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"Non è mai morto
ciò che è eterno"

politica interna
IL LITTORE TAVIANI ED I SUOI DIARI
21 febbraio 2008


l'ex-littore Paolo Emilio Taviani


TAVIANI E I SUOI DIARI

LA STAMPA

Del 3/5/2002 Sezione: Cultura Pag. 19

RIVELAZIONI SU TRAME EVERSIVE, STRAGI E MISTERI DELLA PRIMA REPUBBLICA NEI DIARI DEL LEADER DC

TAVIANI: i giorni dell´Italia in nero

Taviani è morto, che sia dannato per l’eternità!

Un voltagabbana, come tanti altri antifascisti dell’ultima ora, un opportunista che, pur di conseguire e di mantenere il potere, suo personale e della setta politica d’appartenenza, non ha mai economizzato in fatto di menzogne, falsificazione della realtà e mancanza di scrupoli.

Anche in attesa della fine, nella compilazione definitiva dei suoi diari,quando ormai solo la storia poteva incaricarsi di emettere il giudizio definitivo sulla sua equivoca condotta politica, non ha avuto l’estremo coraggio di fare piena luce sugli avvenimenti che lo hanno visto coinvolto e responsabile. Ipocritamente e falsamente, da puro democristiano, lancia gravissime accuse generiche contro tutto un mondo –quello rappresentato da chi ha vissuto l’esperienza di “ORDINE NUOVO”, senza fare nomi. Eppure lui, in quanto responsabile del Ministero dell’Interno, quei nomi doveva conoscerli, considerato che con tanta sicurezza afferma che collaboravano con organismi dello Stato! Non ci vuole che un granello d’intelligenza per comprendere che, se qualche traditore o rinnegato può esserci stato –che per puro caso può essere transitato in una qualche sede di Ordine Nuovo- gli stessi non hanno certo reso un servizio degno di lode al movimento ordinovista. Se individuati, come minimo sarebbero stati radiati o sarebbero andati incontro ad altra meritata punizione. Con quanta imbecillità si può continuare a sostenere che Ordine Nuovo ha, in qualsiasi modo, collaborato con una qualsiasi componente delle “Istituzioni”, se è stato proprio “Ordine Nuovo”, e proprio per disposizione dell’ex littore Paolo Emilio Taviani, l’unico movimento ad essere pesantemente colpito dalla repressione democratica e messo “fuori legge”?

Probabilmente, qualcuno, un giorno svelerà il mistero. Quando tutti i veri colpevoli saranno morti

IL 27 giugno dello scorso anno, su ordine della Procura di Brescia, il reparto Antieversione dei Ros si presentò nella sede del Mulino, a Bologna, per sequestrare una copia dei diari di Paolo Emilio Taviani, morto nove giorni prima. Il senatore a vita - lo nominò Cossiga nel 1991 - aveva più e più volte, in diverse sedi, promesso rivelazioni sui misteri della Repubblica. Ne aveva in verità qualche titolo essendo stato grande capo partigiano, segretario della Dc, ras di corrente, ministro della Difesa e dell'Interno varie volte, nell'arco di un periodo cruciale, dagli anni cinquanta alla metà degli anni settanta. Ricevuta la visita dei Ros, il responsabile della sezione Storia del Mulino, Ugo Berti, dichiarò in ogni caso all'Ansa: «La pubblicazione procede regolarmente secondo i programmi. Nei prossimi mesi dell'anno prossimo il volume sarà in libreria». Eccolo, dunque: Politica a memoria d'uomo (445 pagine, 20 euro). In una delle ultime pagine, nel tirare le somme, Taviani scrive: «Fu guerra, calda o fredda, ma sempre guerra (...). Non sono sicuro di aver mai sbagliato. Per un uomo politico è già un successo salvarsi l'anima». Anche per mezzo dei diari. Per cui ecco subito quanto probabilmente interessava a magistrati e carabinieri. Taviani l'ha racchiuso in una quarantina di pagine. Piazza Fontana - di cui si occupò tornato al Viminale nel 1973 insieme con i vertici dell'Antiterrorismo (Santillo) e degli Affari Riservati (D'Amato) - offre la prima sorpresa. «La responsabilità della strage è interamente dell'estrema destra e in particolare di Ordine nuovo: uomini tecnicamente seri, collegati con settori deviati dei servizi segreti». La Cia non c'entra nulla, ma l'esplosivo, venne fornito a uomini di On da un «agente nordamericano» che proveniva dalla centrale tedesca e apparteneva al servizio segreto dell'esercito: «Assai più efficiente della Cia». In Italia qualcuno seppe e anzi cercò di evitare. Taviani racconta di un certo avvocato Fusco, con frequenti legami con il Sid, che la sera del 12 dicembre doveva andare a Milano per «recare il contrordine sugli attentati previsti». Ma a Fiumicino seppe della bomba. Poco dopo la strage, da Padova, un ufficiale del Sid raggiunse Milano «per sostenere il depistaggio sulla sinistra». La bomba non doveva, secondo Taviani, causare morti, come accadde a Roma. Lo deduce dal fatto che, «una volta verificato che nel crimine erano implicati anche alcuni uomini delle istituzioni, non è supponibile che essi cinicamente pensassero di uccidere tanti innocenti». A meno che gli esecutori abbiano poi «disatteso gli ordini ricevuti». A questa ricostruzione Rumor, Fanfani e Moro non vollero mai credere. Taviani al contrario, come «atto politico» e sulla base della sentenza ottenuta dal pm Occorsio, decretò lo scioglimento di Ordine nuovo. La fine della teoria degli «opposti estremismi» ebbe sanguinose conseguenze. Tornato al Viminale liquidò anche alcuni agenti e confidenti arruolati dal precedente ministro (Restivo); «servizi paralleli», si disse in seguito, erroneamente identificandoli con Gladio. Tali spezzoni divennero «schegge impazzite». Mario Tuti ne fu il tipico esponente. A questo ambiente para-golpista, Taviani imputa la strage dell'Italicus. Era il 1974. Ma pure sull'attentato di Bertoli il ministro ebbe il dubbio che l'«anarchico» venuto da Israele potesse essere stato aiutato dal Sid del generale Maletti, di cui ricorda che era «filo-israeliano» (mentre il generale Miceli era filo-arabo). Anche la strage di Brescia è collegata a On: «i carabinieri vi avevano infiltrato un informatore». La bomba era in realtà destinata all'Arma, per vendetta, ma per la pioggia i militi si erano spostati dall'area prescelta per l'esplosione. [TITF]Il padre di Gladio Taviani si assume in pieno la responsabilità di aver fatto iniziare le indagini su Edgardo Sogno; e sostiene anche di aver duramente pagato la sua convinzione che le stragi fossero state «sicuramente ed esclusivamente di destra». Quando cadde il governo venne sostituito - e si riporta un vivace resoconto di come il sinedrio Dc, riunito a piazza del Gesù, distribuisse gli incarichi, con offerte, battute crudeli e sbattimenti di porta. Nel novembre del 1974 finirebbe in realtà il potere governativo di Taviani, l'uomo che in nome dell'atlantismo mise in piedi Gladio. Ma la sua influenza politica continua. Del tutto ingiustificata, la campagna contro l'organizzazione Stay Behind, a suo giudizio, venne aperta con l'obiettivo di contrastare Cossiga che aveva buone speranze di conquistarsi a picconate un secondo mandato presidenziale. In più - ed è una rivelazione - i comunisti sapevano non solo di Gladio, ma anche della base di Capo Marargiu: e questo perché l'aveva detto lui, Taviani, all'allora segretario Longo. Sulle Br, oltre a numerosi sospetti sui collegamenti con i seguaci di Secchia, è annotata una confidenza del generale Dalla Chiesa secondo cui nel 1977, e cioè pochi mesi prima del sequestro Moro, l'evasione di Prospero Gallinari «venne favorita con lo scopo di scovare Moretti». Sui servizi segreti esteri c'è un'abbondante aneddotica. Dall'idea di utilizzare la Stasi in funzione anti-Tito al Mossad che Taviani considera responsabile dell'attentato all'aereo Argo 16; dall'«ottusità» anticomunista della Cia all'«abilità» del Kgb, di cui pure nega che sia riuscito - come scritto nel dossier Mitrokhin - a mettergli una segretaria alle calcagna. Entrambi i servizi delle grandi potenze della guerra fredda, comunque, «convergevano a un medesimo risultato: mantenere l'Italia in tensione». Questo dunque - con inevitabile sintesi e conseguenti forzature di chi gli ha riservato una prima lettura - contengono più o meno le pagine più scabrose delle memorie tavianee. Un autentico tesoro per gli appassionati di trame e misteri. Ma i diari dei potenti, per fortuna, interessano anche gli storici e i normali lettori. E infatti sarebbe ingiusto ridurre questo volume, tra i più interessanti nella memorialistica della Prima Repubblica, a una sequela un po' paranoica di verità, sospetti, cospirazioni. Taviani si salva l'anima, infatti, anche raccontando in profondità il suo lungo tempo di leader e capocorrente democristiano. Gli anni avventurosi, ma indimenticabili della Resistenza, quelli che un giorno spingeranno Fidel Castro a rivolgerglisi come «colega en la experiencia guerrillera». [TITF]Affrancarsi dal Vaticano

Come pure l'austerità della Costituente, quel pasto di «pane, mele e un bicchiere di vino bianco» al primo congresso Dc. Le ramanzine di Sturzo, le «manovre» di Gedda, in sostanza la dura lotta sotterranea per liberarsi dalla tutela vaticana, la lettura tra le righe dell'Osservatore romano, il timore degli effetti che un certo discorso avrebbe suscitato sull'«Uomo Bianco», cioè il Papa. Timori a loro modo giustificati, e fino all'ultimo, se è vero che da Oltretevere non gli perdonarono di essere andato lui, come ministro dell'Interno, ad annunciare in tv i risultati del referendum sul divorzio. In più viene fuori il personaggio: gastronomo, amante della famiglia, celebre studioso di Colombo. Come ogni grande democristiano, è al tempo stesso spregiudicato e spirituale, per cui fa cose assai discutibili, le fa a fin di bene e le racconta pure. La volta che, da ministro, per far dimettere sul serio il tentennantissimo De Nicola da presidente della Corte costituzionale chiede ad alcuni suoi amici ex partigiani di appendere dei manifesti contro di lui nel quartiere di Napoli dove abita. Oppure la volta che per aggirare le difficoltà, si fa costruire dall'esercito un aeroporto a Lampedusa. O acquista - in Senegal! - un pacco di lettere (poi rivelatesi false) in cui Pio XII si rivolge chiaramente a una specie di fidanzata. Sfila nel diario tutto un mondo. De Gasperi pensoso, Dossetti irrequieto, La Pira ardente, Fanfani volitivo. E Nenni, e i comunisti. Ecco: a distanza di anni, davvero colpisce nei diari tavianei l'intensità con cui la Dc cerca a tutti i costi - e trova, non c'è dubbio - un rapporto di convivenza con il Pci. E di nuovo occorre tornare ai segreti rivelati se nel gennaio del 1955, in piena Guerra Fredda, i servizi italiani scoprono che l'Urss ha appena finanziato il pci con un cifra che corrisponde a 40 miliardi di oggi. Ebbene, in una riunione con Scelba e Martino, si decide di far finta di niente: «Abbiamo sempre detto che il Pci è pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamento comporterebbe necessariamente mettere al bando il Pci. Dunque la guerra civile». Taviani arriva a corteggiare apertamente il Pci a metà anni settanta. Nel 1975 prova a convincere addirittura la Cia dell'affidabilità di Berlinguer; e l'anno dopo a Mosca sonda i sovietici se nel quadro della distensione sarebbero disposti a comprendere un governo che veda insieme Dc e Pci... Come poteva uno come lui, pure profeta inascoltato di Tangentopoli, comprendere quel che stava per accadere? Eppure «il nome di Di Pietro - scrive - è forse l'unico fra gli italiani degli anni novanta che rimarrà nella storia e non nella cronaca. Proprio come vi restò Giovan Battista Perasso detto Balilla. Con una differenza; che quest'ultimo, gettato il sasso, non pretese rimanervi nella storia, al punto tale che alcune balzane correnti storiografiche ne contestano l'identità». Riflessione tortuosa, ma efficace: molto democristiana.

Filippo Ceccarelli

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