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"Non è mai morto
ciò che è eterno"

POLITICA
45 ANNI SON TRASCORSI
5 marzo 2008

 CONSIDERAZIONI DA ORDINE NUOVO
45 ANNI SON TRASCORSI NULLA E' CAMBIATO

01/O6/1963

Il nostro gruppo si enucleò all'interno del M.S.I. negli anni che vanno dal 1950 al 1954, man mano che la cosiddetta "corrente giovanile" era assorbita negli incarichi direttivi o si frantumava in rivoli diversi, perdendo comunque quella che era stata la sua possente unità operativa, la quale aveva fatto credere possibile un rinnovamento integrale dei "vertici missini". Lo chiamammo "Ordine Nuovo" per sottolineare la visione globale e strategica che indicavamo al M.S.I. che stava scadendo irrimediabilmente sul piano del riformismo. Dopo il Congresso di Milano del '54, uscimmo dal Movimento Sociale Italiano iniziando -attraverso la rivista "Ordine Nuovo"- un'opera di approfondimento culturale e dottrinario, che ritenevamo indispensabile premessa per ulteriori iniziative. Poi, verso il 1960, cominciammo ad articolare una nostra embrionale struttura organizzativa, basata sulla selezione degli aderenti e sulla loro preparazione ideologica. Successivamente, a seguito di un raduno tenuto a Roma nell'estate del 1965, entrammo in una fase contrassegnata da un più organico sviluppo organizzativo e da un crescente impegno politico, propagandistico e proselitistico. Pur restando immutati i caratteri basilari della nostra organizzazione, "Ordine Nuovo" sta così gettando le premesse di un’iniziativa politica a vasto respiro che sappia fronteggiare le conseguenze sempre più gravi dello scadimento organizzativo, politico e psicologico, diremmo della vera e propria "degradazione" alla quale sono stati e sono soggetti tutti i partiti, i movimenti e i gruppi cosiddetti di destra. E ciò proponendo dal "Paese reale", un’alternativa rivoluzionaria al fatiscente sistema dei partiti. É opportuno, quindi, cominciare dall'inizio, e cioè dai motivi che condussero "Ordine Nuovo" ad uscire dal M.S.I..

Ecco il testo della lettera di dimissioni inviata al Presidente del M.S.I., on. De Marsanich, dopo l'esito del Congresso di Milano, al quale il gruppo di "O.N." aveva partecipato con settanta delegati. Essa diceva:

"Dopo la conferma di Michelini alla Segreteria del M.S.I., con la presente, rassegniamo le nostre dimissioni dal Movimento Sociale Italiano.

Al M.S.I. abbiamo dato dieci anni di attività, dopo essere tornati dalla Repubblica Sociale Italiana, dai campi di concentramento "alleati", dalle prigioni dell'antifascismo.

Siamo stati tra i primi "attivisti" romani del M.S.I., ce ne andiamo con gli ultimi.

Oggi, non possiamo più avallare con la nostra presenza un orientamento che è estraneo agli scopi originari del Movimento ed una politica che tradisce la vocazione più alta del Partito.

Noi vedemmo nel M.S.I. la continuità ideale della battaglia iniziata, appena adolescenti, sotto le insegne della "Repubblica dell'Onore", quando non arrivammo in tempo a gustare trionfi ed entusiasmi, né avanzate, né vittorie né successi di folla, ma giungemmo solo all'ultimo atto accollandoci tutto il passivo della sconfitta militare, con un gesto di fede che pagava anche le colpe e le deficienze della generazione che ci aveva preceduto nella stessa esperienza fascista, e doveva cancellare la vergogna del 25 luglio, il tradimento del "Gran Consiglio", la defezione dei più noti gerarchi.

Ci parve logico chiedere che il M.S.I. fosse davvero un "ordine di credenti e di combattenti", e sua diventasse una battaglia rivoluzionaria contro il sistema demoparlamentare, contro il regime antifascista, in nome della nostra concezione della vita e del mondo.

Ma il M.S.I., ormai, è su altre strade.

In quel sistema ed in questo regime, il Movimento non si è inserito per lottare contro l'avversario con tutti i mezzi, anche con i mezzi "legali", ma per scovare per sé e per i suoi dirigenti un posto qualunque per viverci alla meglio, sfruttando quel cinque o sei per cento dei voti, che si spera di conservare in ogni evenienza.

E da due o tre anni, ormai, noi che ci sentiamo votati ad una battaglia dai più grandi orizzonti ed obiettivi, dobbiamo assistere alle mediocrissime giostre parlamentari dei nostri "rappresentanti" i quali non vanno cercando nient'altro che un posto di riserva a fianco di quella D.C., le cui Giunte per intanto sostengono in tutti i Comuni dove ciò sia stato possibile, quando addirittura non pensano di tornare a presentarsi all'opinione pubblica con gli uomini del 25 luglio e coloro che fuggirono nelle settimane seguenti.

É un problema di principio che ci si è posto, aggravato da una "questione morale" e da alcune amare constatazioni sulla situazione interna del M.S.I..

Che ci stiamo a fare nel M.S.I.? Noi, intendiamo, i giovani volontari della R.S.I., noi che credemmo di proseguire nel Partito la stessa battaglia per la quale partimmo volontari dopo l'8 Settembre, convinti che si potesse anche perdere la guerra ma decisi ad affermare a tutti i costi la priorità di certi valori etici e spirituali?

Oggi, proprio questi valori, questa fedeltà alla Causa, questa coerenza severa, questa capacità di andare controcorrente, sono insidiati dalla politica del M.S.I. in nome di un tatticismo che ha superato i limiti di ogni tollerabilità per diventare fine a se stesso, fonte di involuzione e di corruzione interna, pretesto di rinunzie crescenti ai nostri postulati.

Non tolleriamo la liquidazione del nostro patrimonio di idee e di sacrifici, all'ombra di una politica nutrita solo di intrighi parlamentari, di ambizioni elettorali e di frenesie reclamistiche; né possiamo ammettere che si insista sulle stesse "formule" che già ci hanno procurato i crolli della Sicilia, di Napoli, del Meridione in genere e anche di Roma, dove aver perso trentamila voti -tra città e provincia- nei poco più che trenta mesi che vanno dalle "politiche" del '53 alla "amministrative" del maggio scorso dovrebbe aver aperto gli occhi a chiunque non fosse un incapace o non avesse giurato di condurci al disastro, magari per meglio permettere il nostro definitivo assorbimento nel regime antifascista.

Se tutto ciò volete continuare a fare, lo farete, contro di noi.

Uscimmo dal Movimento come vi siamo sempre stati: a testa alta, con le mani pulite, con la coscienza a posto".

Sulla rivista "Ordine Nuovo", nel giugno del '63, così concludevamo una serie di articoli sulla crisi del M.S.I., commentando al tempo stesso i risultati delle elezioni politiche di quell'anno:

"Le considerazioni sulla situazione del Partito non hanno perso valore dopo le votazioni del 28 aprile. Anzi, ne sono state confermate e confortate.

Se non fosse di cattivo gusto autocitarsi, potremmo ricordare, che qualche settimana fa cominciavamo quella serie di articoli sul M.S.I. proprio mettendo l'accento sulle "ricorrenti speranze" di successi elettorali che le votazioni -da qualche anno a questa parte- si incaricavano regolarmente di smentire. E costatavamo, quindi, che il M.S.I. batteva il passo e ristagnava in una specie di limbo, mentre i suoi dirigenti tentavano, di volta in volta, di gabellare come vittoria un irrisorio aumento di percentuale o come irrilevante flessione qualche diminuzione più o meno forte di suffragi.

In realtà, il nostro era un invito ai camerati della base del M.S.I. a prendere coraggiosamente atto di una situazione che nessun artificio dialettico poteva o può più a lungo nascondere: il Movimento Sociale, rischia di "imbalsamarsi", di diventare la patetica ma inconcludente testimonianza di un passato al quale si sa guardare solo in termini di sterile nostalgismo.

Qual è la sua funzione politica, oggi, di fronte ai problemi attuali della società italiana, dell'Europa e del mondo?

Quanto tempo si pensa di "durare" coltivando a scopi personali ed elettoralistici l'orticello della nostalgia qualunquistica verso il Ventennio?

Ogni anno che passa, una nuova generazione si affaccia alla vita del Paese, alle esperienze politiche, agli interessi culturali.

Che cosa ci proponiamo, che cosa vogliamo proporre?

In cifre, le elezioni hanno dato ragione a noi, ai nostri dubbi, alle nostre critiche, a chi, ormai da anni, non condivide in nessun aspetto la linea politica ufficiale del M.S.I..

Ci si potrebbe obiettare che, essendo usciti dal Movimento, non abbiamo il diritto di sindacare e giudicare. Ma è sin troppo facile rispondere che, abbandonato il M.S.I. dopo il Congresso di Milano, non ci siamo dati, a quello che noi per primi avremmo definito in cuor nostro uno scissionismo di bassa lega. Non c'è un solo dirigente del M.S.I., non c'è un solo iscritto al Movimento, a Roma e fuori, che sia stato da noi "corteggiato" perché uscisse dal Partito.

Stile di un dissidio

Ce ne siamo andati, per una documentata e documentabile "rottura" di carattere politico, accusando sin da allora la Segreteria Michelini di aver cristallizzato nel M.S.I. un'atmosfera inaccettabile, nella quale, al pressappochismo ideologico facevano da riscontro egoistiche ambizioni personali e di gruppo e la mancanza di qualsiasi volontà rivoluzionaria.

Venne, con noi di "Ordine Nuovo", chi condivise questa polemica valutazione e voleva portare il suo contributo ad un'azione di gruppo, ad un lavoro minoritario che si prospettava sin dall'inizio oscuro e difficile, senza soddisfazioni formali e successi brillanti da sbandierare ai quattro venti.

É l'atteggiamento tenuto, questo "stile" di azione che oggi ci dà il diritto sostanziale di continuare ad esporre le nostre tesi, in riferimento alla situazione interna del M.S.I. ed alle sue prospettive politiche.

Le elezioni sono state un’ennesima delusione per il Movimento Sociale, dicevamo.

E hanno dato ragione alle nostre critiche.

01/09/1964-La politica fallita

In sostanza, concludendo -almeno per ora e in questa sede- quelle considerazioni sul M.S.I., affermiamo in sintesi:

1) la politica del cosiddetto "inserimento parlamentare" è fallita, perché mai come oggi il M.S.I. è fuori gioco, è escluso da qualsiasi combinazione governativa o paragovernativa e mai più la D.C. acconsentirà ad un esperimento di tipo "tambroniano" che, d'altronde, il M.S.I. non ha saputo sfruttare a fondo al tempo del mancato Congresso di Genova, sfuggendo alla prova di forza nelle piazze che pure le sinistre ci avevano incautamente offerto;

2) è fallita anche la politica di "qualificazione a destra", strada nella quale il P.L.I. ci ha superato -e giustamente- in volata, e nonostante la favorevole congiuntura del crollo dell'elettorato monarchico. Definirsi di destra è un errore, identico a quello che si commetterebbe definendosi di sinistra. Un conto è l'essere a destra, nella funzione ovvia di polemica e di antagonismo con i marxisti, sedere di fronte a loro nelle assemblee, ed un altro è il confinarsi nelle posizioni di conservatorismo qualunquistico, che ci toglie automaticamente ogni possibilità di dialogo con le forze produttive e lavoratrici e la psicosi "protestataria" che si leva in ogni luogo contro una situazione insostenibile;

3) anche la politica del "passaporto democratico", tanto cara alla Segreteria Michelini, deve considerarsi fallita. Il M.S.I., al Congresso di Genova, si preparava addirittura a teorizzare una sorta di revisionismo ideologico nei confronti del nostro passato politico che, in sostanza, era un'abiura dottrinaria ed ideale. E non c'è stata occasione -anche a "Tribuna politica" e nelle più affollate conferenze stampa, nella quale i maggiori dirigenti missini -Michelini, Tripodi, Roberti- non si siano fatti in quattro per ribadire questa resa senza condizioni alla propaganda antifascista degli ultimi vent'anni.

Noi che non ci convertimmo il 25 luglio del '43 -e parliamo di conversione in senso ideologico, con riferimento ai principî- dovremmo farlo nel 1963!

E tutto questo per che cosa, poi?

Fermenta ovunque, nel Paese reale, un senso profondo di insoddisfazione contro il regime corrotto instaurato dalla partitocrazia; si leva sempre più deciso e completo, un senso di disgusto per l’immoralità che dilaga, per gli scandali che si avviano a diventare cronaca quotidiana, per l'impotenza crescente di uno Stato che naufraga ogni giorno di più nelle sabbie mobili della tirannia anonima dei partiti.

Dirsi rinnovatori, se proprio si ha paura del termine di rivoluzionari, significa, in queste condizioni, porsi alla testa della più profonda aspirazione di milioni di italiani e strappare al comunismo ed alle sinistre il colossale ariete con il quale essi stanno frantumando le ultime resistenze alla bolscevizzazione del Paese.

4) Occorre riprendere, in termini attuali e documentati, la nostra "battaglia sociale". Per noi non è questione di destra o di sinistra, termini che appena hanno un vago significato nel mondo democratico, ma che non avrebbero mai dovuto avere diritto di cittadinanza nelle nostre file. Per noi si tratta di precisare i lineamenti di un programma sociale adeguato alle esigenze contemporanee, che non sono più quelle che resero valido il programma corporativo o l'esperienza "socializzatrice" della R.S.I.; si tratta di stabilire come intendiamo risolvere le questioni economiche e della giustizia sociale in una struttura qual'è quella della società occidentale del dopoguerra, caratterizzata dall'impetuoso sviluppo del neocapitalismo, dai "miracoli economici" dell'Italia, della Francia e della Germania, dai risultati e dalle conseguenze del Mercato Comune Europeo, dell'entrata in gioco dell'automazione e dell'energia nucleare e dalla perdita delle preesistenti "aree coloniali",

5) occorre impostare in termini diversi la "battaglia anticomunista". Che non è e non può essere ristretta al solo ambito parlamentare, ma va condotta nel Paese, in tutti gli ambienti ed a tutti i livelli, contrastando il passo alla lenta creazione marxista di uno Stato nello Stato, basata sull'applicazione delle nuove tecniche della "guerra sovversiva". Occorre articolare azioni differenziate nel mondo dell'arte e della cultura, della burocrazia e nelle Forze Armate, presso imprenditori e lavoratori, immigrati all'Estero o nei grandi centri urbani, nelle scuole e nelle fabbriche. Ci vogliono strutture organizzative di tipo nuovo e tecniche propagandistiche diverse da quelle sin qui usate. Ci vuole un'azione costante, una pressione che non si manifesti solo in periodo elettorale, una "presenza" attiva che non sia legata ad episodi contingenti; e ci vuole una pubblicistica differenziata per presentare ad ognuno dei settori da aggredire la formula più convincente e penetrante.

* * *

La nostra, come si vede, era una critica di fondo alle impostazioni e a tutta la linea del M.S.I. che si riallacciava, anche, ad una diversa interpretazione della storia recente dell'Italia. In un opuscolo destinato soprattutto alla diffusione negli ambienti studenteschi attraverso i nostri primi "nuclei" e intitolato "Trent'anni italiani", Pino Rauti così individuava le componenti essenziali dell'originaria esperienza fascista:

"Adesso sembra impossibile crederci; sembra di aver vissuto un sogno esagitato, bellissimo e pericoloso, qualcosa di estremamente lontano dagli "orizzonti" ristretti, mediocri, egoistici nei quali un pò tutti siamo forzati a vivere; eppure vi sono stati in Italia tempi tempestosi, gonfi di polemiche, densi di fervore creativo, ricchi di una vitalità che prorompeva come un canto di giovinezza in ogni manifestazione nazionale, dall'arte alla politica, dalla cultura al sindacalismo.

Sembrava che l'Italia avesse la "febbre", che il suo ritmo di vita divenisse frenetico, quasi nel tentativo di scuotersi di dosso l'uggia di un'esistenza inguaribilmente provinciale, ancorata al tran-tran piccolo borghese ereditato dal periodo umbertino: quella che era stata definita la "Cenerentola d'Europa" per la sua esistenza vegetativa e fuori tiro dalle grandi correnti della vita moderna europea, sembrava volersi mettere rapidamente al passo, conoscere ciò che gli altri avevano tentato in tutti i campi della creazione umana ed operare una "sintesi" dei risultati raggiunti, ma una sintesi nostra, dai caratteri peculiari ed inconfondibili, come in un appello disperato alle forze più profonde della stirpe.

Il primo ad "aprire le ostilità" fu, in un certo senso, Marinetti, quasi a dimostrare ancora una volta che i poeti sono un pò i profeti della Storia, i veggenti degli avvenimenti futuri, sono coloro che intuiscono prima e meglio degli altri, con sensibilità da artisti, le linee direttrici su cui si svolgeranno gli eventi e si muoveranno le torpide folle.

Sin dal 1909, con un "Manifesto del Futurismo" pubblicato sul giornale parigino Le Figaro, ed anzi dal 1905, sin dal primo numero della rivista milanese Poesia, Marinetti aveva "dichiarato guerra a tutto il vecchiume d'Italia".

Dinanzi alla sbigottita platea del Politeama Rossetti, a Trieste, nel marzo del 1909, Marinetti aveva lanciato una frase destinata a diventare famosa nei Cinque Continenti; aveva detto "...noi cantiamo la guerra sola igiene del mondo!" e, nel programma politico dei futuristi, che furono subito dopo fra i pochi, convinti assertori dell'impresa di Libia, altre parole eretiche, quali patriottismo e militarismo, tornavano ad avere diritto di cittadinanza.

Perché allora, in Italia, certi termini erano tabù. Non proibiti da alcuna norma di legge, naturalmente; ma messi fuori uso da un malvezzo pluridecennale nel quale confluivano le mediocri cariatidi che "facevano" politica nell'aula sorda e grigia di Montecitorio -tra uno scandalo e una crisi di governo, un appalto e un "assalto alla diligenza"- e le forze limacciose del sovversismo di sinistra.

Qui, davvero, era invalso l'uso della negazione ad oltranza, ottusa ed aprioristica: quelle che si autodefinivano "giovani forze", in realtà masticavano, ad uso e consumo del proletariato dell'epoca, le più rancide formule del XIX° secolo: positivismo, materialismo, economicismo e sputavano, con la tranquilla metodicità dei ruminanti -che non sanno d'altro fuor di paglia e digestioni- su qualunque valore non rientrasse in quegli schemi.

Tutto ciò che nella Storia era stato creato dal pensiero, dalle ambizioni, dalla cultura, dall'anima, dalle mistiche dedizioni o dagli slanci eroici dell'uomo, per le Vestali nostrane del torbido fuoco marxista, era soltanto una sovrastruttura: una perniciosa invenzione, studiata da pochi sfruttatori ed avallata da poeti, pensatori e sacerdoti per ribadire le catene ai piedi di chi lavorava con i calli alle mani; e guai a chi osasse ancora parlare di idealismo e di fede, di spirito e libertà creatrice: la massa era la massa, ed i dirigenti del socialismo erano i suoi profeti: la verità, la giustizia e l'avvenire si tingevano di rosso.

I futuristi, che avevano tratto dalle furibonde risse nei palchi e nei ridotti di tutti i teatri, un certo gusto a menare non metaforicamente le mani e ad "andare controcorrente", non furono però i soli ad opporsi al demagogismo dilagante.

Accanto ad essi, erano sulle piazze e nell'arengo culturale, anche i nazionalisti guidati dalla prestigiosa figura di Enrico Corradini, scrittore finissimo e tempra di politico dall'orientamento aristocratico.

Ponendosi in netta antitesi con tutta la situazione esistente allora in Italia, Corradini -che fondò Il Regno due anni prima che Marinetti uscisse con la sua Poesia, e cioè nel 1903- nei suoi libri e nei suoi drammi, prima, e nell'organizzazione politica cui detta vita poi, si lasciò guidare dal quasi mistico presentimento della restaurazione dell'Impero di Roma.

Corradini che fu il primo, grande scrittore italiano a seguire da presso le tragiche vicende della nostra emigrazione nelle Americhe, era accesamente antidemocratico, poiché il "marasma democratico aveva isterilito la vita politica italiana nella lotta dei partiti e nel quotidiano esercizio del ricatto parlamentare"; lotta a fondo, quindi al sistema demoliberale, per affermare "la supremazia degli interessi della Nazione e del suo destino imperiale su tutte le contingenze degli uomini e dei partiti".

Dal 1910 -anno in cui si tenne al palazzo Vecchio di Firenze il primo Congresso Nazionalista- al 1915, l'anno della battaglia per l'interventismo, il movimento corradiniano lottò con coraggio passione e tenacia, contro la democrazia, lo scadimento dei valori spirituali, il parlamentarismo, la demagogia socialistoide, appellandosi alla "volontà di potenza" della parte migliore della società italiana.

Fervide intelligenze, pensatori di prim'ordine, scrittori di rara potenza espressiva ed uomini d'azione, coordinarono e guidarono questa travolgente battaglia: da Forges-Davanzati a Coppola, da Maurizio Maraviglia a Luigi Villari, da Castellini a Scipio Sighele a Vincenzo Picardi, da Maffio Maffii a Fauro e Fulcieri Paulucci de' Calboli; e molti di essi caddero poi sul fronte della guerra invocata per tanti anni o tornarono dalle trincee con sul petto l’azzurra testimonianza del dovere compiuto in superba coerenza tra pensiero ed azione.

E come dimenticare D'Annunzio splendidamente isolato nel fulgore del suo genio inimitabile, e pur legato per tanti versi al fermento rivoluzionario di quegli anni?

Tutta la poesia dannunziana, tutto il "pensiero" contenuto nei suoi versi e nelle sue tragedie, nei suoi scritti e nei suoi discorsi, furono indubbiamente come dei fermenti di rinnovamento gettati nella morta gora della vita italiana di quel turbinoso periodo.

Non era solo una traduzione poetica delle tesi nietzschiane del superuomo, come voleva e vuole una critica letteraria scritta da pigmei per pigmei, un'esaltazione in chiave lussureggiante di un anticonformismo fine a se stesso e pago solo di una sua "compiutezza estetica" che faceva di ogni azione un'opera d'arte: la concezione dannunziana della vita e del mondo era la trasposizione poetica d'uno "stile" che rifiutava la mediocrità e la viltà, l'egoismo e la paura, tutta la miserabile ragnatela in cui si avvoltola l'esistenza dei più, conteneva un appello all'eroismo, alla bellezza, alla dedizione per gli ideali, in nome di ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

E ci si permetta anche di affermare che in molte opere dannunziane -come ne Le Vergini delle Rocce, oltre che negli scritti più propriamente politici- si dispiega l'architettura armoniosa e solenne di un "nuovo ordine" gerarchico e organico della società, i cui spunti non sono validi soltanto per l'Italia, e che a suo tempo, nella Carta del Carnaro, trovarono una seducente sistemazione costruttiva.

A questa minoranza battagliera ed irrequieta che si batteva con eguale ardore sulle riviste di alta cultura e nelle piazze, dalle colonne dei giornali ai palcoscenici dei teatri, venne da Corridoni l'apporto inestimabile di una "eresia" maturata nei ranghi del più combattivo settore di sinistra.

La "crisi" di Corridoni e dei suoi sindacalisti rivoluzionari, esplose nel periodo più acceso della polemica per l'interventismo e prese le mosse da ben altri ragionamenti o impulsi o tendenze che non fossero quelli di un Marinetti, di un Corradini o di un D'Annunzio: la rottura tra il sindacalismo rivoluzionario e il socialismo marxista, partiva dalla obiettiva constatazione del fallimento marxista di fronte al fatto guerra.

Da quarant'anni, ormai, cullandosi nella quiete assicurata all'Europa ed al mondo da una fitta rete di accordi e trattati internazionali, le sinistre marxiste erano andate assordando le opinioni pubbliche di tutti i Paesi con una propaganda tanto stupida quanto presuntuosa: non solo il militarismo aveva compiuto il suo ciclo, ed al massimo poteva aspirare a celebrare i suoi fasti nella inutilmente rigida disciplina delle caserme, ma neppure di imperialismo o di patriottismo era più il caso di parlare. La parola era passata alle masse, ed i nuovi demiurghi della situazione, i corifei di queste mitiche folle proletarie, ossia i dirigenti del socialismo internazionale ed internazionalista, stavano spavaldi ai loro posti di comando, nei partiti e nei sindacati, per assicurare che su quelle anticaglie, su quei residui medioevali, nessun'altra speculazione avrebbe potuto essere compiuta.

Se mai qualcosa fosse stato tentato, non diciamo nelle democratiche terre di Francia, di Inghilterra e d'Italia, ma anche negli Stati gerarchici dell'Austria e della Germania, il movimento organizzato e coordinato dei lavoratori avrebbe ricondotto alla ragione i superstiti assertori di ideali superati e di ambizioni anacronistiche.

Poiché i partiti socialisti avevano ovunque milioni di voti, sempre più deputati e sempre più giornali a disposizione; poiché in ogni Paese controllavano sindacati sempre più potenti, chi poteva dubitare della esattezza di un simile ragionamento?

Non erano forse con i socialisti ed aderenti ai sindacati di sinistra, gli operai dei grandi complessi industriali, i ferrovieri, i portuali, i contadini?

Invece le cose erano andate in modo diametralmente diverso da quel che si era teorizzato per quarant'anni, all'ombra di tutte le illusioni del razionalismo pacifista ed edonista fin de siècle.

I socialisti inglesi e francesi avevano obbedito disciplinatamente al tanto irriso "richiamo della Patria"; ed i socialisti tedeschi, dopo aver votato in Parlametno i crediti alla guerra, si erano arruolati volontari a decine di migliaia.

L'Internazionale socialista si sfaldava di fronte alla guerra, al risorgere impetuoso del patriottismo, al riemergere di tanti valori ideali, spirituali ed eroici.

Solo in italia il socialismo era neutralista: si trasformava in fenomeno stranamente ed ottusamente conservatore, rifiutandosi persino di discutere i motivi della clamorosa débâcle delle forze internazionali del marxismo.

Filippo Corridoni, battagliero organizzatore di un sindacalismo dalle pronunciate tendenze rivoluzionarie, pose invece queste domande alla sua coscienza di militante.

Pallido, smunto, ascetico, aveva un singolare ascendente tra operai e contadini, sì da meritare sin da allora quella definizione di "Arcangelo sindacalista", che sarà poi il titolo di un magnifico libro scritto su di lui da Jvon de Begnac. Egli si era allontanato dal socialismo, accusandolo di "corruzione parlamentaristica" e di "riformismo piccolo-borghese", per dedicarsi con inesausta passionalità all'organizzazione del sindacalismo rivoluzionario: vi era dell'idealismo nelle sue tesi estremiste, c'era del volontarismo eroico in quel ricorso alla violenza che egli invocava tanto spesso, come l'unico metodo serio per formare e forgiare una minoranza capace e degna della conquista del potere.

E quando nella "sua" Unione Sindacale" scoppiarono furibonde le polemiche sulla posizione che doveva assumere l'Italia nel conflitto, Filippo Corridoni, ancora una volta rinchiuso nel carcere milanese di S. Vittore, prende decisamente posizione per l'interventismo, ed appena libero: "La neutralità è dei castrati. -grida ai suoi operai- Noi che non siamo e non vogliamo essere tali, ci sentiamo pronti alla battaglia".

La campagna corridoniana per la guerra, che ha tutti gli aspetti di una "predicazione" tanto è pervasa da una mistica aspirazione al sacrificio, si svolge in un ambiente difficilissimo: le tesi dell'interventismo calano dall'empireo aristocratico, nel quale le dibattevano i pensatori ed i giornalisti nazionalisti, i seguaci di D'Annunzio e di Marinetti, per tentare di rovesciare la psicologia pacifista delle stesse masse proletarie, e qui Corridoni non dimentica le sue aspirazioni rivoluzionarie perché dipinge la guerra come un indispensabile "bagno di sangue", come un lavacro sacrificale dal quale emergerà la classe dirigente di domani: la guerra è il preludio della Rivoluzione.

In questo vivo, passionale fermento di idee e battagliare di tesi, mentre rumoreggiavano nelle vecchie, fatiscenti strutture della società italiana tante forze nuove e dai più diversi ambienti saliva l'ansito per una rivoluzionaria trasformazione dello Stato, un uomo si pose al centro della grande ora che stava battendo sul quadrante della storia italiana: Benito Mussolini.

Anche lui era un eretico: anzi, eretico del socialismo ufficiale era sempre stato sin da quando si era messo a capeggiare la fazione rivoluzionaria del partito, ed aveva profuso a piene mani il suo torrenziale sarcasmo estremista sui "santoni" del movimento accusati più volte di imborghesimento ed eccessive fiducie nel gradualismo parlamentarista.

Mussolini era stato davvero uno strano tipo di "socialista": mentre gli altri dirigenti del partito si limitavano a farsi una cultura su Marx e Babeuf arrivando, al massimo, agli utopisti tipo Saint-Simon, Owen, Fourier, e si quietavano con le formulette classiste buone a mieter consensi nei comizi sezionali, negli anni di una dura ed errabonda giovinezza che lo aveva portato sinanco a fare il muratore in Svizzera, Mussolini aveva spaziato sull'opera di tutti gli scrittori e pensatori europei.

Ancora giovanissimo, ad esempio, aveva scritto su Nietzsche un saggio (La filosofia della forza) che era tutto un inno alla romanità ed una severa critica alla "morale degli schiavi" che aveva trionfato con il cristianesimo. Era un "socialista" che trovava il tempo di attaccare i dirigenti del suo partito, di studiare il violino e qualche lingua straniera e di scrivere opuscoli su "La poesia di Federico Klopstock", sulle "figure di donne nel Guglielmo Tell" di Schiller e sull'opera di Augusto von Platen.

Sorel aveva detto di lui: "Mussolini non è un socialista ordinario, credetemi. Voi lo vedrete, forse, un giorno, alla testa di un battaglione sacro, salutare con la spada la bandiera italiana".

"Non è socialista e non è neanche marxista -andava dicendo sempre la Kuliscioff nel suo salotto politico-letterario a Milano, dove pontificava a tutta l'intellighentsia progressista dell'epoca- proprio proprio l'è un poetino che ha letto Nietzsche...".

Un poetino che aveva osato affermare: "Alla quantità preferiamo la qualità...Al gregge obbediente e rassegnato che segue il pastore e si sbanda al primo urlo dei lupi, preferiamo il piccolo nucleo risoluto, audace, che ha dato una ragione alla propria fede, sa quello che vuole e marcia direttamente allo scopo". E poi: "Ci chiamino pure romantici, ma noi fermamente crediamo che in piazza e non altrove si combatteranno -maturi i tempi e gli uomini- le battaglie decisive".

Ecco, Mussolini non aveva neanche bisogno di risolvere una crisi di coscienza, come avveniva allora a molti sindacalisti, socialisti e repubblicani: per lui l'interventismo non era che lo sviluppo inevitabile, quasi la logica prosecuzione di un orientamento politico rivoluzionario di cui il socialismo era stato solo l'occasionale ed estemporanea vernice, come una obbligata tappa polemica giovanile.

Il 20 ottobre del 1914, Mussolini si dimette dall'incarico di direttore dell'Avanti! -il quotidiano che egli aveva portato in poco tempo da 40 a 100 mila copie giornaliere- ed il 15 novembre fa uscire il primo numero di un "suo" quotidiano: Il Popolo d'Italia.

Abbiamo già avuto modo di precisarlo: Mussolini cercava nell'interventismo, quanto il socialismo italiano non aveva potuto e non poteva dargli: lo strumento, il mezzo, la possibilità di una rivoluzione nazionale.

Come siamo venuti via via esponendo, su questa interpretazione della guerra convergevano i pareri di tutte le forze vive della Nazione: futuristi, sindacalisti, rivoluzionari, nazionalisti e dannunziani; Mussolini non poteva non essere su questa barricata, che era quella da cui avrebbero preso le mosse le forze della riscossa italiana, a conflitto concluso.

Provenienti da origini diverse, con l'impetuosità di rivi che scendono da vari monti e confluiscono nello spumeggiare di un torrente, tutti questi "filoni" di vita italiana, tutte queste avanguardie, queste minoranze irrequiete ed eroiche, questa splendida giovinezza della Patria, si ritrova nella battaglia per l'interventismo, parte volontaria per la guerra, dà alla Storia d'Italia un appuntamento creatore al di là del conflitto, con qualcosa di più forte e più vero di un pallido ragionamento filosofico, per virtù d'istinto e con la forza irresistibile dell'esempio.

* * *

Nel 3° "Quaderno" di Ordine Nuovo intitolato "Valori corporativi", dedicato ai sindacalisti nazionali, Rutilio Sermonti esponeva, nel settembre '64, le linee e i principî fondamentali del sistema corporativo attuato nel ventennio fascista, proclamandone la piena validità ed attualità per la riorganizzazione delle energie produttive della Nazione.

Dopo una parte critica del capitalismo sia privato che pubblico, l'esposizione così iniziava:

"1.- "La Nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. É una unità morale, politica ed economica che si realizza integralmente nello Stato fascista".

Questa è la dichiarazione Iª della Carta del Lavoro del 1927.

Ad un osservatore superficiale essa potrebbe sembrare una premessa più o meno enfatica e che, comunque, col lavoro non c'entra. É invece il principio fondamentale, e costituisce la base di tutta la concezione corporativa.

La Nazione non è intesa come il risultato di un agglomerato di forze individuali o di gruppi, alla maniera liberale. Essa non è il popolo che vive in un determinato momento su un certo territorio.

Essa è l'anima eterna di quel popolo, la sua realtà unitaria e profonda, metafisica prima che biologica: è le sue capacità anche sconosciute, le sue esigenze anche inavvertite, la sua tradizione e il suo avvenire, la sua missione nel mondo.

Questa superiore concezione unitaria si realizza nello Stato, attraverso il quale la Nazione diviene cosciente di se stessa e si pone un sistema, un ordine, una chiara direttrice d'azione.

Fine dello Stato è l'interesse superiore della Nazione, e cioò la sua libertà che non è soltanto indipendenza politica ed economica, ma possibilità di realizzare pienamente se stessa. Mezzo principale per raggiungere tale fine è l'elevazione del livello spirituale e fisico dei propri cittadini. Altri mezzi importanti sono il consolidamento della propria economia, il potenziamento delle proprie armi di offesa e difesa, l'ordine interno, il prestigio e l'autorità nel mondo.

Così concepita la funzione dello Stato, anche le forze produttive non possono intendersi che come strumenti tesi al raggiungimento del fine superiore.

"Il lavoro, sotto tutte le forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali, è un dovere sociale. A questo titolo, e solo a questo titolo, è tutelato dallo Stato" (Dichiarazione IIª).

"Lo Stato corporativo considera l'iniziativa privata nel campo della produzione come lo strumento più efficace e più utile nell'interesse della Nazione.

...l'organizzazione dell'impresa è responsabile dell'indirizzo della produzione di fronte allo Stato". (Dichiarazione VIIª).

Le dichiarazioni seconda e settima sopra riportate, con la premessa della dichiarazione prima, riassumono i fondamenti chiari ed inequivocabili del principio corporativo.

Essi contengono la negazione radicale dei presupposti stessi del sistema capitalistico.

Il lavoro cessa di essere merce di scambio. É un contributo alla produzione nazionale, strumento a sua volta della potenza della Nazione. Come tale acquista dignità e merita tutela, consistente tra l'altro nella garanzia di una equa e decorosa retribuzione.

Allo stesso titolo merita dignità e tutela l'iniziativa privata. Per lo Stato corporativo scopo fondamentale dell'impresa non è quello di realizzare un profitto per il capitale. Lo scopo è identico a quello del lavoro: contribuire alla produzione e alla potenza nazionale, per consentire allo Stato di conseguire i suoi fini superiori, extraeconomici, cui accennavamo sopra.

Il profitto serve solo da incentivo e da premio per l'imprenditore. Come la mercede per il lavoratore subordinato. Ma è importante che sia il profitto che la retribuzione non siano più fini ma mezzi. Nello stesso modo in cui fine del combattente è la vittoria, e non il soldo che riceve.

Come vedete, pur conservando ancora le imprese, al loro interno, la tradizionale struttura capitalistica, gli elementi della produzione assumono, nella organizzazione corporativa, una figura e una funzione completamente diversa.

Non si tratta peraltro di una contraddizione ma soltanto di una necessaria gradualità. Vedremo, quando parleremo della socializzazione, come questa non sia neanche concepibile se i produttori non si siano totalmente liberati dalla mentalità capitalistica, economicistica e classista. Come oggi constatiamo che tutti coloro che parlano e scrivono di socializzazione senza aver bene compreso il principio corporativo, finiscono necessariamente fuori strada.

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2.- La dignità di funzione sociale e nazionale assunta, nel sistema corporativo, dal lavoro e dall'iniziativa privata, non rimaneva una vana proclamazione. Lìordinamento ne traeva rigorosamente le conseguenze, e anzi la sua struttura non era che l'applicazione dei principî che abbiamo esposti.

Innanzi tutto il conflitto sociale non era soltanto proibito: era impensabile e assurdo. Tra le forze che perseguono uno scopo comune potrà esservi una divergenza, una polemica, ma mai un conflitto. Un ordinamento che considerava il lavoro e l'iniziativa imprenditoriale come doveri nazionali non può neanche ipotizzare nel proprio seno lo sciopero o la serrata.

Qualcuno potrebbe osservare che anche l'attuale Costituzione democratica afferma che il lavoro è un dovere sociale (art. 4, capoverso) e poi consente lo sciopero (art. 40). Sono cose che succedono a fare le Costituzioni senza avere idee chiare e volendo soltanto contentare un pò tutti i "costituenti".

Tornando al Corporativismo, per il caso che qualche controversia economica tra associazioni di imprenditori e di lavoratori non si risolvesse in un accordo, anche con l'intervento conciliativo delle Corporazioni, di cui diremo in seguito, lo Stato interveniva nella sua funzione giurisdizionale a deciderla secondo giustizia, con l'orgnao della Magistratura del Lavoro.

La conseguenza più rivoluzionaria della concezione dell'attività produttiva come azione concorrente al raggiungimento dei fini stessi dello Stato, è nel sistema corporativo, l'affidamento alle categorie produttive della più alta funzione statale: quella legislativa.

I Contratti Collettivi di Lavoro, stipulati dalle due associazioni (di imprenditori e di prestatori di opera) riconosciute per una determinata categoria, hanno valore di legge. Di legge civile e penale, in quanto la loro inosservanza costituisce reato.

Il potere legislativo -in materia di norme di lavoro- è riconosciuto, si basi bene, dalla volontà unitaria delle due associazioni "contrapposte", considerate quindi non quali rappresentanti degli opposti interessi delle famose classi teorizzate dai marxisti, ma quali partecipi dell'interesse unitario della produzione nazionale, che realizza uno dei fini tipici dello Stato.

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Quanto ai riferimenti di ordine dottrinario, in tutti questi anni abbiamo tradotto in linea politica l'esposizione organica contenuta nell'opuscolo "Orientamenti" di Julius Evola. Di esso, riportiamo qui il punto relativo al nazionalismo e quello che riguarda la cultura. Ha scritto Evola:

"In un analogo ordine di idee va precisato un altro punto. Si tratta della posizione da prendere di fronte al nazionalismo e all’idea generica di patria. Ciò è tanto più opportuno, in quanto oggi molti, per cercar di salvare il salvabile, vorrebbero riprendere una concezione romantica, sentimentale, e al tempo stesso, naturalistica della nazione, nozione estranea alla più alta tradizione politica europea e poco conciliantesi con la stessa idea di Stato di cui si è detto. Praticamente, come di questi tempi, in cui si vede preciso il formarsi di grandi schieramenti internazionali definiti da una idea, si possa insistere sulla formula di una pietistica "pacificazione nazionale" e della "solidarietà dei figli della comune terra", mentre si è visto l'idea di patria essere da noi invocata retoricamente ed ipocritamente dalle parti più opposte e perfino da coloro che sono al soldo della sovversione rossa, tutto questo non lo si capisce. Ma più essenziale è la questione di principio. Il piano politico in quanto tale è quello di unità sopraelevate rispetto alle unità definitisi in termini naturalistici come sono anche quelle cui corrispondono le nozioni generiche di nazione, di patria, di popolo. In questo superiore piano ciò che unisce e ciò che divide è l’idea, un’idea portata da una determinata élite e tendente a concretizzarsi nello Stato. Per questo la dottrina fascista – che in ciò restò fedele alla migliore tradizione politica europea – dette ad Idea e Stato il primato rispetto a nazione e popolo ed intese che nazione e popolo solo entro lo Stato acquistano un significato, una forma e partecipano ad un grado superiore di esistenza. Proprio in periodi di crisi, come l’attuale, bisogna tener fermo a questa dottrina. Nell’Idea va riconosciuta la nostra vera patria. Non l’essere di una stessa terra o di una stessa lingua, ma l’essere della stessa idea è quel che oggi conta. Questa è la base, il punto di partenza. All’unità collettivistica della nazione – les enfants de la patrie – quale sempre più ha predominato dalla rivoluzione giacobina in poi, noi in ogni caso opponiamo qualcosa, come un Ordine, uomini fedeli a dei principî, testimoni di una superiore autorità e legittimità procedenti appunto dall’Idea. Per quanto ai fini pratici oggi sia auspicabile venire ad una nuova solidarietà nazionale, pure non si scenda, per raggiungerla, a compromessi; il presupposto, senza il quale ogni risultato sarebbe illusorio, è il separarsi e prender forma di uno schieramento definito dall’Idea, come idea politica e visione della vita. Altra via, proprio oggi non v'è: bisogna che fra le rovine si rinnovi il processo delle origini, quello che, in funzione di élites e di un simbolo di sovranità o di autorità, fece uni i popoli entro i grandi Stati tradizionali, come forme sorgenti dall’informe. Non intendere questo realismo dell’idea significa tenersi ad un piano, in fondo, sub-politico: a quello del naturalismo e del sentimentalismo, se non addirittura della retorica patriottarda.

E ove si voglia appoggiare l’idea nostra anche a tradizioni nazionali, si stia ben attenti: perché esiste tutta una «storia patria» d’inspirazione massonica ed antitradizionale specializzatasi nell’attribuire carattere nazionale italiano agli aspetti più problematici della nostra storia: a partire dalla rivolta dei Comuni appoggiata dal guelfismo. Con essa prende risalto una «italianità» tendenziosa, nella quale noi non possiamo e non vogliamo riconoscerci. Essa la lasciamo volentieri a quegli Italiani, che con la «liberazione» e il partigianesimo hanno celebrato il «secondo Risorgimento».

Idea, Ordine, élite, Stato, uomini dell’Ordine – in tali termini siano mantenute le linee, finché sia possibile.

Qualcosa va detto sul problema della cultura. Non oltre misura. Noi infatti non sopravvalutiamo la cultura. Ciò che noi chiamiamo «visione del mondo» non si basa sui libri; è una forma interna che può esser più precisa in una persona senza una particolare cultura che non in un «intellettuale» e in uno scrittore. Si deve ascrivere fra i nefasti della «libera cultura» alla portata di tutti il fatto, che il singolo sia lasciato aperto ad influssi di ogni genere anche quando è tale da non poter essere attivo di fronte ad essi, da saper discriminare e giudicare secondo retto giudizio.

Ma di ciò qui non può essere il discorso se non per dire che, come stanno attualmente le cose, vi sono correnti specifiche da cui la gioventù d’oggi deve difendersi interiormente. Noi abbiamo parlato per primo di uno stile di drittura, di tenuta interna. Questo stile implica un giusto sapere e specie i giovani debbono rendersi conto dell’intossicazione operata in tutta una generazione dalle varietà concordanti di una visione distorta e falsa della vita, che hanno inciso sulle forze interne nel punto in cui la loro integrità sarebbe stata massicciamente necessaria. Nell’una o nell’altra forma questi tossici continuano ad agire nella cultura, nella scienza, nella sociologia, nella letteratura, come tanti focolari d’infezione che vanno individuati e colpiti. A parte il materialismo storico e l’economicismo, su cui si è già detto, fra i principali di essi sta il darwinismo, la psicanalisi, l’esistenzialismo, il neorealismo.

Di contro al darwinismo va rivendicata la fondamentale dignità della persona umana, riconoscendo il suo vero luogo, che non è quello di una particolare, più o meno evoluta specie animale fra le tante altre, differenziatasi per «selezione naturale» e sempre legata ad origini bestiali e primitivistiche, ma è tale da elevarla virtualmente di là dal piano biologico. Se oggi non si parla più tanto di darwinismo, la sostanza tuttavia permane. Il mito biologistico darwiniano nell’una o nell’altra variante vale con preciso valore di dogma, difeso dagli anatemi della «scienza», nel materialismo sia della civiltà marxista che di quella americana. L’uomo moderno si è assuefatto a questa concezione degradata, vi si riconosce ormai tranquillamente, la trova naturale.

Di contro alla psicanalisi deve valere l’idea di un Io che non abdica, che intende restare consapevole, autonomo e sovrano di fronte alla parte notturna e sotterranea della sua anima e al dèmone della sessualità; che non si sente né «represso» né psicoticamente scisso, ma realizza un equilibrio di tutte le sue facoltà ordinate ad un significato superiore del vivere e dell’agire. Una convergenza evidente può esser segnalata: la desautorazione del principio cosciente della persona, il risalto dato al subconscio, all’irrazionale, all’«inconscio collettivo» e simili dalla psicanalisi e scuole analoghe, corrispondono nell’individuo esattamente a ciò che l’emergenza, il moto dal basso, la sovversione, la sostituzione rivoluzionaria dell’inferiore al superiore e il disprezzo per ogni principio di autorità rappresentano nel mondo sociale e storico moderno. Su due piani diversi agisce la stessa tendenza e i due effetti non possono non integrarsi vicendevolmente.

Quanto all’esistenzialismo, anche a distinguervi ciò che è propriamente una filosofia – una confusa filosofia – fino a ieri restata di pertinenza di ristrette cerchie di specialisti, bisogna riconoscervi lo stato d’animo di una crisi divenuta sistema ed adulata, la verità di un tipo umano spezzato e contraddittorio che subisce come angoscia, tragicità ed assurdo una libertà dalla quale non si sente elevato, a cui si sente piuttosto senza scampo e senza responsabilità condannato in mezzo ad un mondo privo di valore e di significazione. Tutto questo, quando già il miglior Nietzsche aveva indicata una via per conquistare un senso dell’esistenza anche di fronte al più esasperato nihilismo, la via di chi, di là da queste complicazioni, sa dare a se stesso una legge ed un valore assoluto.

Tali sono le linee di superamenti, che non debbono essere intellettualistici e dialettici, ma vissuti, realizzati nel loro diretto significato per la vita interiore e per la propria condotta. Rialzarsi non è possibile finché si resti come che sia sotto l’influenza di consimili forme di un pensare falso e deviato. Disintossicatisi, si può conseguire chiarezza, drittura, forza".

POLITICA
TRENT'ANNI SON PASSATI
18 febbraio 2008

 

Giorgio Almirante

Accadeva trent’anni or sono

Un movimento politico come Ordine Nuovo, coerentemente con i propri principi, con la propria impostazione ideologica e politica, non poteva assolutamente correre il rischio di trovarsi coinvolto in un progetto che tendeva a consolidare il Regime partitocratico- a nome e per conto di interessi estranei, conseguenti alle divisioni imposte da Jalta. Non ci voleva molto per capire che non era -né avrebbe potuto esserlo- la destra eversiva e golpista (quella definita "fascista") ad avere infiltrato lo Stato nelle sue strutture nazionali e sovranazionali, ma era molto più credibile che fossero state queste a tentare di infiltrare -qualche volta riuscendoci- certe organizzazioni della destra, spesso servendosi di cani sciolti opportunamente addomesticati, usati, strumentalizzati, sempre facendo leva su certi contenuti proprî ad una certa destra, che in seguito si sarebbe manifestata apertamente con Alleanza Nazionale e Forza Italia: difesa dello Stato tout-court prescindendo dal tipo di sistema politico che regge lo Stato stesso, difesa dell'ordine tout-court non avendo rilevanza di quale ordine si potesse trattare, difesa degli interessi nazionali confusi con la difesa degli interessi di una oligarchia economico-finanziaria sempre più coinvolta nella spirale dell'alta finanza internazionale mondialista ed infine, aspetto fondamentale, un anticomunismo cieco e viscerale che ben poteva reggere il confronto con l'antifascismo che condizionava e purtroppo continua a condizionare lo schieramento di sinistra.

Ad una certa destra, tuttavia, sono consentite deviazioni fasciste (sia pure di facciata) a condizione che le stesse siano anticomuniste ed organizzate in formazioni politiche controllabili, come in effetti é stato il Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale di Almirante ed ancor più con Alleanza Nazionale-Forza Italia.

Nessuna ipotesi di sopravvivenza doveva e poteva essere prevista per quelle organizzazioni operanti, a destra, fuori dell'ambito M.S.I.-D.N. : prescindendo dal fatto sostanziale che la cosiddetta destra estrema o radicale ha sempre rifiutato e continua a rifiutare una simile collocazione.

Il progetto é diventato realtà dopo un inesorabile quanto pesantissimo processo repressivo che ha visto coalizzati il potere politico, quello economico, quello giudiziario, quello dei mezzi di comunicazione di massa, quello delle forze dell'ordine.

Ha affermato il dott. Carlo Amati della Terza sezione della Corte di Assise di Roma nel motivare - il 28 maggio '78 - la sentenza assolutoria dei dirigenti di Lotta Continua, processati per un volantino ritenuto oltraggioso del Governo: "Nel sistema vigente di diritto di libertà di pensiero, di critica e di dissenso è, e deve essere, garantito a tutti, anche a coloro che siano e si proclamino ostili alla Costituzione Repubblicana e all'ordine costituito, li rifiutino e operino, in campo ideologico, per sovvertirli: il giorno in cui il diritto di cui si parla fosse negato anche al più sparuto gruppo di opposizione o, al limite, ad un solo individuo isolato, per obbrobriose che fossero le opinioni degli stessi professate, la libertà di tutti sarebbe ferita e il regime di democrazia avrebbe già lasciato il posto ad una soffocante tirannide da aversi per inaccettabile pur se fondata sul consenso di una schiacciante maggioranza."...sempre più spesso le strade e le piazze del paese e le scuole di ogni ordine e grado sono lasciate in balia di gruppi organizzati di fanatici e facinorosi quasi mai adeguatamente fronteggiati da pubbliche autorità imbelli e incapaci, e normalmente giustificati, sulla base di concezioni sociologiche e psicologiche d'accatto, da personaggi e movimenti in varia guisa interessati a destabilizzare il regime vigente"..."il rifiuto ostinato della classe dirigente di gestire lo Stato secondo la fondamentale regola del sistema liberale - scrivono i giudici - ha portato oggi in Italia al coagularsi di schieramenti politici maggioritari compositi, variopinti ed abnormi e, soprattutto, elefantiaci (i quali, fra l'altro, disdegnano di autodefinirsi maggioranza, preferendo chiamarsi con circonlocuzioni assurde: il ruolo dell'opposizione, conseguentemente, è stato assunto da movimenti e partitini, divisi fra loro, che elettoralmente rappresentano una quota ridottissima del popolo"..."La prova evidente dei pericoli - prosegue la sentenza - ai quali sono esposte nel presente momento (a causa del venir meno di quel presidio della democrazia che è costituito dalla equilibrata contrapposizione fra maggioranza e minoranza) le fondamentali libertà civili si ricava dal fatto che per la prima volta nella storia della Repubblica e, a quanto consta, per la prima volta dall'unità d'Italia, il supremo organo collegiale rappresentativo e deliberativo di un partito politico, fra l'altro presente in Parlamento, è stato portato davanti ad un organo giurisdizionale per rispondere, nelle persone di tutti i suoi componenti, di un comportamento consistito nell'aver mosso critiche al governo e al suo operato".

Purtroppo occorre obiettare su un punto di questa sentenza, relativamente ad una omissione.

Non é stata la prima volta "...nella storia della Repubblica e, a quanto consta, per la prima volta dall'unità d'Italia, il supremo organo collegiale rappresentativo e deliberativo di un partito politico,....è stato portato davanti ad un organo giurisdizionale...".

Due pesi e due misure per la Magistratura?

Pressioni politiche?

Discriminazione?

Quello di cui occorreva tener conto era come potevano reagire i giovani, e non solo loro, a questa realtà discriminatoria e repressiva.

L'Italia democratica, o post-democratica, è il Paese in cui si é potuto e si può facilmente finire in galera, senza diritto alla libertà provvisoria, per il semplice fatto di alzare un braccio con la mano tesa invece che serrata in un pugno, o ancor più semplicemente rivendicando -a torto o a ragione- l'orgoglio e la libertà di poter mantenere la propria identità ideologica o nazionale.

C'erano e ci sono tanti giovanissimi che salutavano e salutano romanamente non perché siano o si sentano fascisti (spesso conoscendo poco o nulla del fascismo, o conoscendone l'immagine datane dall'antifascismo): lo fanno semplicemente per coerenza con il loro istinto ribelle, con l'istinto, il coraggio e la volontà di andare controcorrente, quasi a rivendicare il loro diritto a vivere e a salutarsi come meglio credono.

Sono stati discriminatori i cartelli e gli striscioni "Fuori i fascisti dalle scuole", "Fuori i fascisti dalle università", "Fuori i fascisti dalle fabbriche": naturalmente intendendo per fascisti quanti non manifestavano la loro solidarietà con le tesi e le metodologie marxiste, quanti intendevano difendere il loro diritto a studiare e a lavorare.

Da un'analisi degli avvenimenti che hanno visto il M.P. Ordine Nuovo protagonista, emerge legittimo il dubbio che il movimento sia stato messo fuori legge non perché fascista ma perché non aprioristicamente anticomunista ed in quanto tale non disponibile ad essere usato e strumentalizzato nella strategia della tensione.

Con il diretto interessamento di Almirante presso Taviani.

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