi la nostra penetrazione nelle Università.

- Creare, poiché attualmente non esiste, una organizzazione parallela che attui la penetrazione nelle fabbriche, attivizzando i giovani operai secondo schemi nuovi, originali, che niente abbiano a che vedere con i sindacati oggi esistenti. Unire in un gruppo di combattimento, sul fronte della produzione, imprenditore, dirigente, operaio.

- Trasformare l'Agenzia in un foglio d'ordini, di istruzioni dettagliate sulla propaganda e sulla organizzazione, oltre che informare e commentare in brevi articoli i fatti politici più salienti della settimana.

- Creare un centro di contro-informazione, per combattere entro certi limiti la propaganda sovversiva e sollevare la cortina di silenzio che cade da qualche tempo su tutta la nostra attività.

- Far uscire ogni mese un opuscolo su argomenti dottrinali, politici e tecnici di maggiore importanza e urgenza.

- Trasformare la rivista in periodico trimestrale con struttura monografica, cioè che tratti, da diverse angolazioni, argomenti di vario interesse.

- Incrementare, sviluppare, coordinare i "Comitati di appoggio" già esistenti, crearne di nuovi, inserire le figure più rappresentative nei quadri diretti dell'organizzazione. I Comitati di Appoggio, se ben strutturati e diretti, consentono a Ordine Nuovo di uscire dal ghetto politico dove é stato confinato. E, inoltre, secondo alcuni principi di azione politica di un gruppo francese: istituire scuole permanenti di "partito" per la preparazione dottrinaria, politica, tecnica dei giovani aderenti e militanti.

- Prepararsi adeguatamente a fronteggiare le conseguenze della repressione già inequivocabilmente annunciata: prevedere i tempi, possibili, della persecuzione. Niente che "massifichi". Evitare ciò che é troppo vulnerabile. Utilizzare il più possibile le linee sociali naturali.

- Importante é sopravvivere. E, oltre la sopravvivenza durante la persecuzione, prevedere l'"inutilizzazione" dei capi, il cedimento di quelli su cui si contava. Avere un inquadramento sufficiente. Essere capaci di continuare il lavoro anche se quel giornale, quel movimento, quegli uomini non possono più agire.

- Essere mutevoli secondo i mezzi di azione.

- Vedere sempre l'aspetto umano dei problemi.

- Rispettare la diversità degli uomini, quella degli strumenti e quella degli avvenimenti.

- Perfezionamento continuo delle nostre tecniche.

- Fare la guerra al "dilettantismo", alla fantasia.

- Ascesi personale della volontà.

- Non disperare davanti ad uno scacco, né rilasciarsi dopo un successo. Pensare all'indomani. Applicarsi sempre senza posa per adattare i mezzi secondo le possibilità del luogo e del momento.

- Senso di una rigorosa prudenza.

- Concedere la minor parte possibile alle passioni.

- Azione in profondità.

Questa, camerati, é la nostra azione rivoluzionaria!

A questo tipo di lotta noi oggi vi chiamiamo, dovunque voi siate politicamente e organizzativamente situati.

E non veniteci a dire che tutto ciò si può fare, deve essere fatto, nel M.S.I.. Può anche darsi che abbiate ragione, ma noi preferiamo agire in Ordine Nuovo e per Ordine Nuovo.

Rimaniamo comunque disponibili per ogni sorta di collaborazione "rivoluzionariamente" valida.

Cameratescamente.

Roberto Besutti

Clemente Graziani

Elio Massagrande

Leone Mazzeo

2 novembre 1969


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