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"Non è mai morto
ciò che è eterno"

POLITICA
RICORDO DI NANDO PENSA
19 febbraio 2008
 

RICORDO DI UN INVIATO SPECIALE, MOLTO SPECIALE 

C’era una volta.
Anche questa storia potrebbe cominciare come tante altre, narrate ai bambini come se fossero frutto di fantasia, ma nelle quali gli anziani celavano –spesso con pudore- i ricordi della propria vita.
Il racconto poteva frantumarsi in tante storie minime che s’intrecciavano, si accavallavano, richiamando or l’una or l’altra dalle anse dei ricordi -senza un continuum- interrotti a volte dalle pause d’un respiro che l’emozione tratteneva.

Ricordare può essere doloroso, può essere dolce, può essere lieto, ma sempre stringe il cuore nella morsa della malinconia struggente di tutto quanto avrebbe potuto essere e non è stato. Ci emoziona la consapevolezza del tempo passato, senza averci dato il tempo di fare le cose che ci sembravano tanto importanti, tanto urgenti, tanto impellenti, così esclusivamente nostre da non poter essere realizzate da nessun altro.
Illusioni subliminali, che tali si rivelano quando è troppo tardi per continuare ad inseguirle.
Eppure, nella vita, è necessario sognare, è necessario illudersi, per quanto possa sorprenderci il risveglio.
Quando ci sveglieremo la vita sarà già passata e sogni ed illusioni ci avranno aiutati a sorvolarne gli scogli.
Quando non si riesce a sognare, quando non ci si riesce più ad illudere, ci si può sempre rifugiare nella fede.

Erano i giorni che ci avvicinavano al Natale del 1974. Ero esule a Barcellona, in Spagna, e mia madre era riuscita a raggiungermi. Il Natale e la fine d’anno non sono mai riuscito a viverli con gioia, ma sempre con l’animo turbato da una sorta di tristezza, di vuoto. Forse perché non ho mai avuto la possibilità di vivere quei giorni in famiglia, con la mia famiglia, così come l’immaginario collettivo lo vive. Non ricordo di aver mai passato un Natale con mia madre, mio padre, mio fratello, un presepe, un albero, i doni. Mancava sempre qualcuno o qualcosa.

La presenza di mia madre, in quel mio primo Natale d’esilio mi fu di conforto. Ebbi anche la sorpresa dell’arrivo di Nando Pensa -inviato speciale de “Il Giorno” di Milano- e di sua moglie, venuto ad intervistarmi su incarico del suo giornale. La sua intenzione, come mi confessò in un’altra occasione, era quella di “farmi a pezzi”.

Nando era un marxista, di madre americana e nato negli Stati Uniti, aveva fatto il servizio militare nei sommergibilisti nel Pacifico combattendo contro i giapponesi (aveva chiesto di non combattere contro gli italiani) e, ovviamente, antifascista. Rimase tre giorni a Barcellona, imparò a conoscermi, diventammo amici, ripartì abbracciandomi commosso. Ci saremmo spesso sentiti per telefono, seguì attentamente tutte le fasi del processo di primo e di secondo grado contro il M. P. Ordine Nuovo a Torino, procurò puntualmente le copie degli atti processuali e riuscì a darmi spesso notizie di Adriana.

Passarono gli anni, il mio esilio continuava, vivevo in quell’epoca ad Algeciras, sull’altro lato della baia che porta lo stesso nome, di fronte a Gibilterra.

Dalla stiva della nave “Olterra” bloccata ad un molo del porto di Algeciras erano partiti gli “Uomini Rana” della Marina Militare italiana per violare la munitissima base di Gibilterra, facendo impazzire i “servizi” inglesi che non riuscivano a capire da dove arrivassero quei sabotatori. Azioni che sarebbero entrate nella leggenda della marineria di tutto il mondo, poco conosciute dagli italiani. Forse qualcuno le avrà viste narrate in film come "I Sette dell'Orsa Maggiore" o ancora ne "La Donna che venne dal mare", interpretato da un ottimo ed ancora patriottico Vittorio De Sica e dalla brava e bella Sandra Milo, per la regia di Francesco De Robertis.

In un giorno d’autunno suonarono alla porta di casa e, con mia grande sorpresa, all’aprire mi trovai davanti Nando Pensa.
Dopo brevi convenevoli mi spiegò che era riuscito a sapere da mia madre come fare per riuscire a raggiungermi. Di Nando potevo fidarmi, ma avrei preferito, comunque, che mia madre mi avesse preventivamente informato e che fossi stato io a decidere sul dove, sul come e sul quando. Ormai era troppo tardi per recriminare e Nando ubicò la sua intervista a Sfax, in Tunisia…

L’Italia reclamava ancora la mia estradizione, mi trovavo in Spagna in una situazione molto precaria e la mia presenza era tollerata -in regime di libertà vigilata- solo perché avevo presentato l'ennesima richiesta d’asilo politico al Governo spagnolo e all'U.N.H.C.R. dell'O.N.U., ed ero in attesa di una risposta.
L’intervista che aveva motivato la sua visita ad Algeciras era stata un pretesto, ma lo seppi solo dopo circa sei mesi.

Nando mi aveva chiesto di procurargli della documentazione sui “Serenos” una sorta di guardie notturne, un'istituzione nella Spagna di Franco, guardie amate e rispettate dalla popolazione, agenti in pensione che giravano i quartieri in bicicletta e davano sicurezza alla gente.
Telefonai a Milano per parlargli dei Serenos e delle “Guardie rurali” (altro argomento che gli interessava per una rivista che avrebbe dovuto essere pubblicata), chiesi di lui, mi rispose sua figlia e mi sentii dire che Nando era morto.

Seppi più tardi da Adriana che, sapendo di dover morire, era venuto ad Algeciras per salutarmi un’ultima volta e che in punto di morte avrebbe detto a chi gli stava vicino di salutare per lui i due suoi amici Adriana e Salvatore.

Avevamo perso un amico.

Un amico testone che insisteva a credere che le mie idee fossero influenzate dallo shock derivato dal fatto che mio padre fosse stato fucilato dai partigiani quando avevo solo sette anni.
No, Nando.
Ho saputo di mio padre quando “il dado era già stato tratto”, quando la mia scelta era già stata fatta, forse perché già scritta nel mio DNA.
Un’importante conseguenza –fra le tante che hanno influenzato la mia vita- la morte di mio padre l’ha avuta ed è il fare emergere –forse oltre misura- il senso del dovere e della responsabilità.
Mia madre non mi ha mai parlato delle scelte fatte da mio padre se non quando io avevo già fatto le mie ed i miei ricordi degli anni di guerra risalivano a quando ero troppo giovane per capire, per dare un senso a quanto mi accadeva intorno. I ricordi, di fatti sia pur vissuti intensamente, non potevano darmi delle spiegazioni storiche ed ancor meno politiche.
Erano i ricordi come di un “osservatore”, di qualcuno che avesse vissuto il periodo della guerra dall’esterno. Una sensazione che mi accadrà di sentire più volte nel corso della mia vita, una sorta di distacco dalla realtà che mi ha permesso di non essere coinvolto laddove non lo volessi, un modo di sentire che era quasi un “non sentire” che mi ha consentito vivere in circostanze dove forse anche la sopravvivenza era difficile.
No, prima di fare le mie scelte politiche, culturali, esistenziali, non sapevo che la mia esistenza sarebbe stata condizionata dalla guerra civile, non potevo immaginare che sarebbe stata un’interminabile faticosa salita.
Non sapevo neppure che l’avrei comunque affrontata e percorsa con determinazione, qualsiasi masso ci fosse stato da rimuovere o da sospingere.

Non sapevo che ogni passo compiuto, ogni ostacolo superato, ogni approssimarsi alla cima, che è pur sempre anche il traguardo della vita, sarebbero state le difficoltà, gli ostacoli, i dirupi superati ad aver dato significato all’esistenza, a non aver reso vano il passaggio.

Salvatore Francia


POLITICA
ARMI LETALI DEL M.P. ORDINE NUOVO
19 febbraio 2008

 
Volantino sequestrato da Violante, prot. n. 169.



VOLANTINO CHE ANNUNCIAVA UN COMIZIO, AUTORIZZATO DALLA QUESTURA,
REGOLARMENTE TENUTO. DUEMILA "COMPAGNI" NELL'ADIACENTE PIAZZA
CARLO FELICE HANNO ASCOLTATO IN SILENZIO. NESSUN INCIDENTE.


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POLITICA
ARRUOLAMENTO PER LA GUERRA DEL M.P.O.N.!
19 febbraio 2008
 
OCCORREVA PROPRIO ESSERE SORDI E CIECHI PER NON CAPIRE, PER NON RENDERSI CONTO CHE ORDINE NUOVO CHIAMAVA ALLE ARMI, SPECIALMENTE I GIOVANI, PER MOBILITARLI, A COLPI DI VOLANTINI, OPUSCOLI, LETTURE, CONFERENZE, GIORNALI CON TIRATURE MINIATURIZZATE, DIBATTITI E LA FORZA DELLE IDEE, ALLO SCOPO DI CONTRASTARE E ABBATTERE LE SUPERPOTENZE ARMATE FINO AI DENTI, CON MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA PLANETARI, CON POLIZIE D'OGNI GENERE, CON MEZZI FINANZIARI SENZA LIMITI, CON SPREZZO D'OGNI LEGGE E D'OGNI REGOLA DEL VIVERE CIVILE! SOLO DUE MAGISTRATI LO CAPIRONO: OCCORSIO E VIOLANTE!

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POLITICA
Intervista a Paolo Signorelli
17 febbraio 2008

INTERVISTA A PAOLO SIGNORELLI 
del 16 febbraio 2008

Ordine Nuovo. Secondo lei era un progetto realizzabile? E se sì, cosa sarebbe cambiato in Italia?
Ordine Nuovo ha rappresentato nel panorama italiano del Dopoguerra l’unico Movimento che sia stato in grado di esprimere un progetto politico originale ed organico ponendosi su posizioni extraparlamentari, fortemente antagoniste al sistema di potere e decisamente antiamericane. Un Movimento che seppe conservare intatta la sua valenza rivoluzionaria e, quindi, la sua alterità a fronte di un mondo politico espresso da camerieri al servizio delle Potenze vincitrici dell’ “immane conflitto” e portatrici – e ad Occidente e ad Oriente - di una concezione materialistica e devastante della vita degli uomini e dei Popoli. Ordine Nuovo, prima come Centro Studi poi come Movimento Politico, seppe far sue le esigenze rivoluzionarie delle generazioni che si ribellarono all’occupazione colonialista dell’Europa e seppe elaborare una dottrina politica che, se pur prendendo le mosse dal Tradizionalismo evoliano, fu proiettata verso obbiettivi di radicale rinnovamento, anticipando futuristicamente gran parte delle elaborazioni comunitarie ed identitarie che hanno costituito, in seguito, il patrimonio dottrinario dell’antagonismo non marxista.
Da “Imperium” a “Ordine Nuovo”, da “Noi Europa” a “Ordine Nuovo Azione” a “Civiltà” si snoda il percorso culturale e politico ordinovista. Dalla Torre d’Avorio alla piazza, dallo Stato Organico alla Lotta di Popolo. E poi la criminalizzazione delle Idee e lo scioglimento del Movimento scientemente perseguito ed imposto – per logica di potere - da Paolo Emilio Taviani il 23 novembre del 1973. E venne il tempo di “Anno Zero”, il foglio che ritmò ancora le cadenze di lotta di un Movimento costretto alla clandestinità. Anni di piombo, di sangue ma ancora di elaborazioni politiche di avanguardia portate avanti da “Costruiamo l’Azione”.
Stiamo lavorando alla ricostruzione storica di Ordine Nuovo perché non è consentito che la nostra Storia continui ad essere manipolata da scriba di parte, da impostori insomma.
Mi si chiede se il nostro progetto era realizzabile. Io rispondo che è tutt’ora realizzabile, sicuramente in forme diverse che debbono tener presenti i cambiamenti geopolitici ed epocali del Terzo Millennio.

3) Quali sono secondo lei i punti di riferimento culturali e ideologici che un militante del Terzo Millennio dovrebbe avere? E quali sono i personaggi storici che hanno caratterizzato tali ideologie e culture?
La sfida politico-culturale epocale è tra l’integrazione e la ribellione al Pensiero Unico che pretende omologare, globalizzare, uni-formare, distruggere le diversità e le identità popolari. Una sfida che significa per il non-conforme andare oltre, al di là degli stanchi stereotipi rappresentati dalla destra e dalla sinistra. Anche “per farla finita con la destra” come sostenne Stenio Solinas che pure proveniva dai ranghi della nouvelle vague intellettuale di destra.
Personalizzando il discorso io non vengo da lì. Io appartengo ad una generazione che per una manciata di minuti non ha potuto prendere parte all’ultima battaglia della guerra del sangue contro l’oro. Non fui nel tempo giusto un leone morto, ma non sono diventato un cane vivo…
La mia generazione ebbe, a guerra finita, pessimi maestri. Vili, impostori, felloni, voltagabbana.
Intraprendemmo il viaggio con due libri nel tascapane: “I Proscritti” di Von Salomon e “Rivolta contro il mondo moderno” di Julius Evola. Poi imparammo a coniugare Nietzsche e Heiddeger con Platone, Marinetti con Papini, Codreanu con La Rochelle, Brasillac con Céline, Ortega y Gasset con Ezra Pound. “A Eleusi han portato puttane…”. Poi Berto Ricci e Junger… E divenimmo correttamente eretici e jungerianamente ribelli.
La mia formazione è sicuramente evoliana. Ritengo che nessuno possa mettere in dubbio lo spessore “tradizionalista” e quindi rivoluzionario - nel senso del re-volvere - del pensiero di Julius Evola. Ma la Tradizione non ha nulla a che fare con il dottrinarismo tradizionale. Leggere le “Enneadi” di Plotino o le riflessioni sul “Sole invitto” di Aureliano consente di scoprire universi infiniti e però, per dirla con Nietzsche, terribilmente umani. Se, poi, parlando di dottrine tradizionali si vogliono intendere le dottrine politiche che hanno caratterizzato il secolo scorso, certamente il Fascismo nelle diverse manifestazioni con cui si è storicamente espresso ha influenzato la cultura che arbitrariamente viene detta di destra. Una cultura ricca di fermenti ma incapace, oggi, di proporsi con forza sullo scenario mondiale dove continua a farla da padrone il pensiero debole: imposto dalle centrali del potere e veicolato dalle strutture mediatiche.
Esiste una crasi netta, insomma, tra la cultura ufficiale e le culture popolari, “negate” perché non rispettano i canoni imposti.
D’altronde quando si aderisce ad una Weltanschauung trasgressiva che “non va di moda” perché non puzza di usurocrazia, la contrapposizione, l’antagonismo sono obbligati e non si può non cadenzare il passo lungo le vie insidiose, ma capaci ancora di suscitare entusiasmi, della lotta. Non si accetta il popperiano miglior mondo possibile: lo si combatte e basta.
Un’avanguardia procede senza voltarsi indietro a guardare cosa fanno le salmerie. E una pattuglia di notte ha come guida il sogno e le stelle.

4) Nello scenario internazionale quali sono, per lei, gli obiettivi prioritari di un pensiero “antagonista”?
Il Dominio usa disinvoltamente gli strumenti dell’omologazione culturale e della globalizzazione dei mercati per realizzare l’assoggettamento politico dei Popoli. L’azione di contrasto da parte di chi non è stato ancora catturato e che rifiuta comunque di arrendersi non può non essere indirizzata verso la non accettazione globale, anche simbolica, dei “prodotti” del sistema di potere. E’ prioritario assumere atteggiamenti e comportamenti funzionali al rigetto delle mode imposte e, quindi, svolgere oggi un’incisiva azione estetica, morale, politica e sociale nel tentativo di raccogliere domani in una struttura organica il variegato fronte di opposizione all’omologazione mondialista. Fare antagonismo, insomma, se necessario anche passando jungerianamente al bosco.
Ma intendiamoci sull’ “antagonismo”, anche perché non è più consentito ai sedicenti no-global di continuare a sostenere di essere la sola espressione del pensiero antagonista. Si mettano le loro tutine bianche e facciano il servizio d’ordine a Massimo D’Alema…Essere antagonisti, oggi, significa battersi contro il disegno globalizzante, espresso non solo dalle grandi banche internazionali, dal Fondo Monetario e dalla stessa Banca Mondiale ma anche dalle grandi holdings e dai manovratori dei cosiddetti “fondi comuni”, per riaffermare la sovranità politica e l’indipendenza dei Popoli - anche e soprattutto europei - dalla soggezione anglo-americana. Un tale tipo di battaglia non può neanche concettualmente essere combattuta dai neo o post-comunisti. Loro sono dottrinariamente internazionalisti. E i fini della Terza Internazionale propugnavano quello che oggi pretende imporre il capitale finanziario mondiale: un governo unico e un’economia unica e padrona. In breve il Villagio Globale.
E, poi, i “disobbedienti” sono favorevoli alla società multirazziale voluta ed imposta da quel sistema contro il quale pretenderebbero di combattere…

5) Ma che cosa intende per società multirazziale?
Voglio essere chiaro sino in fondo anche perchè noi socialisti nazionali non vorremmo essere confusi con le idee ed i comportamenti ludici di gruppi della cosiddetta destra radicale che si ispirano ad una concezione oltranzista del cattolicesimo e che giocano a fare crociate anti-islamiche contro finti musulmani.
Il mio rifiuto della società multirazziale discende dalla necessità di opporsi al processo mondialista di omologazione e di omogeneizzazione di uomini e Popoli rispondente al fine di distruggere le differenze e le identità: soltanto attraverso la mescolanza delle etnie e delle razze, e la conseguente distruzione delle diversità culturali, il potere è in grado di eliminare le resistenze al suo disegno globalizzante.
E’ per questo che, alla concezione del razzismo strisciante coltivata dal mondialismo senza anima e senza volto, contrapponiamo la concezione plurietnica espressa millenariamente dalla nostra Civiltà. Non etnie svuotate della loro cultura e della loro identità, ma Popoli che sappiano costruire il proprio destino contrastando il falso progressismo dei poteri egemoni.
Le cuspidi delle cattedrali devono svettare sui cieli di Europa ed i minareti sulle onde del deserto.
E a tal proposito è chiaro che noi guardiamo al Sud come luogo geo-politico in cui realizzare la naturale collaborazione organica tra L’Europa Mediterranea ed il mondo mediorientale ed arabo.

6) Ma è in atto, secondo lei, uno scontro di civiltà ?
No, lo scontro che si tende di accreditare come scontro di civiltà è in realtà rappresentato da “guerre di predazione”.
Il sistema di dominio che ha nome Mondialismo ha travolto il diritto internazionale esistente. Per interessi economici (petrolio, pipe-lines e droga) e di strategie geo-politiche. E con l’appoggio di qualche sporca dozzina di Stati europei. Dopo aver aggredito l’Iraq con l’operazione “Desert sturm” (160mila morti civili tra cui 32.195 bambini), si ricominciò in Bosnia a metà degli anni ‘90 per fare operazioni di “peace keeping” (operazioni di polizia internazionale), si continuò in Somalia e quindi in Kosovo (nella Terra dei Merli dove i Serbi avevano fermato l’invasione turkomanna!) attaccando la Jugoslavia. Interventi detti umanitari. Ed ancora migliaia di morti civili.
Poi fu la volta dell’Afghanistan, prendendo a pretesto le Twin Towers (operazione “terroristica” con la quale notoriamente i Talebani non avevano nulla a che fare) per occupare un territorio determinante, tra l’altro, per il passaggio di un colossale gasdotto (progettato dalla Unocal cui è interessata gran parte dell’attuale dirigenza statunitense a cominciare da Condoleezza Rice!).
E quindi di nuovo l’Irak: giustificando l’aggressione con le fantomatiche ed inesistenti “armi di distruzione di massa”. Ed ora la Terra dei Cedri nella previsione di portare l’attacco ai “Popoli Canaglia”della Siria e dell’Iran. Ma lì sarà diverso…
Attacco preventivo e politica di dissuasione.. “Dissuaderemo chi tenterà di potenziarsi coltivando la speranza di sorpassare o eguagliare la potenza degli Stati Uniti”: è il punto centrale e qualificante della dottrina di George Bush contenuta nel “National Security Strategy”.
Si è introdotto in termini di brutale arroganza il principio dell’azione preventiva a scavalco della strategia superata e “inaccettabile” della reazione all’attacco. Il gendarme si è trasformato in boia.
Naturalmente per motivi umanitari e in nome della Libertà e della Democrazia. Scontro di civiltà… Fregandosene dei Trattati non ritenuti organici. Tant’è che il Tribunale Internazionale viene cosiderato una Corte “la cui giurisdizione non si estende agli americani “.
All’Aja Bush non prenderà mai il posto di Milosevic. Né quello di Saddam.
La mia posizione (che poi è quella di quanti militano nelle Comunità di Socialismo Nazionale) non può essere oggetto di equivoci. Non sono un pacifista. Mi riconosco con quanto sostenuto ieri da Marinetti ed oggi da Massimo Fini nel suo “Elogio della guerra”. Non sono un filo-islamico. L’Islam con le sporche guerre di predazione Usa/Israel non c’entra nulla. Ecco perché è a dir poco cialtronesco cercare di spacciare per guerra di civiltà (o di religione!) ciò che è il frutto marcio di una politica mondialista e globalizzante estranea agli interessi dell’ Europa in cui noi crediamo e che non potrà mai identificarsi con Maastricht né con gli usurai di Superfinanza.

7) E dinanzi ad uno scenario internazionale quale quello da leidisegnato quale può essere il compito storico delle forze che lei definisce “antagoniste”?
Ritengo che il nostro compito storico sia quello di fare nostro l’impegno di liberazione del Popolo. Proporci come il Fronte di tutti gli Italiani, qualunque sia stato il loro passato politico, pronti a rimboccarsi le maniche per vincere le due grandi scommesse del nuovo secolo: il lavoro e l’identità nazionale.
Essere insomma – torniamo a ripeterlo – il “riferimento” dinamico di quanti siano disposti a dare vita ad un Movimento di Liberazione.
Liberazione, dunque, sociale ed etno-culturale del Popolo italiano e dei Popoli europei, nella previsione della loro Autodeterminazione in un quadro unitario di un’Europa che geopoliticamente si estende (Progetto Eurasia) da Lisbona a Vladivostok. Liberazione, ancora, dalle logiche del Mercato Unico Globale che manovra la disperazione e la miseria. Liberazione, infine, dall’ingerenza di tutti gli organismi internazionali e delle strutture politico-militari sopranazionali nella vita interna dell’Italia e dell’Europa.
Per questo, anche per questo, noi come uomini e come comunità di militanti ci si va attrezzando per la messa in cantiere di un Laboratorio politico-culturale che possa elaborare un modello alternativo di riferimento e di confronto. Insomma un modello che, nel tempo del tramonto della Forma-Stato, nel momento in cui lo Stato ha storicamente cessato di essere il riferimento organico delle particolarità e delle specificità comunitarie ed è divenuto – grazie ai suoi apparati – una pura entità coattiva costruita al fine dela tutela degli interessi partitici che operano al servizio delle lobbies economico-finanziarie sopranazionali, si ponga come prospettiva altra a fronte di un’economia-mondo strutturata da attori globali attraverso i quali i principi del liberalismo trovano la loro naturale affermazione.
Il liberalismo poggia le sue fondamenta sull’individualismo. Infrangendo - in tal modo – tutti i legami sociali che vanno al di là dell’individuo. La società liberale non è altro che il luogo degli scambi utilitari ai quali partecipano individui e gruppi mossi dall’esclusivo desiderio di massimizzare il proprio interesse: ogni cosa vale quello che vale il suo valore di scambio, misurato dal prezzo.
Così il liberalismo crea un mondo (vedi Popper) dove:
- i popoli sono sostituiti dai mercati
- i cittadini dai consumatori
- le nazioni dalle aziende
- le relazioni umane dalla concorrenza commerciale
- la “democrazia” dal mercato, come presunta espressione naturale della società che decreta l’estinzione della eterogeneità sociale, l’omogeneizzazione dei valori e del consumismo e dichiara la fine degli Stati (e della Storia!) e delle culture nazionali
Noi, invece, indichiamo nelle Comunità di Popolo l’Idea Forza per la Lotta di Liberazione dall’occupazione mondialista.
- Il cittadino e la Comunità sono i soggetti politici, sociali ed economici della Comunità Nazionale. Di qui discende una nuova articolazione dei rapporti e delle potestà che preveda la partecipazione diretta alle scelte politiche e di organizzazione della vita sociale ed all’edificazione di un assetto economico non incentrato sul principio del profitto e dell’utile ma su quello organico della funzione produttiva orientata verso il “Valore di Servizio” della Comunità.
- I cittadini liberi sono quelli che posseggono un “Reddito di Cittadinanza” che è un diritto inalienabile che va assicurato a chi opera e produce nella Comunità e per la Comunit?
- Sono i Popoli – in quanto espressione delle esigenze comunitarie – i proprietari delle risorse economiche e dei mezzi di produzione
- La Banca e la grande impresa sono “Funzioni di Servizio” della Comunità ai cui cittadini spetta la proprietà della moneta.
- Gli strumenti finanziari ed economici debbono servire a realizzare il benessere della Comunità e non a soddisfare le esigenze di usura e di profitto dei groups locali e multinazionali su cui si fonda il potere mondialista e globalizzante.
- Gli Uomini e i Popoli che noi difendiamo non sono quelli che producono e consumano merci ma quelli che “sono” la Comunità e che se “hanno” lo hanno nella Comunità e per la Comunità.

Il nostro progetto parte, dunque, dalla ri-costituzione dell’entità Stato che non può realizzarsi se non sulla base delle culture “negate”, delle specificità, delle identità comunitarie, di tutto ciò che insomma appartiene alla dimensione etno-ecologica delle realtà di Popolo. Realtà che - a ben vedere – mal si conciliano con l’idea di Stato Nazionale.
La riconquista del Territorio significa radicarsi sul Territorio - anche concettualmente inteso -, viverne la consonanza, ricostruirne l’identità.

All’interno di una tale dimensione acquistano valenza di lotta “rivoluzionaria” battaglie quali il “mutuo sociale” ed il “progettoh2o”.

Comunque la riconquista è la nostra Sfida è il Laboratorio ed il Progetto per realizzarla. Attraverso il Movimento di Liberazione che - in termini di “strategia rovesciata” - non è il “prima” ma il “dopo” dell’operazione politica.

8) Nella sua vita ha pagato molto caro l’essersi schierato dalla parte sbagliata: dopo tutti questi anni qual è il suo pensiero a riguardo della giustizia italiana?
La parte sbagliata…Un uomo di milizia ha il dovere di schierarsi sulle posizioni ideali e di lotta che segnano la sua appartenenza. Non c’entra la parte, il discorso è di coerenza con ciò in cui si crede. Non si sceglie, insomma, ciò che altri ritengono essere comodo od utile ma ciò che tu devi fare. Ego sum qui sum. Qualsiasi altra considerazione è di contrasto – esistenziale ancora prima che politico – insanabile con una corretta Weltaanschaung. Nessun vittimismo dunque. Non scelsi la via “più corta” ma neppure mi tirai indietro; e continuai attraverso l’iniziativa di “Costruiamo l’Azione” e delle Comunità Organiche di Popolo a fare politica. Feci quello che dovevo fare, avendo oltretutto la responsabilità di essere un inevitabile riferimento per quanti giovanissimi lastricavano con il loro sangue le strade o trascorrevano il loro tempo coatto nella disperante dimensione delle sezioni di massima sicurezza delle democratiche galere. Non scelsi la via della latitanza all’estero (la via dei “nazional-turisti”, come duramente appellammo quanti dai loro rifugi esterni pretendevano dettare le linee di combattimento agli operativi italiani): rimasi a tener bandiera, essendo perfettamente consapevole di quanto la repressione mi avrebbe regalato.
D’altronde non va mai dimenticato che la Trasgressione è tale soltanto se per essa paghi.

La giustizia italiana? In un tempo in cui il Diritto è desacralizzato a farla da padrona è la profana Inquisizione. Nei cosiddetti “anni di piombo” alle operazioni a regia delle “barbe finte” (mai deviate ma sempre istituzionalmente rispondenti alle direttive dell’Esecutivo) si sono specularmene collegate e le operazioni mediatiche intese alla commercializzazione del sangue delle vittime e alla criminalizzazione degli antagonisti e le attività processuali di giudici di parte o comunque operanti alle dipendenze delle cosche di potere.
Lo “stato della giustizia” in Italia è dominato da una casta togata che grazie alle continue, costruite “emergenze” (terrorismo, mafia, stadio, pattume) è andata nel tempo imponendo le sue regole spesso in contrasto con le stesse leggi dello Stato.

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