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"Non è mai morto
ciò che è eterno"

politica interna
FACILI PREVISIONI
7 marzo 2008


volantino del M.P.O.N. di Torino - marzo 1973

FASCISMO A SINISTRA?

Da «Lotta Continua» a «Potere Operaio », dal «Partito Comunista marxista· leninista d'Italia» a «Lotta Comunista », dalle« Brigate Rosse» ai «GAP »: è tutto un fiorire di iniziative sovversive, che « perseguono finalità antidemocratiche, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica, propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione ». Esattamente com'è pre­visto dalla legge 20/6/52 n. 645 (la famigerata « legge Scelba) », volta a reprimere le attività e le organizzazioni «fasciste ».

A sinistra si rapina, si uccide, si rapisce, si ricatta, si minaccia, si fa ampio uso del terrorismo, si esalta e si realizza ogni forma d'azione politica violenta ... e tutto si giustifica in nome della mistificazione proletaria.

A destra si deve subire ogni violenza, ogni ricatto, ogni limitazione delle libertà politiche e personali: se si "reagisce", si è messi fuorilegge! ,

Il « sistema» politico italiano, basato sulla democrazia (l) che garantisce la libertà di associazione (!) ha deciso di passare alla fase repressiva più indegna, decidendo, stando ad una nota ufficiosa del Ministero .degli Interni, di mettere fuori legge e di sciogliere l'organizzazione politica « Avanguardia Nazionale ».

Con questa iniziativa il sistema democratico ha sancito il proprio duplice fallimento: .

1° - Il sostenere che, dopo trent'anni di democrazia antifascista, in Italia esista ancora un pericolo « fascista» ... vuol dire riconoscere di aver sbagliato tutto!

2° - Mettere fuori legge un'organizzazione politica, qualsiasi essa sia, di­mostra ancora una volta che non possono esistere regimi democratici, ma coa­lizioni di interessi economici, di compromessi, camuffati da democrazia, sostenuti dalla farsa elettorale che si rinnova ogni cinque anni.

Noi non siamo di « Avanguardia Nazionale », ma non possiamo chiudere gli occhi davanti alla realtà politica che ci si prospetta. La decisione del Ministero degli Interni e del Governo sarebbe di una gravità estrema: sappiamo che potreb­be toccare anche a noi, potrebbe toccare a chiunque di voi.

Noi abbiamo il torto di non voler essere servi, di non voler accettare la schiavitù del nostro popolo, di non voler accettare compromessi con il capitale (come da sempre accade per i partiti del regime, dal P.C.I. al M.S.I.): noi vogliamo essere uomini, vogliamo essere liberi, per questo hanno individuato in noi i più pericolosi nemici di questo sistema politico corrotto e corruttore, di questo sistema che inquina le coscienze. di questo sistema che toglie agli uomini la libertà di essere sé stessi!

Noi, ORDINE NUOVO, già da tempo abbiamo rivelato la falsità e le mistifi­cazioni democratiche; già da tempo abbiamo deciso di combattere il sistema politico che ci opprime; già da tempo sappiamo che la nostra lotta sarà privata di tutti gli strumenti legali riconosciuti e concessi a tutte le altre organizzazioni politiche.

Noi, ORDINE NUOVO, la nostra scelta l'abbiamo fatta da sempre: non sarà certo la repressione democratica clerico-marxista a fermarci; non sarà certamente una qualsiasi legge repressiva democratica ad impedirci di continuare la nostra battaglia!

Mov. Pol. ORDINE NUOVO

Cicl. in proprio - marzo 1973


Casella Postale 165 - 10100 Torino


***********************

Il 23 novembre 1973, rendendo esecutiva una sola sentenza di primo grado, il Ministro dell'Interno Paolo Emilio Taviani, contro il parere del Consiglio dei Ministri, che considerava anticostituzionale una simile misura, impose un Decreto Legge con il quale il Movimento Politico Ordine Nuovo era messo fuori legge, anche se in assenza di valide motivazioni.
La repressione più feroce aveva inizio: perquisizioni, sequestri, licenziamenti, carcere, esilio, mandati di cattura a getto continuo, senza fondamento alcuno, perseguiteranno militanti e dirigenti in Italia ed all'estero. Elio Massagrande, fra i fondatori del M.P.O.N. morirà in esilio, come il Segretario Nazionale -anch'egli fra i fondatori- l'indimenticabile e mai dimenticato Clemente Graziani.
Le richieste d'estradizione richieste a Grecia, Inghilterra, Spagna saranno rifiutate, mettendo in ridicolo il Governo italiano. Solo la Germania la concederà, ma solo perchè il Governo italiano mentì spudoratamente, falsificando la documentazione inviata alla Magistratura tedesca, che inizialmente riteneva ridicole le motivazioni addotte. Inutili i ricorsi ad Amnesty International: occorreva avere qualche "padrino" che, evidentemente, non solo non c'erano ma nessuno avrebbe mai voluto avere. Inutili i ricorsi all'A.C.N.U.R. : la risposta - ridicolmente assurda- fu che gli ordinovisti erano stati costretti ad uscire dall'Italia non "per ragioni politiche", ma "per sottrarsi ad un procedimento giudiziario"...!
Contrariamente alle assurde fole diffuse dai "media". mai nessuna "Internazionale Nera" è mai esistita, e gli ordinovisti dovettero affrontare tutte le difficoltà dell'esilio in solitudine e miseria, braccati dalle Autorità italiane, in collaborazione con le polizie dei Paesi in cui erano localizzati.
Non fu facile sopravvivere, come non fu facile per le famiglie e le persone care rimaste in Italia, in ansia per i propri congiunti dei quali solo raramente riuscivano ad avere notizia.
Gli ordinovisti, rimasti in carcere o liberi in Italia, e quanti scelsero di continuare la difesa delle posizioni in esilio, ressero la prova con dignità ed onore. Era e rimane la cosa più importante, per poter essere d'esempio alle generazioni future.

DIARI
VALLE GIULIA 1968
5 marzo 2008
 


violenti scontri a Roma fra forze di polizia e studenti
Facoltà di Architettura
I MOTI STUDENTESCHI E GIOVANILI DILAGANO IN ITALIA


1 marzo del 1968

La polizia caricò gli studenti presso la facoltà di architettura di Roma.

Il Movimento Studentesco, non ancora disgregato, si trovò- per la prima volta unito- con le avanguardie di Ordine Nuovo, che furono le prime e le più efficaci a farvi fronte. Per l’intero pomeriggio si verificarono scontri e la polizia ebbe la peggio: si videro funzionari che si arrendevano con le mani alzate! Con quest’azione le avanguardie ordinoviste conseguirono un grande prestigio presso gli studenti. Mentre al nord sventolavano le bandiere rosse e nel sud le celtiche degli studenti del Movimento Sociale Italiano, a Roma, come a Torino e Perugia, l'università era occupata congiuntamente dalle estreme studentesche. Gli schemi erano saltati. Era un cammino che i più avveduti si auguravano di poter proseguire.

Ma non piaceva né giovava ai poteri forti, né ai settori che influenzavano e finanziavano il Msi che si allarmarono e s'indignarono. Questo indusse Almirante, due settimane più tardi, a fare una rovinosa spedizione antistudentesca alla Minerva. Essa permise al sistema di riproporre le separazioni faziose e alla dirigenza comunista di sviare, indirizzandola in un vicolo cieco, la spinta movimentistica. Fu la fine di un sogno, il taglio dei fili in cui scorreva l'energia. Ma l'amarezza di quella mossa scellerata non può cancellare quell'immagine solare di una gioventù che per un attimo si trovò al posto giusto, al momento giusto, a fare la cosa giusta.

politica interna
IL LITTORE TAVIANI ED I SUOI DIARI
21 febbraio 2008


l'ex-littore Paolo Emilio Taviani


TAVIANI E I SUOI DIARI

LA STAMPA

Del 3/5/2002 Sezione: Cultura Pag. 19

RIVELAZIONI SU TRAME EVERSIVE, STRAGI E MISTERI DELLA PRIMA REPUBBLICA NEI DIARI DEL LEADER DC

TAVIANI: i giorni dell´Italia in nero

Taviani è morto, che sia dannato per l’eternità!

Un voltagabbana, come tanti altri antifascisti dell’ultima ora, un opportunista che, pur di conseguire e di mantenere il potere, suo personale e della setta politica d’appartenenza, non ha mai economizzato in fatto di menzogne, falsificazione della realtà e mancanza di scrupoli.

Anche in attesa della fine, nella compilazione definitiva dei suoi diari,quando ormai solo la storia poteva incaricarsi di emettere il giudizio definitivo sulla sua equivoca condotta politica, non ha avuto l’estremo coraggio di fare piena luce sugli avvenimenti che lo hanno visto coinvolto e responsabile. Ipocritamente e falsamente, da puro democristiano, lancia gravissime accuse generiche contro tutto un mondo –quello rappresentato da chi ha vissuto l’esperienza di “ORDINE NUOVO”, senza fare nomi. Eppure lui, in quanto responsabile del Ministero dell’Interno, quei nomi doveva conoscerli, considerato che con tanta sicurezza afferma che collaboravano con organismi dello Stato! Non ci vuole che un granello d’intelligenza per comprendere che, se qualche traditore o rinnegato può esserci stato –che per puro caso può essere transitato in una qualche sede di Ordine Nuovo- gli stessi non hanno certo reso un servizio degno di lode al movimento ordinovista. Se individuati, come minimo sarebbero stati radiati o sarebbero andati incontro ad altra meritata punizione. Con quanta imbecillità si può continuare a sostenere che Ordine Nuovo ha, in qualsiasi modo, collaborato con una qualsiasi componente delle “Istituzioni”, se è stato proprio “Ordine Nuovo”, e proprio per disposizione dell’ex littore Paolo Emilio Taviani, l’unico movimento ad essere pesantemente colpito dalla repressione democratica e messo “fuori legge”?

Probabilmente, qualcuno, un giorno svelerà il mistero. Quando tutti i veri colpevoli saranno morti

IL 27 giugno dello scorso anno, su ordine della Procura di Brescia, il reparto Antieversione dei Ros si presentò nella sede del Mulino, a Bologna, per sequestrare una copia dei diari di Paolo Emilio Taviani, morto nove giorni prima. Il senatore a vita - lo nominò Cossiga nel 1991 - aveva più e più volte, in diverse sedi, promesso rivelazioni sui misteri della Repubblica. Ne aveva in verità qualche titolo essendo stato grande capo partigiano, segretario della Dc, ras di corrente, ministro della Difesa e dell'Interno varie volte, nell'arco di un periodo cruciale, dagli anni cinquanta alla metà degli anni settanta. Ricevuta la visita dei Ros, il responsabile della sezione Storia del Mulino, Ugo Berti, dichiarò in ogni caso all'Ansa: «La pubblicazione procede regolarmente secondo i programmi. Nei prossimi mesi dell'anno prossimo il volume sarà in libreria». Eccolo, dunque: Politica a memoria d'uomo (445 pagine, 20 euro). In una delle ultime pagine, nel tirare le somme, Taviani scrive: «Fu guerra, calda o fredda, ma sempre guerra (...). Non sono sicuro di aver mai sbagliato. Per un uomo politico è già un successo salvarsi l'anima». Anche per mezzo dei diari. Per cui ecco subito quanto probabilmente interessava a magistrati e carabinieri. Taviani l'ha racchiuso in una quarantina di pagine. Piazza Fontana - di cui si occupò tornato al Viminale nel 1973 insieme con i vertici dell'Antiterrorismo (Santillo) e degli Affari Riservati (D'Amato) - offre la prima sorpresa. «La responsabilità della strage è interamente dell'estrema destra e in particolare di Ordine nuovo: uomini tecnicamente seri, collegati con settori deviati dei servizi segreti». La Cia non c'entra nulla, ma l'esplosivo, venne fornito a uomini di On da un «agente nordamericano» che proveniva dalla centrale tedesca e apparteneva al servizio segreto dell'esercito: «Assai più efficiente della Cia». In Italia qualcuno seppe e anzi cercò di evitare. Taviani racconta di un certo avvocato Fusco, con frequenti legami con il Sid, che la sera del 12 dicembre doveva andare a Milano per «recare il contrordine sugli attentati previsti». Ma a Fiumicino seppe della bomba. Poco dopo la strage, da Padova, un ufficiale del Sid raggiunse Milano «per sostenere il depistaggio sulla sinistra». La bomba non doveva, secondo Taviani, causare morti, come accadde a Roma. Lo deduce dal fatto che, «una volta verificato che nel crimine erano implicati anche alcuni uomini delle istituzioni, non è supponibile che essi cinicamente pensassero di uccidere tanti innocenti». A meno che gli esecutori abbiano poi «disatteso gli ordini ricevuti». A questa ricostruzione Rumor, Fanfani e Moro non vollero mai credere. Taviani al contrario, come «atto politico» e sulla base della sentenza ottenuta dal pm Occorsio, decretò lo scioglimento di Ordine nuovo. La fine della teoria degli «opposti estremismi» ebbe sanguinose conseguenze. Tornato al Viminale liquidò anche alcuni agenti e confidenti arruolati dal precedente ministro (Restivo); «servizi paralleli», si disse in seguito, erroneamente identificandoli con Gladio. Tali spezzoni divennero «schegge impazzite». Mario Tuti ne fu il tipico esponente. A questo ambiente para-golpista, Taviani imputa la strage dell'Italicus. Era il 1974. Ma pure sull'attentato di Bertoli il ministro ebbe il dubbio che l'«anarchico» venuto da Israele potesse essere stato aiutato dal Sid del generale Maletti, di cui ricorda che era «filo-israeliano» (mentre il generale Miceli era filo-arabo). Anche la strage di Brescia è collegata a On: «i carabinieri vi avevano infiltrato un informatore». La bomba era in realtà destinata all'Arma, per vendetta, ma per la pioggia i militi si erano spostati dall'area prescelta per l'esplosione. [TITF]Il padre di Gladio Taviani si assume in pieno la responsabilità di aver fatto iniziare le indagini su Edgardo Sogno; e sostiene anche di aver duramente pagato la sua convinzione che le stragi fossero state «sicuramente ed esclusivamente di destra». Quando cadde il governo venne sostituito - e si riporta un vivace resoconto di come il sinedrio Dc, riunito a piazza del Gesù, distribuisse gli incarichi, con offerte, battute crudeli e sbattimenti di porta. Nel novembre del 1974 finirebbe in realtà il potere governativo di Taviani, l'uomo che in nome dell'atlantismo mise in piedi Gladio. Ma la sua influenza politica continua. Del tutto ingiustificata, la campagna contro l'organizzazione Stay Behind, a suo giudizio, venne aperta con l'obiettivo di contrastare Cossiga che aveva buone speranze di conquistarsi a picconate un secondo mandato presidenziale. In più - ed è una rivelazione - i comunisti sapevano non solo di Gladio, ma anche della base di Capo Marargiu: e questo perché l'aveva detto lui, Taviani, all'allora segretario Longo. Sulle Br, oltre a numerosi sospetti sui collegamenti con i seguaci di Secchia, è annotata una confidenza del generale Dalla Chiesa secondo cui nel 1977, e cioè pochi mesi prima del sequestro Moro, l'evasione di Prospero Gallinari «venne favorita con lo scopo di scovare Moretti». Sui servizi segreti esteri c'è un'abbondante aneddotica. Dall'idea di utilizzare la Stasi in funzione anti-Tito al Mossad che Taviani considera responsabile dell'attentato all'aereo Argo 16; dall'«ottusità» anticomunista della Cia all'«abilità» del Kgb, di cui pure nega che sia riuscito - come scritto nel dossier Mitrokhin - a mettergli una segretaria alle calcagna. Entrambi i servizi delle grandi potenze della guerra fredda, comunque, «convergevano a un medesimo risultato: mantenere l'Italia in tensione». Questo dunque - con inevitabile sintesi e conseguenti forzature di chi gli ha riservato una prima lettura - contengono più o meno le pagine più scabrose delle memorie tavianee. Un autentico tesoro per gli appassionati di trame e misteri. Ma i diari dei potenti, per fortuna, interessano anche gli storici e i normali lettori. E infatti sarebbe ingiusto ridurre questo volume, tra i più interessanti nella memorialistica della Prima Repubblica, a una sequela un po' paranoica di verità, sospetti, cospirazioni. Taviani si salva l'anima, infatti, anche raccontando in profondità il suo lungo tempo di leader e capocorrente democristiano. Gli anni avventurosi, ma indimenticabili della Resistenza, quelli che un giorno spingeranno Fidel Castro a rivolgerglisi come «colega en la experiencia guerrillera». [TITF]Affrancarsi dal Vaticano

Come pure l'austerità della Costituente, quel pasto di «pane, mele e un bicchiere di vino bianco» al primo congresso Dc. Le ramanzine di Sturzo, le «manovre» di Gedda, in sostanza la dura lotta sotterranea per liberarsi dalla tutela vaticana, la lettura tra le righe dell'Osservatore romano, il timore degli effetti che un certo discorso avrebbe suscitato sull'«Uomo Bianco», cioè il Papa. Timori a loro modo giustificati, e fino all'ultimo, se è vero che da Oltretevere non gli perdonarono di essere andato lui, come ministro dell'Interno, ad annunciare in tv i risultati del referendum sul divorzio. In più viene fuori il personaggio: gastronomo, amante della famiglia, celebre studioso di Colombo. Come ogni grande democristiano, è al tempo stesso spregiudicato e spirituale, per cui fa cose assai discutibili, le fa a fin di bene e le racconta pure. La volta che, da ministro, per far dimettere sul serio il tentennantissimo De Nicola da presidente della Corte costituzionale chiede ad alcuni suoi amici ex partigiani di appendere dei manifesti contro di lui nel quartiere di Napoli dove abita. Oppure la volta che per aggirare le difficoltà, si fa costruire dall'esercito un aeroporto a Lampedusa. O acquista - in Senegal! - un pacco di lettere (poi rivelatesi false) in cui Pio XII si rivolge chiaramente a una specie di fidanzata. Sfila nel diario tutto un mondo. De Gasperi pensoso, Dossetti irrequieto, La Pira ardente, Fanfani volitivo. E Nenni, e i comunisti. Ecco: a distanza di anni, davvero colpisce nei diari tavianei l'intensità con cui la Dc cerca a tutti i costi - e trova, non c'è dubbio - un rapporto di convivenza con il Pci. E di nuovo occorre tornare ai segreti rivelati se nel gennaio del 1955, in piena Guerra Fredda, i servizi italiani scoprono che l'Urss ha appena finanziato il pci con un cifra che corrisponde a 40 miliardi di oggi. Ebbene, in una riunione con Scelba e Martino, si decide di far finta di niente: «Abbiamo sempre detto che il Pci è pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamento comporterebbe necessariamente mettere al bando il Pci. Dunque la guerra civile». Taviani arriva a corteggiare apertamente il Pci a metà anni settanta. Nel 1975 prova a convincere addirittura la Cia dell'affidabilità di Berlinguer; e l'anno dopo a Mosca sonda i sovietici se nel quadro della distensione sarebbero disposti a comprendere un governo che veda insieme Dc e Pci... Come poteva uno come lui, pure profeta inascoltato di Tangentopoli, comprendere quel che stava per accadere? Eppure «il nome di Di Pietro - scrive - è forse l'unico fra gli italiani degli anni novanta che rimarrà nella storia e non nella cronaca. Proprio come vi restò Giovan Battista Perasso detto Balilla. Con una differenza; che quest'ultimo, gettato il sasso, non pretese rimanervi nella storia, al punto tale che alcune balzane correnti storiografiche ne contestano l'identità». Riflessione tortuosa, ma efficace: molto democristiana.

Filippo Ceccarelli

POLITICA
CON IL M.P. ORDINE NUOVO
18 febbraio 2008
  CON IL M.P. ORDINE NUOVO

Torna l'entusiasmo e la volontà di impegnarsi sempre più a fondo nell'azione politica. Malgrado le enormi difficoltà organizzative -quasi un collasso- seguite all'operazione Rauti-Almirante, si ricostituiscono le Reggenze Provinciali, si ricostruisce il movimento, si avvia la pubblicazione del periodico "Ordine Nuovo azione": distribuzione militante ma anche nelle edicole delle 30.000 copie di tiratura, con risultati esaltanti. Il finanziamento é garantito dall'impegno di tutte le Reggenze provinciali a ritirare e pagare un certo numero di copie. Si organizzano convegni e conferenze, si sviluppa un'azione di propaganda senza precedenti, si tengono comizi.

All'interno del M.S.I., nel frattempo, Rauti pubblica la rivista "Ordine Nuovo" che, nel secondo numero, riporta una bozza di "Costituzione per lo Stato dell'Ordine Nuovo": questo lavoro, coordinato da Rutilio Sermonti, é il primo ed unico tentativo di formulazione di una Costituzione alternativa che si possa registrare nel secondo dopoguerra. Non é completa, viene rimandato l'approfondimento della parte relativa all'organizzazione dell'economia, della produzione, della socializzazione. Clemente Graziani ritiene che questa Costituzione dovrebbe essere "più rivoluzionaria, sfrondata di qualche residuo borghese che vi si intravvede", mentre Adriano Romualdi, con un suo intervento sul terzo numero della rivista, la vorrebbe più incisiva sul piano etnico-razziale.

Con la progressiva affermazione del M.P.Ordine Nuovo, Rauti cessa le pubblicazioni della sua rivista e si dissocia ufficialmente -con un atto notarile, per quando viene comunicato- dall'operato del movimento guidato da Graziani.

Sicuramente Rauti subisce delle pressioni, e dal suo punto di vista ritiene di doverle accettare.

Il "sistema" adotta immediatamente azioni difensive, della messa in opera delle quali si incarica la Procura della Repubblica di Roma, istruendo un procedimento penale sulla base dell'accusa di "Tentata ricostituzione del disciolto partito fascista". L'accusa rasenta i limiti della demenza politica, oltre a stravolgere i più elementari principi di diritto: il Pubblico Ministero, dott. Vittorio Occorsio, deve tirare in ballo addirittura il Trattato di Pace ed afferma testualmente: "Non possiamo aspettare che questo movimento prenda il potere prima di metterlo fuori legge". Il M.P.Ordine Nuovo produce la memoria "Processo alle idee", di Clemente Graziani, mentre tutti gli imputati -quelli che effettivamente facevano parte del movimento- si rifiutano di rispondere alle domande della corte, limitandosi a declinare le proprie generalità accompagnate dalla posizione di "militante" o di "dirigente", rasentando l'oltraggio alla Corte.

Gli avvocati si battono da leoni, ma tutti sanno che ogni difesa é inutile, poiché dietro il processo esiste la precisa volontà politica di sbarazzarsi di un movimento che comincia a diventare ingombrante e, politicamente, potenzialmente pericoloso, visto che dimostra eccellenti qualità di mobilitazione, specialmente a livello giovanile.

Il 21 novembre 1973 viene emessa la sentenza di condanna in primo grado: fuori del Tribunale, in Piazzale Clodio, attende un carabiniere motociclista, deve ritirare una busta per il Ministro dell'Interno Paolo Emilio Taviani, già fascista e convittore gratuito al Collegio Mussolini di Pisa, borsista nella Germania hitleriana ma in seguito partigiano, quindi presidente del Corpo Volontari della Libertà. Procedura d'urgenza. Il 23 novembre viene ufficializzato con decreto che il Movimento Politico Ordine Nuovo é fuori legge, le sue sedi chiuse, i suoi beni sequestrati.

Visto l'andamento processuale la sentenza di condanna in primo grado era attesa: si pensava che ci sarebbe stato tempo di preparare una più incisiva difesa in sede di appello, di Cassazione, di Strasburgo.

Il decreto di Taviani, rendendo esecutiva una sentenza di primo grado, caso unico in tutta la storia giudiziaria italiana, e non solo italiana, blocca qualsiasi iniziativa difensiva: se ci si dovesse incontrare per studiare, per coordinare la difesa...arriverebbe -come arriveranno- altre accuse di "ricostituzione" (come avvenuto per la riunione di alcuni imputati e dei propri avvocati, a Cattolica, nel marzo del 1974).

Il Governo incarica il dottor Provenza, della Questura di Roma, di raccogliere in un rapporto tutti i procedimenti penali in corso contro militanti ordinovisti (o presunti tali...) presso le diverse Procure nazionali.

Nasce il cosiddetto "Rapporto Provenza", sulla cui base viene aperto, sempre a Roma, un altro procedimento penale -sempre per "tentata ricostituzione del disciolto partito fascista" contro "Salvatore Francia più 118".

Ci vorranno 15 anni perché il Tribunale accetti di riconoscere la validità dell'art. 90 del codice di procedura penale, che non consente di processare due volte gli imputati per lo stesso reato. Solo nel 1988 si può chiudere il secondo processo contro il M.P. Ordine Nuovo.

In Italia é diventato impossibile potersi difendere a titolo personale da accuse mosse al Movimento.

A quanti restano viene diramata la disposizione, già tacita, di non prestare assolutamente il fianco a possibili provocazioni: nessuno é autorizzato ad operare, tutti devono astenersi da un qualsiasi tipo di reazione.

Verranno tempi migliori. La storia non ha fretta. Come sempre ha sostenuto Clemente Graziani, non si può pensare a "prendere il potere": in questa fase storica il nemico é troppo forte, non ci si può porre dei limiti temporali...forse se ne riparlerà fra 50, 100, 500 anni. Cosa importa?

Si apre la stagione delle accuse più assurde e strampalate, dei processi farsa, delle carcerazioni, dell'esilio per quanti ritengono di dover continuare, se non altro sul piano della difesa processuale e storica, a tenere alte le motivazioni ideali dell'esperienza ordinovista.

I processi non si contano: qualsiasi reato più o meno connesso con la politica, con la strategia della tensione, perfino reati comuni, é buona norma attribuirlo agli ordinovisti. Passeranno anni, tanti anni perché -almeno a livello giudiziario- potrà risultare che i militanti del M.P.O.N. non sono mai stati coinvolti in fatti di sangue, in reati comuni, nella strategia della tensione. Diverso é il discorso sui condizionamenti che i media hanno costruito in accordo con il potere giudiziario, in ossequio ed obbedienza al potere politico (palese ed occulto): questo sarà estremamente difficile, forse impossibile, sradicarlo dalle coscienze di chi ha subito un martellante, incessante, pluridecennale lavaggio del cervello.

Una domanda si é posta nel tempo: Quale la decisione giusta?

Quella presa da Rauti che, malgrado i mille condizionamenti, é riuscito a sopravvivere ed a fare sopravvivere una certa Weltanshaung ordinovista, o la decisione degli intransigenti, fatti a pezzi dalla repressione del Sistema, e sopravvissuti nella loro solitudine umana, isole di riferimento sì ma non operativi politicamente?

Viene alla mente un'altra esperienza simile, quella della Falange Spagnola: quale la via giusta? Quella dell'integrazione accettata da Raimundo Fernandez Cuesta o quella pura ed intransigente di Manuel Hedilla?

POLITICA
TRENT'ANNI SON PASSATI
18 febbraio 2008

 

Giorgio Almirante

Accadeva trent’anni or sono

Un movimento politico come Ordine Nuovo, coerentemente con i propri principi, con la propria impostazione ideologica e politica, non poteva assolutamente correre il rischio di trovarsi coinvolto in un progetto che tendeva a consolidare il Regime partitocratico- a nome e per conto di interessi estranei, conseguenti alle divisioni imposte da Jalta. Non ci voleva molto per capire che non era -né avrebbe potuto esserlo- la destra eversiva e golpista (quella definita "fascista") ad avere infiltrato lo Stato nelle sue strutture nazionali e sovranazionali, ma era molto più credibile che fossero state queste a tentare di infiltrare -qualche volta riuscendoci- certe organizzazioni della destra, spesso servendosi di cani sciolti opportunamente addomesticati, usati, strumentalizzati, sempre facendo leva su certi contenuti proprî ad una certa destra, che in seguito si sarebbe manifestata apertamente con Alleanza Nazionale e Forza Italia: difesa dello Stato tout-court prescindendo dal tipo di sistema politico che regge lo Stato stesso, difesa dell'ordine tout-court non avendo rilevanza di quale ordine si potesse trattare, difesa degli interessi nazionali confusi con la difesa degli interessi di una oligarchia economico-finanziaria sempre più coinvolta nella spirale dell'alta finanza internazionale mondialista ed infine, aspetto fondamentale, un anticomunismo cieco e viscerale che ben poteva reggere il confronto con l'antifascismo che condizionava e purtroppo continua a condizionare lo schieramento di sinistra.

Ad una certa destra, tuttavia, sono consentite deviazioni fasciste (sia pure di facciata) a condizione che le stesse siano anticomuniste ed organizzate in formazioni politiche controllabili, come in effetti é stato il Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale di Almirante ed ancor più con Alleanza Nazionale-Forza Italia.

Nessuna ipotesi di sopravvivenza doveva e poteva essere prevista per quelle organizzazioni operanti, a destra, fuori dell'ambito M.S.I.-D.N. : prescindendo dal fatto sostanziale che la cosiddetta destra estrema o radicale ha sempre rifiutato e continua a rifiutare una simile collocazione.

Il progetto é diventato realtà dopo un inesorabile quanto pesantissimo processo repressivo che ha visto coalizzati il potere politico, quello economico, quello giudiziario, quello dei mezzi di comunicazione di massa, quello delle forze dell'ordine.

Ha affermato il dott. Carlo Amati della Terza sezione della Corte di Assise di Roma nel motivare - il 28 maggio '78 - la sentenza assolutoria dei dirigenti di Lotta Continua, processati per un volantino ritenuto oltraggioso del Governo: "Nel sistema vigente di diritto di libertà di pensiero, di critica e di dissenso è, e deve essere, garantito a tutti, anche a coloro che siano e si proclamino ostili alla Costituzione Repubblicana e all'ordine costituito, li rifiutino e operino, in campo ideologico, per sovvertirli: il giorno in cui il diritto di cui si parla fosse negato anche al più sparuto gruppo di opposizione o, al limite, ad un solo individuo isolato, per obbrobriose che fossero le opinioni degli stessi professate, la libertà di tutti sarebbe ferita e il regime di democrazia avrebbe già lasciato il posto ad una soffocante tirannide da aversi per inaccettabile pur se fondata sul consenso di una schiacciante maggioranza."...sempre più spesso le strade e le piazze del paese e le scuole di ogni ordine e grado sono lasciate in balia di gruppi organizzati di fanatici e facinorosi quasi mai adeguatamente fronteggiati da pubbliche autorità imbelli e incapaci, e normalmente giustificati, sulla base di concezioni sociologiche e psicologiche d'accatto, da personaggi e movimenti in varia guisa interessati a destabilizzare il regime vigente"..."il rifiuto ostinato della classe dirigente di gestire lo Stato secondo la fondamentale regola del sistema liberale - scrivono i giudici - ha portato oggi in Italia al coagularsi di schieramenti politici maggioritari compositi, variopinti ed abnormi e, soprattutto, elefantiaci (i quali, fra l'altro, disdegnano di autodefinirsi maggioranza, preferendo chiamarsi con circonlocuzioni assurde: il ruolo dell'opposizione, conseguentemente, è stato assunto da movimenti e partitini, divisi fra loro, che elettoralmente rappresentano una quota ridottissima del popolo"..."La prova evidente dei pericoli - prosegue la sentenza - ai quali sono esposte nel presente momento (a causa del venir meno di quel presidio della democrazia che è costituito dalla equilibrata contrapposizione fra maggioranza e minoranza) le fondamentali libertà civili si ricava dal fatto che per la prima volta nella storia della Repubblica e, a quanto consta, per la prima volta dall'unità d'Italia, il supremo organo collegiale rappresentativo e deliberativo di un partito politico, fra l'altro presente in Parlamento, è stato portato davanti ad un organo giurisdizionale per rispondere, nelle persone di tutti i suoi componenti, di un comportamento consistito nell'aver mosso critiche al governo e al suo operato".

Purtroppo occorre obiettare su un punto di questa sentenza, relativamente ad una omissione.

Non é stata la prima volta "...nella storia della Repubblica e, a quanto consta, per la prima volta dall'unità d'Italia, il supremo organo collegiale rappresentativo e deliberativo di un partito politico,....è stato portato davanti ad un organo giurisdizionale...".

Due pesi e due misure per la Magistratura?

Pressioni politiche?

Discriminazione?

Quello di cui occorreva tener conto era come potevano reagire i giovani, e non solo loro, a questa realtà discriminatoria e repressiva.

L'Italia democratica, o post-democratica, è il Paese in cui si é potuto e si può facilmente finire in galera, senza diritto alla libertà provvisoria, per il semplice fatto di alzare un braccio con la mano tesa invece che serrata in un pugno, o ancor più semplicemente rivendicando -a torto o a ragione- l'orgoglio e la libertà di poter mantenere la propria identità ideologica o nazionale.

C'erano e ci sono tanti giovanissimi che salutavano e salutano romanamente non perché siano o si sentano fascisti (spesso conoscendo poco o nulla del fascismo, o conoscendone l'immagine datane dall'antifascismo): lo fanno semplicemente per coerenza con il loro istinto ribelle, con l'istinto, il coraggio e la volontà di andare controcorrente, quasi a rivendicare il loro diritto a vivere e a salutarsi come meglio credono.

Sono stati discriminatori i cartelli e gli striscioni "Fuori i fascisti dalle scuole", "Fuori i fascisti dalle università", "Fuori i fascisti dalle fabbriche": naturalmente intendendo per fascisti quanti non manifestavano la loro solidarietà con le tesi e le metodologie marxiste, quanti intendevano difendere il loro diritto a studiare e a lavorare.

Da un'analisi degli avvenimenti che hanno visto il M.P. Ordine Nuovo protagonista, emerge legittimo il dubbio che il movimento sia stato messo fuori legge non perché fascista ma perché non aprioristicamente anticomunista ed in quanto tale non disponibile ad essere usato e strumentalizzato nella strategia della tensione.

Con il diretto interessamento di Almirante presso Taviani.

POLITICA
FONDAZIONE DEL M.P. ORDINE NUOVO
14 febbraio 2008
 

LETTERA APERTA AI DIRIGENTI E MILITANTI  DI ORDINE NUOVO

Camerati,

ora che l'operazione del rientro di alcuni dirigenti nazionali e provinciali di Ordine Nuovo nel MSI é un fatto compiuto, noi che abbiamo avversato questa iniziativa sentiamo la necessità e il dovere di far conoscere a tutti la nostra posizione e il nostro programma di azione futura, posizione e programma che -sia detto senza troppe perifrasi- sono oggi quelli ufficiali di Ordine Nuovo.

Non si può, infatti, sciogliere un'organizzazione e fonderla con un altro movimento politico e contestare poi a chi non ha inteso seguire questa via il diritto di continuare la lotta sotto le insegne nelle quali ha creduto e nelle quali ancor oggi fermamente crede.

É, comunque, questa, cosa di poco conto, cioè argomento più di polemica che di sostanza. Maggior rilievo, invece, assume per noi l'impostazione della nostra azione politica dopo un avvenimento tanto grave e determinante.

Ma prima di enunciare le linee programmatiche per l'attività dei prossimi mesi, noi dobbiamo, ovviamente, condurre un'analisi obiettiva della crisi che certe scelte politiche e la definizione di una particolare strategia hanno determinato al vertice di Ordine Nuovo.

Se questa analisi, però, deve essere assolutamente obiettiva, occorre anzitutto riportare la questione sul piano serio; occorre, cioè, uscire da quella situazione incresciosa determinata da un genere di polemica che non rientra nel nostro stile, intessuta di accuse e contraccuse gratuite, di giudizi azzardati, di massima sfiducia reciproca, una situazione, insomma, che ha deluso e amareggiato un pò tutti e che ha impedito -e questa é stata la cosa più grave- una franca, decisa spiegazione.

Tutto ciò non era mai accaduto tra noi, tra camerati che da oltre 20 anni conducono spalla a spalla la stessa battaglia coi sacrifici, le rinunce, i rischi che tutti conosciamo. Tutto ciò, comunque, non ha niente a che fare con la rivoluzione.

In questa vicenda, dove tutti abbiamo in una qualche misura sbagliato, noi tuttavia possiamo vantare il merito di aver espresso le nostre opinioni e convinzioni con estremo senso della misura, con la massima duttilità rivoluzionaria, con la preoccupazione costante di mantenere l'unità e la compattezza di Ordine Nuovo anche al di là delle divergenze di idee e di scelte.

Noi abbiamo sempre sostenuto -e voi tutti lo sapete- di non essere d'accordo con la linea politica che Rauti, Andriani e Maceratini hanno inteso imporre a Ordine Nuovo nella sua totalità. Non siamo stati d'accordo per vari motivi che illustreremo nel prosieguo della presente lettera ma, soprattutto, per il carattere ultimativo con il quale questa linea é stata proposta: "o si fa così oppure Ordine Nuovo é condannato all'inazione per necessità di cose e di eventi" e ancora, come é stato anche detto con espressione non troppo felice: "o si fa così oppure mettetevi voi al nostro posto, noi tutt'al più faremo i gregari".

Ciononostante mai ci ha sfiorato il pensiero che i camerati che così agivano fossero in mala fede, né mai ci ha sfiorato il pensiero che essi possano, a loro volta, dubitare delle nostre oneste intenzioni.

Con questa lettera, sia chiaro dunque, non intendiamo accusare e denigrare nessuno; intendiamo solo prospettare a tutti una soluzione politica che si ponga come alternativa valida, concreta e organica a quella discussa -o non discussa!- nell'ultima riunione del Consiglio Nazionale e poi attuata in maniera forse un pò affrettata e con decisione unilaterale.

Dobbiamo, d'altra parte, rilevare che già prima dell'entrata ufficiale di alcuni camerati di Ordine Nuovo nel M.S.I. sono state prese da gruppi contrari all'"operazione" iniziative altrettanto affrettate e unilaterali. Che esista un Ordine Nuovo Autonomo a Messina, a Napoli o in centri e località dove non si é mai avuto notizia di attività ordinovista non é un fatto politico ma un fenomeno locale, per sua natura destinato ad esaurirsi; é un atteggiamento romantico, una reazione passionale, che possiamo anche comprendere sul piano umano ma che non possiamo giustificare sul piano rivoluzionario: é comunque una posizione, questa, che riveste lo stesso carattere frazionistico riscontrabile nell'incauto tentativo di far rientrare Ordine Nuovo nel M.S.I.. Proprio in quanto fenomeno politico locale e frazionistico, tali iniziative vanno decisamente condannate, auspicando, comunque -anzi sollecitando- una rapida autocritica da parte di quei camerati che stimiamo e la cui attività é preziosa per Ordine Nuovo, autocritica che consenta il loro immediato, urgente reinserimento nei quadri dell'organizzazione.

Queste considerazioni preliminari erano necessarie; erano necessarie affinché ogni screzio, ogni frase male interpretata, ogni espressione che nel furore polemico possa essere andata al di là di ciò che veramente si sentiva e si pensava siano cancellate completamente dalla nostra memoria e non abbiano a influenzare le nostre scelte e le nostre decisioni che investono -sia detto senza tema di apparire retorici- le sorti e i destini di Ordine Nuovo.

Superata, quindi, l'amarezza del momento, oggi che dobbiamo ricominciare a marciare nella direzione di sempre, che ognuno di noi sappia essere all'altezza del proprio compito, che ognuno di noi sia cosciente delle responsabilità che incombono su chi, da anni, va chiamando a raccolta la migliore gioventù per battersi, sotto la nostra guida, per l'ideologia e la causa della rivoluzione nazionale.

Passiamo ora all'esame della crisi che, inopinatamente, ha colpito i quadri dirigenti di Ordine Nuovo e cerchiamo di spiegarci -nel pieno rispetto delle idee altrui- come da alcuni dirigenti nazionali sia stata avvertita, in una fase di progressivo sviluppo della nostra organizzazione e quasi come ultima possibilità di azione e di salvezza, la necessità di porre Ordine Nuovo sotto l'ombrello protettivo del M.S.I..

A nostro avviso questa esigenza nasce e si conferma da un atteggiamento troppo critico e da una visione pessimistica dell'azione e dei risultati di Ordine Nuovo presi nel loro complesso.

Sono anni -si dice- che tentiamo di formare un organismo politico, un grande movimento politico, senza riuscire a concretare nulla di veramente valido e senza vedere, in prospettiva, possibilità alcuna di sbloccare la situazione. Tanto vale, quindi, rientrare nel M.S.I. e tentare di conquistare dall'interno posizioni di rilievo, essere tra quelli che hanno accesso alla sala dei bottoni, tra quelli che prendono le decisioni concrete, tra quelli che realmente fanno politica.

Per di più il M.S.I. garantirebbe una copertura efficace a tutta la nostra azione, evitandoci di essere investiti per primi dalla "terapia preventiva" già annunciata dal Ministero dell'Interno e che già si é manifestata con interrogatori di nostri elementi su banalissimi fatti di attività studentesca.

Tutte queste ragioni, a prima vista, e soprattutto se esposte con la serrata dialettica di Rauti, potrebbero apparire valide, ma in effetti non lo sono. Non lo sono per i seguenti motivi:

1) - NESSUN FATTO POLITICO NUOVO GIUSTIFICA IL NOSTRO RIENTRO NEL MSI

Siamo usciti dal MSI dove ricoprivamo incarichi nazionali e provinciali di rilievo quando, con la vittoria di Arturo Michelini al Congresso di Milano, risultò evidente che il partito si sarebbe definitivamente inserito nel sistema e definitivamente adagiato su di una linea legale-parlamentare, risultando così, in ultima analisi, una formazione di comodo e di appoggio alla D.C..

Durante tutto l'arco della gestione Michelini i fatti hanno dato ragione alle nostre previsioni. E, se prima del luglio del '60, la politica di inserimento micheliniana poteva avere una sua logica e una sua coerenza interna, cosa, questa, che abbiamo sempre riconosciuto, pur dichiarando che tale politica non era la nostra, dopo l'ignominiosa sconfitta di Genova, sconfitta che ha dimostrato quanto sia imprudente allentare la tensione rivoluzionaria all'interno del partito, siffatto indirizzo politico avrebbe dovuto essere definitivamente liquidato, per cui sarebbe stato inevitabile l'approfondimento della dottrina dell'azione politica rivoluzionaria e sarebbe apparso inevitabile il ricorso a forme di lotta che attaccassero dall'esterno il sistema, contestandolo in ogni sua manifestazione.

Ma, anche dopo il naufragio genovese, Michelini non ha saputo o voluto imprimere un'altra rotta alla sconquassata navicella del M.S.I. e non ci sembra che con la sua morte le cose siano cambiate.

La mitizzazione di Michelini, le dichiarazioni e le interviste di Almirante, il tentativo di rilanciare "la grande destra", ancor oggi, quando più non esistono nemmeno quelle incerte potenzialità presenti nel decennio '50-'60 e, inoltre, la progressiva "parlamentarizzazione" dei senatori e deputati del M.S.I. e tanti, tanti altri aspetti problematici e sintomatici della prassi politica di tutti i giorni, confermando l'ipotesi che il M.S.I. é ormai incapace di darsi un indirizzo politico valido, coerente e rivoluzionario.

Non esiste, dunque, nessun fatto nuovo, nessun accenno di modificazione politica all'interno del M.S.I. che possa in qualche modo giustificare il nostro rientro nel partito.

A quest'ordine di considerazioni si obietta che si potrebbe, anzi si dovrebbe, proprio con la nostra entrata in massa nel partito, determinare dall'interno l'azione politica del M.S.I.. É questa, a nostro avviso, una speranza illusoria, un tentativo vano, poiché presupporrebbe un'impossibile esautorizzazione della classe politica missina, oppure una rapida conversione di questa alle nostre tesi, in un lasso di tempo che il comunismo avanzante e la sovietizzazione della classe politica oggi al potere ancora ci lascia a disposizione. Inoltre, la prossimità del periodo elettorale crea all'interno del partito quel solito clima squallido e farneticante, invero poco adatto per la determinazione di un nuovo indirizzo politico.

2) - LA QUESTIONE DEL GRANDE MOVIMENTO POLITICO

Dando vita a ordine Nuovo non crediamo che si sia veramente inteso strutturare un grande movimento politico (anche se al riguardo abbiamo tutti nutrito qualche giovanile e troppo entusiastica illusione). Senza per nulla escludere possibilità future, diciamo pure che il nostro intento sia stato piuttosto quello di enucleare nel multiforme, frazionatissimo schieramento nazionale una classe dirigente rivoluzionaria, sia stato quello di selezionare un gruppo di uomini con una visione globale dei nostri problemi, sia stato quello di polarizzare delle energie che, altrimenti, sarebbero andate sicuramente disperse.

Crediamo che almeno in parte questo compito sia stato assolto.

All'inizio abbiamo curato in particolare la formazione ideologica e dottrinaria dei nostri aderenti attraverso la rivista "Ordine Nuovo" che -sia detto senza falsa modestia- é l'unica testimonianza di una completa analisi e definizione del fascismo, oggi accettata e condivisa da tutti nel nostro ambiente. Questo é stato il nostro primo interesse. Abbiamo, infatti, sempre pensato che l'unità dottrinale é la condizione indispensabile per ogni vera azione politica. Essa consente di manifestarci con reazioni analoghe di fronte ad ogni avvenimento e situazione, prescindendo dal gruppo di appartenenza e da qualsiasi tattica politica di cui si sia fautori.

Raggiunto questo obiettivo, i nostri sforzi sono stati orientati nel dare una coscienza e una mentalità rivoluzionaria a quanti ci seguivano con maggiore abnegazione ed entusiasmo. Pian piano abbiamo formato un tipo di attivista politico che unisce al coraggio, all'amore per il rischio e per l'impresa disperata anche un bagaglio di cognizioni politico-scientifiche di prim'ordine. Siamo stati forse i primi in Italia a far conoscere i temi della guerra rivoluzionaria, delle "gerarchie parallele", a studiare e far studiare Chakotin, per quanto é inerente alle tecniche della propaganda e dell'azione psicologica. I risultati di questa nostra azione si evidenziano nel fatto incontestabile che, nel nostro ambiente politico, rappresentiamo l'organizzazione più compatta, decisa, responsabile e preparata. Anche ora, che una divergenza di idee su di una questione più tattica che strategica, ha fatto prendere una strada diversa a oltre i 5/6 dei quadri dirigenti nazionali Ordine Nuovo continua ad esistere e a marciare, poiché quadri intermedi ben preparati hanno reso semplice ed adeguata la sostituzione dei camerati che si sono allontanati.

Indubbiamente, sul piano organizzativo, attivistico e della preparazione tecnica dei nostri militanti avremmo potuto fare molto di più e di meglio se solo avessimo avuto maggiori mezzi a nostra disposizione e, soprattutto, maggior tempo da dedicare all'attività di Ordine Nuovo, anziché alle nostre tribolate vicende personali. Di ciò, ovviamente, siamo noi i primi a sentirci colpevoli e responsabili, come pure vogliamo essere i primi ad impegnarci formalmente a sistemare le cose in modo da poter operare con sempre maggiore energia e disponibilità per la causa della rivoluzione nazionale.

Dobbiamo, comunque, rilevare che malgrado questa carenza di mezzi e d'impegno Ordine Nuovo conta oggi diversi gruppi perfettamente organizzati e pienamente rispondenti alle necessità del momento, che sono innanzi tutto necessità di attivismo e di decisione rivoluzionaria.

Sul piano esterno, in questi ultimi tempi, la nostra influenza presso associazioni, gruppi politici, ambienti professionali e d'altro genere é stata rimarchevole e ha dato risultati concreti, a volte di evidenza clamorosa.

Nell'ambiente studentesco siamo presenti con i F.A.S. così autorevolmente d'aver posto in crisi l'organizzazione studentesca maoista a Roma, a Messina, a Verona, a Catanzaro, a Bergamo, a Venezia, a Trieste e in varie altre città; siamo presenti così autorevolmente d'aver praticamente cancellato dalla scena politica l'organizzazione studentesca del M.S.I., la "Giovane Italia".

Attraversiamo, insomma, una fase di vigorosa, progressiva crescita.

E proprio ora, proprio quando la nostra azione e i lunghi anni di sacrifici cominciano a dare dei risultati apprezzabili, noi pensiamo di trasferirci nel M.S.I.. Assomigliamo un pò a quel giocatore sprovveduto che trovandosi una grossa somma in mano la punti tutta su una carta e poi, dopo aver perso, dica: "Ma poteva andare bene".

In sede di discussione, quando queste più che legittime perplessità sono state avanzate, ci siamo sentiti rispondere, con una dose di ingenuità veramente sorprendente, che non é affatto vero che Ordine Nuovo verrebbe sciolto entrando nel M.S.I.; l'organizzazione manterrebbe la sua compattezza e la sua libertà d'azione anche all'interno del partito, mentre all'esterno rimarrebbero comunque aperti dei Circoli di Ordine Nuovo per dare ospitalità a chi non intendesse rientrare nel MSI. É chiaro che se si accettasse una soluzione del genere, chi non rientra -ed abbiamo visto che é la gran parte dei nostri militanti- si verrebbe preclusa ogni attività specificatamente politica sotto l'egida ed il prestigio di Ordine Nuovo. E chi sono i militanti che non hanno inteso farsi inglobare nel M.S.I.? Guarda caso sono proprio quelli, fatta salva la solita eccezione, che hanno dimostrato di muoversi finalmente nella direzione giusta, cioè quelli che sono riusciti ad organizzarsi -e proprio per questo non se la sentono di "chiedere l'onore" di diventare missini, missini ordinovisti, d'accordo, ma sempre e comunque missini.

Queste valutazioni d'ordine politico e umano non andavano e non vanno sottovalutate: la rivoluzione non può permettersi di perdere, di sacrificare sull'altare di un'operazione politica quanto mai incerta e problematica, i migliori elementi di Ordine Nuovo.

Si ha pertanto l'impressione che, come abbiamo detto più sopra, la necessità di rientrare nel M.S.I. sia sentita: alla periferia solo da chi, per anni, non é riuscito a far niente; al centro da chi, malgrado certi innegabili -e in qualche caso insperati- risultati, si é convinto che il potenziale politico e organizzativo di Ordine Nuovo non sia sufficiente per sostenere le battaglie future.

Di fronte a queste contrastanti posizioni, oramai inamovibili, si é cercato da parte nostra, di prospettare una soluzione che evitasse quella frattura di Ordine Nuovo che appariva certa e che poi si é troppo puntualmente verificata.

Ma prima di riferirvi sulla nostra proposta, è bene fare una precisazione.

Non siamo mai stati, in via di principio, contrari al rientro di alcuni camerati, tra l'altro dei più preparati, nel M.S.I.. Consideravamo e consideriamo una tale evenienza come una normale "infiltrazione" e come un tentativo di "condizionamento" di una formazione politica la cui importanza non può essere sottovalutata. Un'azione di questo tipo rientra perfettamente nei canoni della guerra rivoluzionaria di cui proprio Ordine Nuovo ha sviluppato concetti e prospettive. Semmai c'é da meravigliarsi che questa operazione non sia stata compiuta prima.

Ma ciò non significa, però, eliminare, sia pure formalmente, l'organizzazione esterna, la centrale operativa che coordina e dirige una molteplicità di iniziative nell'unicità di un piano preordinato: altrimenti da "infiltratori" rischieremmo probabilmente di essere infiltrati, anzi addirittura inglobati in un ambiente politico che é fra i più difficili per gli interessi personali che all'interno di esso sono andati via via cristallizzandosi e le limitazioni connesse alla struttura ed alla dinamica dei rapporti interni di ogni partito.

Ma, a parte questo, era da prevedere che, nella lotta quotidiana che i nostri camerati dovranno sostenere per il mantenimento o la conquista di determinate posizioni nel M.S.I., il fatto che esista un movimento all'esterno che appoggi e sostenga l'azione di questi camerati, avrebbe offerto maggiori possibilità di contrattazione e, in caso di insuccesso, offriva anche la possibilità di essere richiamati nelle file dell'organizzazione senza che con ciò venisse compromesso definitivamente il proprio prestigio politico né quello di Ordine Nuovo.

Si trattava quindi di trovare una formula, una soluzione che, pur essendo in definitiva un compromesso, nel rispetto delle due posizioni, salvasse in qualche modo l'unità di Ordine Nuovo.

La proposta era questa: formare immediatamente un esecutivo di Ordine Nuovo composto, pariteticamente, da dirigenti che rientravano nel M.S.I. e da dirigenti che, invece, continuavano l'azione all'esterno. Tutta la linea politica di Ordine Nuovo nel suo complesso, cioè sia quella riguardante l'attività nel M.S.I., sia quella al di fuori del partito sarebbe stata programmata di comune accordo dai componenti del nuovo esecutivo. In pratica, si sarebbe verificato: alcuni camerati rientravano nel M.S.I. con il pieno consenso di chi, invece, era più utile che rimanesse fuori a proseguire su nuove basi strutturali e organizzative l'attività di Ordine Nuovo sul piano del proselitismo e dell'inquadramento rivoluzionario.

É chiaro che l'azione politica del nostro gruppo nel M.S.I. non sarebbe stata equivocata e contestata proprio perché detta azione veniva elaborata dall'esecutivo di Ordine Nuovo.

Questa proposta che nella riunione del 2 novembre scorso[1], presenti i dirigenti di Roma, Messina, Catanzaro, Mantova, Bergamo era stata accettata e doveva essere comunicata a tutti i responsabili dei Centri di Ordine Nuovo in modo chiaro, cioè dando notizia della formazione del nuovo esecutivo e fornendo, altresì, le disposizioni appropriate affinché l'"operazione M.S.I." si effettuasse senza scosse e inconvenienti di sorta e, soprattutto, in forma più unitaria.

Per la verità, i camerati di Messina, insieme a quelli di Napoli, hanno creduto, adottando motivi che, ripetiamo, per noi non hanno alcuna validità rivoluzionaria, dar vita ad un Ordine Nuovo Autonomo, espellendo i dirigenti nazionali. Questi, dal loro canto, non hanno ritenuto di comunicare in modo esplicito ai dirigenti periferici le decisioni prese durante la riunione del 2 novembre, forse per timore che, pubblicizzando l'accordo, venisse a diminuire il potere contrattuale nel M.S.I..

Altre iniziative sono sorte un pò dappertutto.

Così si é arrivati alle soglie della scissione, o meglio, alla frantumazione di Ordine Nuovo in vari tronconi senza alcuna importanza politica.

Ecco perché abbiamo deciso di intervenire.

É nostra convinzione che con la buona volontà e il senso di responsabilità di tutti la situazione possa ancora essere salvata. Vi indirizziamo perciò questa lettera confidando di ricevere una risposta chiara, meditata e definitiva. Tutto é ancora possibile, compresa forse l'attuazione dell'esecutivo paritetico di cui abbiamo già detto. Nell'attesa noi che più legittimamente di altri crediamo di rappresentare oggi la continuità di Ordine Nuovo, andiamo avanti.

E qui dobbiamo precisare la direzione di marcia, anche per soddisfare una richiesta in tal senso dei dirigenti nazionali entrati nel M.S.I. i quali ci hanno sempre contestato di non saper indicare un programma coerente e pratico di azione politica.

Noi siamo un movimento rivoluzionario, la nostra azione politica sarà quindi rivoluzionaria, in tempi correnti, la congiuntura sociale e politica, sono maturi per un'azione rivoluzionaria.

A questo punto dobbiamo ai nostri camerati con i quali non ci troviamo d'accordo, ancora un'altra spiegazione. Essere rivoluzionari, ci sia concesso almeno questo, non significa come voi dite, essere dei romantici nichilisti in vena di martirio. Non ci meritiamo, cari camerati, questa definizione, non ce la meritiamo per quello che abbiamo scritto e fatto in argomento.

Per azione rivoluzionaria noi intendiamo quel complesso di azioni, che fuori dell'attività di partito e più specificatamente politica, in una varietà sempre più estesa di strutture e di formule, miri scientificamente alla conquista del potere.

Che, forse, il P.C.I. e la stessa cineseria nostrana fanno del terrorismo a basi di tritolo, attentano forse alla vita degli avversari politici, fanno la guerriglia armata? Niente affatto! Non gli serve. Queste forme di lotta, semmai, sono previste quando l'azione rivoluzionaria o sovversiva é definitivamente fallita. Ma l'azione rivoluzionaria del P.C.I. non é affatto fallita, anzi ha portato questo partito al potere e presto lo inserirà al governo.

Le forme di terrorismo anarchico e le tenebrose organizzazioni clandestine sono spesso la dimostrazione di una incapacità a portare avanti l'azione rivoluzionaria vera e propria.

Noi abbiamo la presunzione di poter svolgere una seria, organica azione rivoluzionaria, quindi che siano tutti tranquilli... non getteremo le bombe né organizzeremo campi-scuola solo per far sfoggio di tute mimetiche e per sfogare così i nostri istinti guerriglieri.

Il nostro programma, il programma di Ordine Nuovo, per i prossimi 4 mesi é quindi il seguente:

- Dare immediatamente una nuova struttura organizzativa a Ordine Nuovo, secondo criteri che rendano l'organizzazione più agile e aderente alle necessità del momento.

- Eliminare i gruppi che esistono solo perché una bandiera é stata spillata sulla nostra carta geografica. Crearne invece dei nuovi; sacrificandosi, viaggiando, prendendo contatto con chi vale, con chi per sua natura é già un uomo di Ordine Nuovo.

- Risolvere con criteri realistici e senza dannosi complessi il problema finanziario.

- Sviluppare, attraverso i F.A.S., la nostra penetrazione tra i giovani, poiché la rivoluzione la fanno i giovani...salvo, ovviamente, le poche eccezioni tra noi rappresentate.

- Creare, poiché attualmente non esiste, una organizzazione parallela che, come i F.A.S. nelle scuole medie, realizzi la nostra penetrazione nelle Università.

- Creare, poiché attualmente non esiste, una organizzazione parallela che attui la penetrazione nelle fabbriche, attivizzando i giovani operai secondo schemi nuovi, originali, che niente abbiano a che vedere con i sindacati oggi esistenti. Unire in un gruppo di combattimento, sul fronte della produzione, imprenditore, dirigente, operaio.

- Trasformare l'Agenzia in un foglio d'ordini, di istruzioni dettagliate sulla propaganda e sulla organizzazione, oltre che informare e commentare in brevi articoli i fatti politici più salienti della settimana.

- Creare un centro di contro-informazione, per combattere entro certi limiti la propaganda sovversiva e sollevare la cortina di silenzio che cade da qualche tempo su tutta la nostra attività.

- Far uscire ogni mese un opuscolo su argomenti dottrinali, politici e tecnici di maggiore importanza e urgenza.

- Trasformare la rivista in periodico trimestrale con struttura monografica, cioè che tratti, da diverse angolazioni, argomenti di vario interesse.

- Incrementare, sviluppare, coordinare i "Comitati di appoggio" già esistenti, crearne di nuovi, inserire le figure più rappresentative nei quadri diretti dell'organizzazione. I Comitati di Appoggio, se ben strutturati e diretti, consentono a Ordine Nuovo di uscire dal ghetto politico dove é stato confinato. E, inoltre, secondo alcuni principi di azione politica di un gruppo francese: istituire scuole permanenti di "partito" per la preparazione dottrinaria, politica, tecnica dei giovani aderenti e militanti.

- Prepararsi adeguatamente a fronteggiare le conseguenze della repressione già inequivocabilmente annunciata: prevedere i tempi, possibili, della persecuzione. Niente che "massifichi". Evitare ciò che é troppo vulnerabile. Utilizzare il più possibile le linee sociali naturali.

- Importante é sopravvivere. E, oltre la sopravvivenza durante la persecuzione, prevedere l'"inutilizzazione" dei capi, il cedimento di quelli su cui si contava. Avere un inquadramento sufficiente. Essere capaci di continuare il lavoro anche se quel giornale, quel movimento, quegli uomini non possono più agire.

- Essere mutevoli secondo i mezzi di azione.

- Vedere sempre l'aspetto umano dei problemi.

- Rispettare la diversità degli uomini, quella degli strumenti e quella degli avvenimenti.

- Perfezionamento continuo delle nostre tecniche.

- Fare la guerra al "dilettantismo", alla fantasia.

- Ascesi personale della volontà.

- Non disperare davanti ad uno scacco, né rilasciarsi dopo un successo. Pensare all'indomani. Applicarsi sempre senza posa per adattare i mezzi secondo le possibilità del luogo e del momento.

- Senso di una rigorosa prudenza.

- Concedere la minor parte possibile alle passioni.

- Azione in profondità.

Questa, camerati, é la nostra azione rivoluzionaria!

A questo tipo di lotta noi oggi vi chiamiamo, dovunque voi siate politicamente e organizzativamente situati.

E non veniteci a dire che tutto ciò si può fare, deve essere fatto, nel M.S.I.. Può anche darsi che abbiate ragione, ma noi preferiamo agire in Ordine Nuovo e per Ordine Nuovo.

Rimaniamo comunque disponibili per ogni sorta di collaborazione "rivoluzionariamente" valida.

Cameratescamente.

Roberto Besutti

Clemente Graziani

Elio Massagrande

Leone Mazzeo

2 novembre 1969


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